All'atletica serve 'cancellare' Bolt: Coleman sembra l'uomo giusto
di ENRICO SISTIL'addio del fuoriclasse giamaicano ha generato un vuoto di interesse nella regina degli sport. Servirebbe uno shock mediatico e il 22enne statunitense, che di recente ha battuto il record dei 60 che resisteva dai tempi di Maurice Greene, ha nelle corde il primato sui 100
ROMA - Se vi va possiamo fare un gioco. Questo gioco inizia con una domanda: e se l'atletica mondiale avesse bisogno di "cancellare" Bolt? Il gioco è fatalmente provocatorio, un po' amaro, ma non è detto che non contenga delle verità. Di che stiamo parlando? Parliamo di un atleta unico che ha appena lasciato e di uno sport che anche a causa di questa decisione, ampiamente annunciata, sta vivendo un momento difficile, una crisi di popolarità e di identità in cui disagi e sconnessioni si mescolano e mescolandosi compongono un quadro a tratti inquietante, perché non c'è niente di più problematico per uno sport, ma lo si potrebbe dire anche di una persona, che guardarsi dentro e rendersi conto di quanto sia difficile tamponare le ferite, soprattutto quelle invisibili. Eppure malgrado tutto qualcosa si muove, qualcosa, nella palude dei sospetti che il doping sia sempre un passo più avanti dell'antidopi…
ROMA - Se vi va possiamo fare un gioco. Questo gioco inizia con una domanda: e se l'atletica mondiale avesse bisogno di "cancellare" Bolt? Il gioco è fatalmente provocatorio, un po' amaro, ma non è detto che non contenga delle verità. Di che stiamo parlando? Parliamo di un atleta unico che ha appena lasciato e di uno sport che anche a causa di questa decisione, ampiamente annunciata, sta vivendo un momento difficile, una crisi di popolarità e di identità in cui disagi e sconnessioni si mescolano e mescolandosi compongono un quadro a tratti inquietante, perché non c'è niente di più problematico per uno sport, ma lo si potrebbe dire anche di una persona, che guardarsi dentro e rendersi conto di quanto sia difficile tamponare le ferite, soprattutto quelle invisibili. Eppure malgrado tutto qualcosa si muove, qualcosa, nella palude dei sospetti che il doping sia sempre un passo più avanti dell'antidoping e alla luce del fatto che non è possibile (né probabilmente giusto) che soltanto i russi paghino le colpe e le inadeguatezze di un intero sistema, si muove ancora.
Per esempio Christian Coleman, che fra l'altro "si muove" ad una velocità imbarazzante. L'americano di Atlanta, 22 anni compiuti lo scorso 6 marzo, ha fatto già due capolavori a breve distanza l'uno dall'altro: ha ritoccato per ben due volte il record del mondo dei 60 metri che apparteneva al leggendario Maurice Greene e che reggeva da quasi vent'anni (6"39). Coleman ha corso prima in 6"37 e pochi giorni dopo in 6"34 (anche se si sta ancora aspettando la ratifica). Poi di nuovo in 6"37 ai Mondiali Indoor di Birmingham. La velocità si misura in dettagli, in centimetri e di conseguenza in centesimi di secondo. Poco di tutto questo manda avanti la storia. Sono spinte epocali. E questo Coleman ha fatto. Anzi ha fatto anche di più: ha costretto il detronizzato Maurice Greene a dire: "Può andare anche più forte".
