Atletica, i 60 metri: la super velocità che non ammette errori
di ENRICO SISTI
Pronti. Via. Finito. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei secondi e mezzo. Qualche volta anche meno (una trentina di uomini sono scesi sotto i 6"50). Le donne appena mezzo secondo in più dei maschietti. Ecco la gara e la distanza ufficiale più spiccia del mondo, la gara che appare e scompare ma che bisogna saper correre. Niente al mondo assegna una medaglia più rapidamente (nel 1900 e nel 1904 anche quelle olimpiche). Nemmeno il sollevamento pesi (che oltretutto si disputa in tre prove). Ma anche isolandone una, contate pure, fra il momento in cui l'atleta impugna il bilanciere e il momento in cui lo lascia cadere sulla pedana passano più di sette secondi. Sessanta metri, una specie di miracolo agonistico compresso in cui convergono tutte le energie del corpo, dove occorre un sistema nervoso perfetto (specie adesso in cui alla prima falsa sei fuori), caviglie esplosive, un'alimentazione ad hoc e una conoscenza assoluta delle poche fasi attravers…
Pronti. Via. Finito. Uno, due, tre, quattro, cinque, sei secondi e mezzo. Qualche volta anche meno (una trentina di uomini sono scesi sotto i 6"50). Le donne appena mezzo secondo in più dei maschietti. Ecco la gara e la distanza ufficiale più spiccia del mondo, la gara che appare e scompare ma che bisogna saper correre. Niente al mondo assegna una medaglia più rapidamente (nel 1900 e nel 1904 anche quelle olimpiche). Nemmeno il sollevamento pesi (che oltretutto si disputa in tre prove). Ma anche isolandone una, contate pure, fra il momento in cui l'atleta impugna il bilanciere e il momento in cui lo lascia cadere sulla pedana passano più di sette secondi. Sessanta metri, una specie di miracolo agonistico compresso in cui convergono tutte le energie del corpo, dove occorre un sistema nervoso perfetto (specie adesso in cui alla prima falsa sei fuori), caviglie esplosive, un'alimentazione ad hoc e una conoscenza assoluta delle poche fasi attraverso cui è d' obbligo passare. Non c' è vento, non c' è pioggia. Le piste sono sempre perfette. Tre mesi d' inverno poi basta. Gli atleti debbono accelerare ma paradossalmente non hanno mai abbastanza spazio per decelerare in quanto la pista dei 60 entra a fatica all'interno dell'anello delle strutture indoor e infatti molti palazzetti offrono 50 metri o 55 yards: dopo il traguardo gli sprinter si schiantano come "crash test dummies" sul saccone posizionato alla sommità della pista parabolica.
Qualche anno fa uno psicologo australiano sostenne che quel saccone impedisce agli atleti di esprimersi al massimo: "È l' unica distanza da considerare sprint puro", spiega Stefano Tilli, figura chiave della velocità azzurra del dopo Mennea . Per Tilli è l'unica distanza da considerare sprint puro, ignorante, rudimentale. Non bisogna partire impiccati ma scanditi, altrimenti diventa una prova lunghissima prio sui 60 Tilli ebbe la consacrazione nell' 83: "Vinsi a Budapest gli europei indoor, avevo 21 anni, ma la mia corsa più bella rimane quella di Gent del 2000, quando fui battuto da Jason Gardner (l' inglese fece 6"47 e Tilli 6"59 ndr )". Uno sport che consuma lo sguardo dell' atleta sui blocchi, in cerca della massima decontrazione. Che brucia tutti gli zuccheri disponibili e che non perdona niente. Una vibrazione sbagliata, anticipata o tardiva, del sistema nervoso, addirittura dell' inconscio, può ritardare la partenza di qualche centesimo e mandare tutto per stracci. E' come la gara dei tuffi, non puoi sbagliare niente e se sbagli qualcosa non c'è ritorno. Nei tuffi stacchi i piedi dal trampolino o dalla piattaforma e a quel punto anche se ti accorgi di aver sbagliato qualcosa non puoi dire fermate tutto, torno indietro. Così nei 60. Dopo lo sparo bastaun solo appoggio a terra sbagliato e la gara finisce 'in vacca'.
