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Hertzko, il pugile che Auschwitz trasformò in una belva

Ebreo polacco, deportato nel campo di concentramento, riuscì a sopravvivere abbattendo altri prigionieri in match violenti e senza regole. Arrivato negli Usa divenne pugile vero, affrontò e fu sconfitto da Rocky Marciano, ma non si liberò mai dei suoi demoni
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ROMA - Rocky Marciano lo aspetta al centro del ring in un giorno di luglio del 1949. Ha vinto sempre, e in sedici dei diciassette match finora disputati l'avversario non ha sentito il suono dell'ultimo gong. E' lì, sicuro di sé, conscio del fatto che nulla e nessuno può fermarlo nella sua corsa verso la vetta, del mondo e della storia del pugilato. Harry sta per raggiungerlo: per lui Rocky è ben più di un semplice avversario, è l'ultimo atto della sua espiazione sul ring. Harry è il suo nome nuovo, una americanizzazione di Hertzko. Perché Hertzko Haft è nato in Polonia 24 anni prima di quell'incontro. Una vita che potrebbe essere come tante: l'infanzia, la giovinezza, l'amore per una bella fanciulla di nome Leah. Ma nell'Europa degli anni quaranta, una vita come tante vuole anche dire che bisogna fare i conti con la piovra nazista, con privazioni e sofferenze.
 
L'invasione della Po…
ROMA - Rocky Marciano lo aspetta al centro del ring in un giorno di luglio del 1949. Ha vinto sempre, e in sedici dei diciassette match finora disputati l'avversario non ha sentito il suono dell'ultimo gong. E' lì, sicuro di sé, conscio del fatto che nulla e nessuno può fermarlo nella sua corsa verso la vetta, del mondo e della storia del pugilato. Harry sta per raggiungerlo: per lui Rocky è ben più di un semplice avversario, è l'ultimo atto della sua espiazione sul ring. Harry è il suo nome nuovo, una americanizzazione di Hertzko. Perché Hertzko Haft è nato in Polonia 24 anni prima di quell'incontro. Una vita che potrebbe essere come tante: l'infanzia, la giovinezza, l'amore per una bella fanciulla di nome Leah. Ma nell'Europa degli anni quaranta, una vita come tante vuole anche dire che bisogna fare i conti con la piovra nazista, con privazioni e sofferenze.
 
L'invasione della Polonia è il messaggio di guerra che la Germania lancia al mondo. I tedeschi sono duri con i polacchi, ancor di più se questi sono di religione ebraica. Hertzko lo è, non sfugge alla mannaia del Reich. Forse potrebbe farlo, ma sacrifica la sua libertà per salvare quella del fratello. Significa campo di concentramento e quel nome sinistro, Auschwitz. Hertzko non è altissimo, ma ha un fisico possente, e nei lager quelli che comandano cercano di inventarsi degli svaghi, finendo spesso per idearli sulla pelle dei prigionieri. In situazioni un po' più umane –si fa per dire– vengono organizzate anche delle partite di calcio, ma l'attività che meglio si adatta a quei luoghi con poco spazio è quella della boxe. E in questo non è più nobile arte, ma battaglia per la sopravvivenza.
 
Haft non passa inosservato, gli viene proposto il ring. Uno, due, tre, quattro, quello dei combattimenti vinti in quel posto senza speranza diventa numero periodico. Non ci sono cifre ufficiali, ma dovrebbero essere una ottantina. Incontri lontani dal nostro pugilato, dove gli atleti sono tutelati da un arbitro che controlla il rispetto delle regole. Lì non esiste la vittoria ai punti, non esistono giudici che esprimono un verdetto, perché il concetto di giudice non può esistere dove la giustizia è un termine vuoto. La lotta per la sopravvivenza di Hertzko non ha nulla di giusto, di poetico, di romanzesco. E' solo istinto puro, è salvare se stessi condannando però alla fine innocenti che si trovano nella stessa condizione. Picchia selvaggiamente, tanto da guadagnarsi il soprannome di ''belva giudea''. Una serie di vittorie spaventose, ognuna delle quali è una cicatrice nella coscienza.
 
Un circolo di orrore con due soli spiragli: la morte o la fuga. Gli riesce la seconda, in maniera rocambolesca e dopo la fine della guerra la sua nuova casa si chiama America. La patria della boxe, diventa un pugile. Tante vittorie iniziali, poi iniziano le sconfitte: trascina sul ring la sua inaudita violenza, ma non riesce a fare i conti una fase difensiva accettabile. Male per un peso massimo, categoria dove i pugni incassati spesso sono cannonate. Pugni che per Harry restano comunque carezze in confronto alle frustate che gli assesta il rimorso con il quale convive. Venti incontri fino al luglio del 1949, il ventunesimo è contro Rocky. Tre round, il Paisà originario di Ripa Teatina gli infligge una punizione durissima. Harry dirà che la mafia americana gli avrebbe intimato di andare giù. Ma chi sa di boxe, e soprattutto chi ha visto filmati di Marciano, sa benissimo che si tratta di una scusa debolissima.

E' l'ultimo atto, scende dal ring portandosi dietro tutti i suoi demoni. Harry cerca di esorcizzarli raccontando la sua storia al figlio Alan, che la trasforma in un libro, "
Harry Haft: Auschwitz Survivor, Challenger of Rocky Marciano". Ma, nonostante abbia una famiglia e dei figli, resta un uomo circondato da un alone di durezza, gli è difficile calarsi nell'amore. Chissà, forse ritrovare Leah, la musa della sua giovinezza, potrebbe scavare un sentiero di dolcezza nel suo cuore. La ritrova, ma fa appena il tempo di abbracciarla, ormai malata e morente. E' la storia di Herztko Haft, un mondo dove non ci sono uomini buoni, dove non poteva esserci un lieto fine.