Atletica, la redenzione del 'tossico': Luvo Manyonga ora è un esempio nella città della droga
di ENRICO SISTIIl lunghista è una delle stelle dei Giochi del Commonwealth. Un passato drammatico, gareggerà a Gold Coast in Australia in una città che ha il triste record della proliferazione dell'uso di metanfetamina. Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers
Luvo Manyonga era un tossico. Luvo Manyonga è il lunghista più forte del mondo. In cinque anni il mondo si è ribaltato. Era ancora giovanissimo quando si rese conto che la vita era una sequenza di spigoli e che quella cosa che chiamano infanzia era un miscuglio di false certezze e sofferenza interiore. Era adolescente quando approfondì il tema scoprendo di non riuscire più a muoversi senza il peso della sordida angoscia coltivata in famiglia, da quel padre e da quella madre, camionista e domestica a ore, che si interessavano a lui come ci si può interessare ad una zavorra che ti spinge a fondo: "Non mi hanno fatto mancare niente ma erano distanti". Iniziò a drogarsi. Poco, sempre più, troppo. Luvo si guardava intorno e non vedeva altro che macerie. Non gli avevano insegnato la curiosità, non lo avevano mai stimolato a credere in se stesso. Sapeva solo di essere nato a Mbekweni, a un'ora di macchina da Citt&ag…
Luvo Manyonga era un tossico. Luvo Manyonga è il lunghista più forte del mondo. In cinque anni il mondo si è ribaltato. Era ancora giovanissimo quando si rese conto che la vita era una sequenza di spigoli e che quella cosa che chiamano infanzia era un miscuglio di false certezze e sofferenza interiore. Era adolescente quando approfondì il tema scoprendo di non riuscire più a muoversi senza il peso della sordida angoscia coltivata in famiglia, da quel padre e da quella madre, camionista e domestica a ore, che si interessavano a lui come ci si può interessare ad una zavorra che ti spinge a fondo: "Non mi hanno fatto mancare niente ma erano distanti". Iniziò a drogarsi. Poco, sempre più, troppo. Luvo si guardava intorno e non vedeva altro che macerie. Non gli avevano insegnato la curiosità, non lo avevano mai stimolato a credere in se stesso. Sapeva solo di essere nato a Mbekweni, a un'ora di macchina da Città del Capo, ma che era meglio che quel nome venisse pronunciato il meno possibile. Luvo si frugava nelle tasche e ogni giorno scopriva che non c'era nulla da stringere. Quando rialzava la testa, al termine dell'inutile e quotidiana ricerca, il suo sguardo non era cambiato. Era solo un po' più triste di prima. Fu così che s'inventò un personaggio: "Io sono quello felice". Ma non era vero. Aveva convissuto con un benessere superficiale. Si avvicinò all'atletica. Funzionava. I suoi compagni d'allenamento lo raccontavano "full of joy". Ma rimaneva quell'ombra di dolore e ogni tanto Luvo ricadeva nel buco. Era forte ma era come se qualcuno o qualcosa lo tirassero indietro.
Quando gli morì il suo primo allenatore, Mario Smith, nel giugno del 2014, Luvo entrò nella spirale più atroce. Gli si leggeva la morte in faccia: la sua però, non quella del suo allenatore. Di lui scrissero: "Ha due strade: o sale su un podio olimpico o muore prima dei 30 anni". Per non soffrire più aveva deciso di soffrire di più: si era trasformato in un tossicodipendente, assumeva metanfetamina, il "crystal meth", che si trova ovunque, che stermina i giovani, che fa sentire giganteschi e poi ti annienta. Luvo Manyonga è una delle stelle della nuova atletica, il passato si è dissolto, ha scelto la prima strada, quella luminosa. Un irlandese esperto di sport e di uomini gli è stato vicino, John McGrath. Con Semenya e Van Niekerk, Luvo compone il trio che guida il carrozzone dell'atletica sudafricana, è uno da 8,65 (saltato nell'aprile del 2017), uno che a Rio ha conquistato quel podio che rappresentava l'alternativa alla morte e che lo scorso anno a Londra è diventato campione del mondo.
Luvo Manyonga sarà la punta tecnica e mediatica dei Giochi del Commonwealth che iniziano oggi a Gold Coast in Australia (qualificazioni del lungo giovedì), in una città che calza alla perfezione ed è metaforicamente perfetta per completare la sua esperienza di vita, quasi obbligandolo a un impegno morale per sostenere chi come lui ha visto i demoni entrargli nel cuore: Gold Coast è infatti la città che sta vivendo più di altre, nel Queensland, una drammatica proliferazione dell'uso di metanfetamina, della "crystal meth" nota anche come "ice". Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers. La stessa materia di cui Luvo per qualche tempo voleva che fossero fatti i sogni, dilaga da quelle parti e a nessuno importa di ritrovarsi sdraiato per terra con arresti cardiaci a 40 anni, ammesso che ci arrivi, con psicosi e blocchi renali: conta solo l'euforia del momento e Luvo conosce quella sensazione di fragile onnipotenza.