"È anche una disciplina, se così possiamo dire, ignorante, rudimentale, terra terra", prosegue Tilli. "Per prepararla basta lavorare sulla forza massima, palestra, traino, salite e provare le partenze. Ma attenzione: non bisogna partire impiccati ma scanditi, altrimenti anche un 60 diventa lunghissimo". Il miglior 60? Accelerazione e quando rialzi la testa sei arrivato. Fra i 60 e i 100 c' è un canyon che non tutti riescono ad attraversare: "Io per esempio", ricordava Pietro Mennea, "non ho mai avuto i muscoli per esprimermi bene, era una distanza troppo breve per me". Per i 100 c' è anche bisogno di resistenza alla velocità, che inizia dopo averne corsi almeno 50: "E di tanta reattività di piedi: molti dei più grandi sessantisti sui 100 non brillano". Come l' inglese Dwain Chambers, primatista europeo sulla distanza con 6"42 (stabilito a Torino nel 2009), ma centista non di primissima fascia. Come lo stesso Ben Johnson, che per evitare che nella seconda parte dei 100 Carl Lewis gli facesse mangiare la polvere dovette imparare a correre in ampiezza lavorando sulla cosiddetta fase "lanciata" (più altri intrugli...): "Si può quasi dire", prosegue Tilli, "chei 100 siano anche una gara di velocità resistente, alla fine compare l' acido lattico". Mennea non ha mai amato i 60. Proprio come Bolt: "Mi piacerebbe tanto farli, ma non si può fare tutto", disse il giamaicano quando aveva una decina di medaglie al collo.
Eppure prima di Tilli, Mennea è stato anche primatista italiano (con 6"62): "Ma proprio non facevano per me -disse-. Io e Vittori usammo sempre i 60 come una fase di preparazione alle gare estive". Con qualche complicazione: "Nell'inverno '75/'76 facemmo una tournée in America e io avevo appena vinto i campionati europei a Roma: ero una promessa europea. Gli altoparlanti mi presentavano sempre con molta enfasi: ecco in quarta il fresco campione europeo, il giovane Pietro Mennea! Non ho mai passato un turno. Per le prime gare Vittori era in prima fila, alla terza cominciò a nascondersi. C'era gente troppo brava in partenza, tipo Hasely Crawford (campione olimpico a Montreal sui 100, ndr ). Io non ce la facevo a stargli dietro in partenza". È stato Nebiolo a valorizzare l'atletica indoor e conseguentemente i 60, anche se il primo eroe popolare internazionale dell' atletica in sala fu Bubka: "Certo, ma Nebiolo avrebbe fatto correre anche le bighe pur di fare spettacolo". Il record del mondo apparteneva a Maurice Greene con 6"39, ottenuto a Madrid nel ' 98: "E potevo scendere ancora", disse "Mo". Un consiglio che Chris Coleman ha seguito alla lettera: dopo 20 anni dall'impresa di 'Mo', il record del mondo della distanza più breve è suo con il tempo di 6'' 37.
