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Atletica, la redenzione del 'tossico': Luvo Manyonga ora è un esempio nella città della droga

Luvo Manyonga 
Il lunghista è una delle stelle dei Giochi del Commonwealth. Un passato drammatico, gareggerà a Gold Coast in Australia in una città che ha il triste record della proliferazione dell'uso di metanfetamina. Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers
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Luvo Manyonga era un tossico. Luvo Manyonga è il lunghista più forte del mondo. In cinque anni il mondo si è ribaltato. Era ancora giovanissimo quando si rese conto che la vita era una sequenza di spigoli e che quella cosa che chiamano infanzia era un miscuglio di false certezze e sofferenza interiore. Era adolescente quando approfondì il tema scoprendo di non riuscire più a muoversi senza il peso della sordida angoscia coltivata in famiglia, da quel padre e da quella madre, camionista e domestica a ore, che si interessavano a lui come ci si può interessare ad una zavorra che ti spinge a fondo: "Non mi hanno fatto mancare niente ma erano distanti". Iniziò a drogarsi. Poco, sempre più, troppo. Luvo si guardava intorno e non vedeva altro che macerie. Non gli avevano insegnato la curiosità, non lo avevano mai stimolato a credere in se stesso. Sapeva solo di essere nato a Mbekweni, a un'ora di macchina da Città del Capo, ma che era meglio che quel nome venisse pronunciato il meno possibile. Luvo si frugava nelle tasche e ogni giorno scopriva che non c'era nulla da stringere. Quando rialzava la testa, al termine dell'inutile e quotidiana ricerca, il suo sguardo non era cambiato. Era solo un po' più triste di prima. Fu così che s'inventò un personaggio: "Io sono quello felice". Ma non era vero. Aveva convissuto con un benessere superficiale. Si avvicinò all'atletica. Funzionava. I suoi compagni d'allenamento lo raccontavano "full of joy". Ma rimaneva quell'ombra di dolore e ogni tanto Luvo ricadeva nel buco. Era forte ma era come se qualcuno o qualcosa lo tirassero indietro.

Quando gli morì il suo primo allenatore, Mario Smith, nel giugno del 2014, Luvo entrò nella spirale più atroce. Gli si leggeva la morte in faccia: la sua però, non quella del suo allenatore. Di lui scrissero: "Ha due strade: o sale su un podio olimpico o muore prima dei 30 anni". Per non soffrire più aveva deciso di soffrire di più: si era trasformato in un tossicodipendente, assumeva metanfetamina, il "crystal meth", che si trova ovunque, che stermina i giovani, che fa sentire giganteschi e poi ti annienta. Luvo Manyonga è una delle stelle della nuova atletica, il passato si è dissolto, ha scelto la prima strada, quella luminosa. Un irlandese esperto di sport e di uomini gli è stato vicino, John McGrath. Con Semenya e Van Niekerk, Luvo compone il trio che guida il carrozzone dell'atletica sudafricana, è uno da 8,65 (saltato nell'aprile del 2017), uno che a Rio ha conquistato quel podio che rappresentava l'alternativa alla morte e che lo scorso anno a Londra è diventato campione del mondo.

La delegazione sudafricana sfila alla cerimonia di apertura dei Giochi del Commonwealth (reuters)

Luvo Manyonga sarà la punta tecnica e mediatica dei Giochi del Commonwealth che iniziano oggi a Gold Coast in Australia (qualificazioni del lungo giovedì), in una città che calza alla perfezione ed è metaforicamente perfetta per completare la sua esperienza di vita, quasi obbligandolo a un impegno morale per sostenere chi come lui ha visto i demoni entrargli nel cuore: Gold Coast è infatti la città che sta vivendo più di altre, nel Queensland, una drammatica proliferazione dell'uso di metanfetamina, della "crystal meth" nota anche come "ice". Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers. La stessa materia di cui Luvo per qualche tempo voleva che fossero fatti i sogni, dilaga da quelle parti e a nessuno importa di ritrovarsi sdraiato per terra con arresti cardiaci a 40 anni, ammesso che ci arrivi, con psicosi e blocchi renali: conta solo l'euforia del momento e Luvo conosce quella sensazione di fragile onnipotenza.

I paramedici di Gold Coast hanno lanciato l'allarme: "Quattro overdose a festa". Ambulanze che sfrecciano nella notte. In meno di dieci anni la diffusione del "ghiaccio" è aumentata del 250%. "Vorrei prenderli uno per uno e dir loro: ragazzi avete preso la strada della morte, la strada sbagliata", dice Manyonga. Ma il suo messaggio non può arrivare agli interessati, perché sono i meno interessati di tutti: "Loro non ascoltano, lo so, la teenage despression è un mostro difficile da combattere, io avevo 18 anni quando ho cominciato a drogarsi e a perdermi. E a alla fine non è neppure questa la verità: la verità è che quando cominci a perderti vuol dire che ti eri già perso prima, tanto tempo prima. E in quel momento non avevo più grandi problemi economici, a  volte è la ricchezza che distorce e uccide, trasforma i desideri". La città chiede aiuto al Batman del lungo: "Se vinci qualcuno racconterà con parole forti la tua storia", hanno detto alla tv. Con Luvo come spontaneo testimonal, magari quel miliardo e mezzo di sterline investite dal governo australiano per scongelare il "ghiaccio" nelle vene dei suoi disperati ragazzi un giorno produrrà qualcosa. Un salto nel buio per riportare la luce.
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