I paramedici di Gold Coast hanno lanciato l'allarme: "Quattro overdose a festa". Ambulanze che sfrecciano nella notte. In meno di dieci anni la diffusione del "ghiaccio" è aumentata del 250%. "Vorrei prenderli uno per uno e dir loro: ragazzi avete preso la strada della morte, la strada sbagliata", dice Manyonga. Ma il suo messaggio non può arrivare agli interessati, perché sono i meno interessati di tutti: "Loro non ascoltano, lo so, la teenage despression è un mostro difficile da combattere, io avevo 18 anni quando ho cominciato a drogarsi e a perdermi. E a alla fine non è neppure questa la verità: la verità è che quando cominci a perderti vuol dire che ti eri già perso prima, tanto tempo prima. E in quel momento non avevo più grandi problemi economici, a volte è la ricchezza che distorce e uccide, trasforma i desideri". La città chiede aiuto al Batman del lungo: "Se vinci qualcuno racconterà con parole forti la tua storia", hanno detto alla tv. Con Luvo come spontaneo testimonal, magari quel miliardo e mezzo di sterline investite dal governo australiano per scongelare il "ghiaccio" nelle vene dei suoi disperati ragazzi un giorno produrrà qualcosa. Un salto nel buio per riportare la luce.
Quando gli morì il suo primo allenatore, Mario Smith, nel giugno del 2014, Luvo entrò nella spirale più atroce. Gli si leggeva la morte in faccia: la sua però, non quella del suo allenatore. Di lui scrissero: "Ha due strade: o sale su un podio olimpico o muore prima dei 30 anni". Per non soffrire più aveva deciso di soffrire di più: si era trasformato in un tossicodipendente, assumeva metanfetamina, il "crystal meth", che si trova ovunque, che stermina i giovani, che fa sentire giganteschi e poi ti annienta. Luvo Manyonga è una delle stelle della nuova atletica, il passato si è dissolto, ha scelto la prima strada, quella luminosa. Un irlandese esperto di sport e di uomini gli è stato vicino, John McGrath. Con Semenya e Van Niekerk, Luvo compone il trio che guida il carrozzone dell'atletica sudafricana, è uno da 8,65 (saltato nell'aprile del 2017), uno che a Rio ha conquistato quel podio che rappresentava l'alternativa alla morte e che lo scorso anno a Londra è diventato campione del mondo.
Luvo Manyonga sarà la punta tecnica e mediatica dei Giochi del Commonwealth che iniziano oggi a Gold Coast in Australia (qualificazioni del lungo giovedì), in una città che calza alla perfezione ed è metaforicamente perfetta per completare la sua esperienza di vita, quasi obbligandolo a un impegno morale per sostenere chi come lui ha visto i demoni entrargli nel cuore: Gold Coast è infatti la città che sta vivendo più di altre, nel Queensland, una drammatica proliferazione dell'uso di metanfetamina, della "crystal meth" nota anche come "ice". Un'epidemia di eccessi che sta uccidendo i teenagers. La stessa materia di cui Luvo per qualche tempo voleva che fossero fatti i sogni, dilaga da quelle parti e a nessuno importa di ritrovarsi sdraiato per terra con arresti cardiaci a 40 anni, ammesso che ci arrivi, con psicosi e blocchi renali: conta solo l'euforia del momento e Luvo conosce quella sensazione di fragile onnipotenza.
I paramedici di Gold Coast hanno lanciato l'allarme: "Quattro overdose a festa". Ambulanze che sfrecciano nella notte. In meno di dieci anni la diffusione del "ghiaccio" è aumentata del 250%. "Vorrei prenderli uno per uno e dir loro: ragazzi avete preso la strada della morte, la strada sbagliata", dice Manyonga. Ma il suo messaggio non può arrivare agli interessati, perché sono i meno interessati di tutti: "Loro non ascoltano, lo so, la teenage despression è un mostro difficile da combattere, io avevo 18 anni quando ho cominciato a drogarsi e a perdermi. E a alla fine non è neppure questa la verità: la verità è che quando cominci a perderti vuol dire che ti eri già perso prima, tanto tempo prima. E in quel momento non avevo più grandi problemi economici, a volte è la ricchezza che distorce e uccide, trasforma i desideri". La città chiede aiuto al Batman del lungo: "Se vinci qualcuno racconterà con parole forti la tua storia", hanno detto alla tv. Con Luvo come spontaneo testimonal, magari quel miliardo e mezzo di sterline investite dal governo australiano per scongelare il "ghiaccio" nelle vene dei suoi disperati ragazzi un giorno produrrà qualcosa. Un salto nel buio per riportare la luce.