Qualche anno fa uno psicologo australiano sostenne che quel saccone impedisce agli atleti di esprimersi al massimo: "È l' unica distanza da considerare sprint puro", spiega Stefano Tilli, figura chiave della velocità azzurra del dopo Mennea . Per Tilli è l'unica distanza da considerare sprint puro, ignorante, rudimentale. Non bisogna partire impiccati ma scanditi, altrimenti diventa una prova lunghissima prio sui 60 Tilli ebbe la consacrazione nell' 83: "Vinsi a Budapest gli europei indoor, avevo 21 anni, ma la mia corsa più bella rimane quella di Gent del 2000, quando fui battuto da Jason Gardner (l' inglese fece 6"47 e Tilli 6"59 ndr )". Uno sport che consuma lo sguardo dell' atleta sui blocchi, in cerca della massima decontrazione. Che brucia tutti gli zuccheri disponibili e che non perdona niente. Una vibrazione sbagliata, anticipata o tardiva, del sistema nervoso, addirittura dell' inconscio, può ritardare la partenza di qualche centesimo e mandare tutto per stracci. E' come la gara dei tuffi, non puoi sbagliare niente e se sbagli qualcosa non c'è ritorno. Nei tuffi stacchi i piedi dal trampolino o dalla piattaforma e a quel punto anche se ti accorgi di aver sbagliato qualcosa non puoi dire fermate tutto, torno indietro. Così nei 60. Dopo lo sparo bastaun solo appoggio a terra sbagliato e la gara finisce 'in vacca'.
"È anche una disciplina, se così possiamo dire, ignorante, rudimentale, terra terra", prosegue Tilli. "Per prepararla basta lavorare sulla forza massima, palestra, traino, salite e provare le partenze. Ma attenzione: non bisogna partire impiccati ma scanditi, altrimenti anche un 60 diventa lunghissimo". Il miglior 60? Accelerazione e quando rialzi la testa sei arrivato. Fra i 60 e i 100 c' è un canyon che non tutti riescono ad attraversare: "Io per esempio", ricordava Pietro Mennea, "non ho mai avuto i muscoli per esprimermi bene, era una distanza troppo breve per me". Per i 100 c' è anche bisogno di resistenza alla velocità, che inizia dopo averne corsi almeno 50: "E di tanta reattività di piedi: molti dei più grandi sessantisti sui 100 non brillano". Come l' inglese Dwain Chambers, primatista europeo sulla distanza con 6"42 (stabilito a Torino nel 2009), ma centista non di primissima fascia. Come lo stesso Ben Johnson, che per evitare che nella seconda parte dei 100 Carl Lewis gli facesse mangiare la polvere dovette imparare a correre in ampiezza lavorando sulla cosiddetta fase "lanciata" (più altri intrugli...): "Si può quasi dire", prosegue Tilli, "chei 100 siano anche una gara di velocità resistente, alla fine compare l' acido lattico". Mennea non ha mai amato i 60. Proprio come Bolt: "Mi piacerebbe tanto farli, ma non si può fare tutto", disse il giamaicano quando aveva una decina di medaglie al collo.
Eppure prima di Tilli, Mennea è stato anche primatista italiano (con 6"62): "Ma proprio non facevano per me -disse-. Io e Vittori usammo sempre i 60 come una fase di preparazione alle gare estive". Con qualche complicazione: "Nell'inverno '75/'76 facemmo una tournée in America e io avevo appena vinto i campionati europei a Roma: ero una promessa europea. Gli altoparlanti mi presentavano sempre con molta enfasi: ecco in quarta il fresco campione europeo, il giovane Pietro Mennea! Non ho mai passato un turno. Per le prime gare Vittori era in prima fila, alla terza cominciò a nascondersi. C'era gente troppo brava in partenza, tipo Hasely Crawford (campione olimpico a Montreal sui 100, ndr ). Io non ce la facevo a stargli dietro in partenza". È stato Nebiolo a valorizzare l'atletica indoor e conseguentemente i 60, anche se il primo eroe popolare internazionale dell' atletica in sala fu Bubka: "Certo, ma Nebiolo avrebbe fatto correre anche le bighe pur di fare spettacolo". Il record del mondo apparteneva a Maurice Greene con 6"39, ottenuto a Madrid nel ' 98: "E potevo scendere ancora", disse "Mo". Un consiglio che Chris Coleman ha seguito alla lettera: dopo 20 anni dall'impresa di 'Mo', il record del mondo della distanza più breve è suo con il tempo di 6'' 37.