Atletica, da Tortu e Jacobs parte l'assalto al record 'sconosciuto' di Mennea
di ENRICO SISTI
Pietro Mennea
Il fuoriclasse barlettano stabilì il primato dei 100 (il più vecchio tra quelli italiani) una settimana prima di abbattere quello mondiale dei 200, che mediaticamente annullò il 10'01. Lazzer quel giorno c'era: "Ai 60 metri ne avevo due di vantaggio, ma poi Pietro..."
4 minuti di lettura
Lo spettacolo diventa azzurro. Due ragazzi che corrono sotto i 10"20. Non succedeva da anni, almeno da quando competevano Collio e Di Gregorio. Bisogna tenere presente che quando si scende così tanto nei 100 parliamo di eccellenze. Differenze minime ma cruciali, quei centimetri mutano gli stati d'animo. Da quando esiste il cronometraggio elettrico soltanto undici italiani si sono spinti a tanto (25 prestazioni complessive): per ordine di risultato, Mennea, Collio, Boccarini, Riparelli, Jacobs, Cerutti, Tortu, Tilli, Di Gregorio Scuderi e Tumi. Qualcosa si muove. Se Pietro è la leggenda, se Boccarini è stato più di tutti il mistero, se Collio è stato colui che con lo stesso Mennea ha corso più volte sotto i 10"20, Jacobs e Tortu, 10"12 il ragazzo che si allena a Gorizia con Paolo Camossi, 10"15 (lo scorso anno) il baby di Giussano, 20 anni tra un mese, allenato da papà Salvino, sono il presente.
Un luminoso presente. Con loro ai blocchi di partenza cambia anche la prospettiva emotiva del Golden Gala (ma Jacobs e Tortu si incroceranno prima a Savona il 23 maggio) e cambia la percezione della potenziale staffetta 4x100, che di colpo diventa una squadra che può competere per l'oro europeo (con l'aggiunta di Davide Manenti che ha debuttato nei 200 con 20"58 e magari di Cattaneo o Desalu). L'attenzione va non solo a un atleta azzurro, dunque, come poteva succedere con Tamberi e con la Trost, ma addirittura a due azzurri che si sfidano (forse si aiutano) e si cimentano nella specialità regina, i 100, accanto ai grandi come Coleman e Simbine. E pensare che né Marcell né Filippo sono degli specialisti, come non lo era Mennea e come non lo era Berruti (poi torneremo a Pietro e Livio). Marcel è un lunghista che per questioni di cartilagini sofferenti ha deciso di dedicarsi per un'intera stagione alla velocità (100 e 200). Filippo è più duecentista. Nel mirino della coppia c'è il record italiano di Pietro Mennea, 10"01. Non è una passeggiata ma sta lì, non più così distante.
Marcell Jacobs
È il record più vecchio dell'atletica italiana (a parte le distanze spurie, come i 20 mila metri di Franco Fava). Ed è anche il meno, per così dire, strombazzato. C'è un motivo. Pietro lo ottenne il 4 settembre del 1979 a Città del Messico, in uno stadio vuoto. Avveniva tutto prima dell'inizio delle Universiadi che sarebbero rimaste famose per l'altro record, quello mondiale dei 200 metri, il mitico 19"72. Quei 100 corsi otto giorni prima non facevano parte della manifestazione. Era una corsa aggiunta quasi all'ultimo momento, ma per una ragione precisa: allenare Pietro. Era parte dell'amorosa architettura organizzativa di Primo Nebiolo, che aveva intuito che in altura si poteva sognare e nella barca delle fantasie "realistiche" era salito anche il prof. Vittori: "Basta che restiamo calmi", continuava a dire a Pietro e agli altri. Quei 100 metri sarebbero stato schiacciati dal potere tecnico e mediatico dei 200. Eppure ci furono. Vennero dimenticati ma si corsero.