Torniamo al gioco. Siamo entrati da pochi mesi dell'era del dopo-Bolt (che sarà spettatore e musa ispiratrice dei prossimi Giochi del Commonwealth, in programma in Australia dal prossimo 4 aprile). I guasti del suo addio sono stati percepiti ancor prima: è stato una guida spirituale, tecnica e mediatica che non sarà facile sostituire. Eppure proprio se qualcuno lo "cancellasse" forse l'atletica andrebbe avanti più rapidamente. Un paradosso neanche così assurdo. L'ideale sarebbe proprio questo: che durante la prima stagione senza Bolt arrivasse un ragazzo capace di superarlo almeno nei 100 metri, uno capace di ritoccare il suo record del mondo (9"58) che sentiamo ancora vicinissimo eppure ha quasi nove anni d'età (nonostante il recente 19"69 del baby sudafricano Munyai il 19"19 di Bolt nei 200 sembra fuori portata). Coleman ha i numeri per ribaltare l'almanacco dei 100 senza ribaltare la storia. Anzi: ne cristallizzerebbe il valore. Correndo i 60 metri in 6"34 al massimo della condizione e senza vento (contro o a favore) come accade solo nelle gare indoor, Coleman potrebbe farcela. Diciamo che nei restanti 40, con una bava di vento a favore, potrebbe viaggiare a 0.78/0.80 secondi ogni dieci metri, sviluppando un tempo residuo di 3.12/3.20 per arrivare a un totale di 9"48/9"54. Ci siamo. Sarebbe record del mondo.
Tuttavia non è così semplice. Fra i 60 e 100 c'è anzitutto una differenza abissale, concettuale quasi. Non si tratta di quaranta metri in più e/o in meno. Si tratta di un approccio complessivo totalmente diverso. Diversa è l'erogazione della forza, diverso il modo di usare testa e piedi. Nei 100 c'è più fase "lanciata", ossia è necessario che i secondi 50 metri vengano affrontati con una decontrazione estrema, una fase, quella "lanciata", che nei 60 metri è limitatissima.E poi c'è da considerare il fatto che quando si corre forte durante la stagione indoor è assai complicato confermarsi anche all'aperto (non è detto che il "picco" di forma si mantenga agli stessi livelli col passare dei mesi e attraverso la preparazione alla distanza più lunga). Quando stabilì il suo record del mondo, ai 60 Bolt passò in 6"31 (diciamo un 6"34 elettrico). Il cronometro dice dunque che stiamo ragionando su un piano di pura realtà. La storia però insegna: soltanto Maurice Greene ha detenuto entrambi i record del mondo. E molti sessantisti provetti non sono mai diventati centisti provetti, uno su tutti l'inglese Dwain Chambers (al di là del doping affair dal quale è scaturito un angoscioso libro di memorie). Coleman è già argento mondiale nei 100, conquistato lo scorso anno a Londra dietro Gatlin a proprio davanti a Bolt e ha già corso in 9"82. Quindi è già un sessantista/centista. Se fa salire la velocità di crociera negli ultimi cinquanta metri, cambiando un po' l'approccio sui blocchi e nei fase di spinta, può farcela. Senza che Bolt si offenda e senza far dimenticare ciò che il giamaicano ha fatto per se stesso e per il suo e nostro mondo.
Il meccanismo del gioco è chiaro: se Coleman sale e Bolt scende l'atletica può immaginare che il proprio futuro non sia rappresentabile soltanto come un minestrone di ricordi e di protagonisti che non ce la fanno a "bucare" pur restando dei campioni straordinari (da Lavillenie a Christian Taylor, dalla Ayana a Van Niekerk e Barshim) e anzi sia a portata di mano e che quindi si possa continuare a prosperare senza rimpiangere troppo ciò che è stato e che si teme non sarà più. Il sistema ha bisogno di eroi, il tempo ha bisogno di eroi, l'atletica ha bisogno di eroi, i 100 metri hanno bisogno di eroi. Possibilmente nuovi e possibilmente puliti. Forse lo vorrebbe anche Bolt.
Per esempio Christian Coleman, che fra l'altro "si muove" ad una velocità imbarazzante. L'americano di Atlanta, 22 anni compiuti lo scorso 6 marzo, ha fatto già due capolavori a breve distanza l'uno dall'altro: ha ritoccato per ben due volte il record del mondo dei 60 metri che apparteneva al leggendario Maurice Greene e che reggeva da quasi vent'anni (6"39). Coleman ha corso prima in 6"37 e pochi giorni dopo in 6"34 (anche se si sta ancora aspettando la ratifica). Poi di nuovo in 6"37 ai Mondiali Indoor di Birmingham. La velocità si misura in dettagli, in centimetri e di conseguenza in centesimi di secondo. Poco di tutto questo manda avanti la storia. Sono spinte epocali. E questo Coleman ha fatto. Anzi ha fatto anche di più: ha costretto il detronizzato Maurice Greene a dire: "Può andare anche più forte".