Gli inviati dall'Italia non erano ancora arrivati a Città del Messico. Pietro non avrebbe corso i 100. Lo scaglione più grosso dell'informazione giunse per le tre gare dei 200, batterie, semifinale e finale, sino al 12 settembre che oggi ricordano tutti come il "Mennea Day" e che ogni 12 settembre, da qualche anno, viene ricordato con manifestazioni in tutta Italia in cui si corrono soltanto i 200 metri. "Non c'ero purtroppo", ricorda Gianni Romeo, allora vicedirettore di "Tuttosport". "Io ero ancora negli Stati Uniti", ammette Gianni Minà, che all'epoca stava appresso anche alla sua figlia messicana, che sarebbe salita sul podio con la staffetta, sì, ma staffetta azzurra. La gara fu ripresa come le altre dal prof. Fracchia. Ma delle immagini dei 100 ormai esiste soltanto una sfuocata ripresa frontale. Addirittura è così vaga la memoria e così pochi sono i testimoni oculari a disposizione che nelle enciclopedie usa e getta della rete non si riesce neppure a mettersi d'accordo sulla data: ma pare che fosse il 4 settembre. La testimonianza più diretta è quella di Franco Lazzer, 63 anni, ora assessore allo sport di San Stino di Livenza, il suo paese natale, che quella gara la corse eccome (il 28 ha organizzato un incontro con le scuole a Portogruaro per parlare di Mennea con la moglie di Pietro Manuela): "Ai 60 avevo due metri di vantaggio su Pietro, ero un formidabile sessantista in quel periodo, il mio tempo di reazione quella sera fu di 0.110! Passai ai 60 facendo forse il record del mondo di allora, andavo intorno ai 6"35 manuali. Peccato che perdevo negli ultimi trenta metri...". Il racconto si arricchisce di un altro dettaglio oscuro: la storia tramanda che quando venne passato da Pietro, Lazzer avrebbe gridato con quel che gli consentivano la concentrazione e lo sforzo: "Vai Pietro!". Si va per tinte gotiche: "Ma davvero?. Può darsi pure, ma francamente non ricordo".
Filippo Tortu
Lazzer aveva cominciato tardi a correre, a 23 anni: "E in Messico sprecai un'occasione, ma solo perché eravamo tutti un po' scemi e la sera prima della gara per entrare in semifinale alle Universiadi, bevemmo e facemmo baldoria". Mennea lo superò, come avrebbe superato Wells a Mosca, semplicemente perché alla distanza lui non decelerava e non accorciava il passo, lui non si irrigidiva e gli altri sì. Vittori gli aveva chiesto di non esagerare: "Voglio vederti correre bene, devi dosare le energie, partire bene e aprirti negli ultimi metri". Mennea come al solito ascoltò il suo guru e gli dette retta a metà. Vittori lo sapeva: "Lui faceva sempre di testa sua", ci raccontava. E così anche in quei 100, dove per fortuna Vittori lo supplicò non di preoccuparsi del cronometro. Mennea chiuse in 10.01, nuovo record europeo, battuto di sei centesimi il 10"07 con cui Borzov vinse l'oro olimpico a Monaco nel '72. E Mennea non era uno specialista. Vinceva in Europa ma non si era mai considerato un degno interprete dei 100 metri: lui era di fatto il primo atleta della storia, più ancora di Tommie Smith, concepito e costruito per correre i 200 metri. Il record di Mennea sui 100 tenne per cinque anni. Lo abbassò di un centesimo il polacco Voronin, un bestione, nel 1984. Poi con Linford Christie si aprì anche in Europa l'era "sotto i 10 secondi" (adesso il record europeo dei 100 è di 9"86 in comproprietà fra il naturalizzato portoghese Obikwelu e il francese Vicaut).
Curioso il destino del record europeo dei 100 metri. Prima dell'avvento del cronometraggio elettrico, vi fu un lungo periodo, ben 14 anni, in cui il record rimase fermo (parola scomoda per l'argomento) a 10 netti. Quando il 22 luglio del '74 corse anche lui in 10 netti, il tedesco Manfred Ommer era il 14° detentore in contemporanea di quel primato. Aveva aperto Armin Hary, tedesco più leggendario di Ommer, poco più di due mesi prima degli Olimpiadi di Roma del '60. E sapete a chi tolse il record? A Livio Berruti, alla prima leggenda italiana dei 200 metri. I 100 Livio li correva. Ma anche lì il clamore della sua medaglia romana, con annesso primato del mondo dei 200, nascose il resto. In questo resto c'era anche che prima di Roma, a Verona, il 26 maggio del '60, Livio eguagliò il primato europeo dei 100 con 10"2, che apparteneva all'inglese Bailey e ai tedeschi Futterer e Germar. All'epoca, senza centesimi era più frequente, ovviamente, scoprire di aver corso nello stesso tempo. Ma un decimo era sempre un decimo. Ossia un metro. Anche sulla terra rossa e con la scarpe che sotto avevano dei chiodi che a confronto degli attuali (6/7 mm) sembravano degli aghi da materassaio! Chiusa la sua "stagione" da record europeo, il 10"01 rimane una meta per i ragazzi italiani di oggi e di domani. Piacerebbe anche a Pietro che qualcuno se lo mangiasse...