Torniamo al gioco. Siamo entrati da pochi mesi dell'era del dopo-Bolt (che sarà spettatore e musa ispiratrice dei prossimi Giochi del Commonwealth, in programma in Australia dal prossimo 4 aprile). I guasti del suo addio sono stati percepiti ancor prima: è stato una guida spirituale, tecnica e mediatica che non sarà facile sostituire. Eppure proprio se qualcuno lo "cancellasse" forse l'atletica andrebbe avanti più rapidamente. Un paradosso neanche così assurdo. L'ideale sarebbe proprio questo: che durante la prima stagione senza Bolt arrivasse un ragazzo capace di superarlo almeno nei 100 metri, uno capace di ritoccare il suo record del mondo (9"58) che sentiamo ancora vicinissimo eppure ha quasi nove anni d'età (nonostante il recente 19"69 del baby sudafricano Munyai il 19"19 di Bolt nei 200 sembra fuori portata). Coleman ha i numeri per ribaltare l'almanacco dei 100 senza ribaltare la storia. Anzi: ne cristallizzerebbe il valore. Correndo i 60 metri in 6"34 al massimo della condizione e senza vento (contro o a favore) come accade solo nelle gare indoor, Coleman potrebbe farcela. Diciamo che nei restanti 40, con una bava di vento a favore, potrebbe viaggiare a 0.78/0.80 secondi ogni dieci metri, sviluppando un tempo residuo di 3.12/3.20 per arrivare a un totale di 9"48/9"54. Ci siamo. Sarebbe record del mondo.
Tuttavia non è così semplice. Fra i 60 e 100 c'è anzitutto una differenza abissale, concettuale quasi. Non si tratta di quaranta metri in più e/o in meno. Si tratta di un approccio complessivo totalmente diverso. Diversa è l'erogazione della forza, diverso il modo di usare testa e piedi. Nei 100 c'è più fase "lanciata", ossia è necessario che i secondi 50 metri vengano affrontati con una decontrazione estrema, una fase, quella "lanciata", che nei 60 metri è limitatissima.E poi c'è da considerare il fatto che quando si corre forte durante la stagione indoor è assai complicato confermarsi anche all'aperto (non è detto che il "picco" di forma si mantenga agli stessi livelli col passare dei mesi e attraverso la preparazione alla distanza più lunga). Quando stabilì il suo record del mondo, ai 60 Bolt passò in 6"31 (diciamo un 6"34 elettrico). Il cronometro dice dunque che stiamo ragionando su un piano di pura realtà. La storia però insegna: soltanto Maurice Greene ha detenuto entrambi i record del mondo. E molti sessantisti provetti non sono mai diventati centisti provetti, uno su tutti l'inglese Dwain Chambers (al di là del doping affair dal quale è scaturito un angoscioso libro di memorie). Coleman è già argento mondiale nei 100, conquistato lo scorso anno a Londra dietro Gatlin a proprio davanti a Bolt e ha già corso in 9"82. Quindi è già un sessantista/centista. Se fa salire la velocità di crociera negli ultimi cinquanta metri, cambiando un po' l'approccio sui blocchi e nei fase di spinta, può farcela. Senza che Bolt si offenda e senza far dimenticare ciò che il giamaicano ha fatto per se stesso e per il suo e nostro mondo.
Il meccanismo del gioco è chiaro: se Coleman sale e Bolt scende l'atletica può immaginare che il proprio futuro non sia rappresentabile soltanto come un minestrone di ricordi e di protagonisti che non ce la fanno a "bucare" pur restando dei campioni straordinari (da Lavillenie a Christian Taylor, dalla Ayana a Van Niekerk e Barshim) e anzi sia a portata di mano e che quindi si possa continuare a prosperare senza rimpiangere troppo ciò che è stato e che si teme non sarà più. Il sistema ha bisogno di eroi, il tempo ha bisogno di eroi, l'atletica ha bisogno di eroi, i 100 metri hanno bisogno di eroi. Possibilmente nuovi e possibilmente puliti. Forse lo vorrebbe anche Bolt.