ROMA - Una goccia alla volta, la solita storia dei centimetri che curvano il tempo e cambiano la vita, la tua e quella degli altri. Filippo Tortu gioca con il fuoco, gli altri però più di lui. Lui non si scotta, gli altri forse. Non era contento Vicaut, pensava di avere ancora lo scettro d'Europa in mano. Sicuro e potente. Aveva smantellato la concorrenza dei rivali europei senza doversi sbattere più di tanto. Gli era bastato, per un paio d'anni, ribadire il proprio livello (tra i 9"90 e i 10"10) per contenere i pretendenti sparsi che, a cominciare dal connazionale Lemaitre, passando per qualche tedesco, si sgranavano sino a perdere consistenza. Nei 100 un Tortu così aggressivo non era previsto. Lo davano più per duecentista. Ma a questo punto c'è da discutere. A Roma sarebbero bastati due metri in più, bastave correre i 102 metri anziché i 100 e Filippo avrebbe ripreso il francese: "Non mi sono accorto di lui perché era in una corsia troppo interna". Altrimenti la benzina dell'entusiasmo e lo spirito dell'agonista avrebbero fatto la frittata, ossia l'omelette del passaggio di consegne. Per Vicaut, in prospettiva Berlino, correre intorno ai 10" è normalità. Ciò che non va giù a Jimmy è che lo sta diventando anche per Filippo. Il 10"04 di Roma, con vento leggermente contrario, è la prova che il non ancora ventenne che vive a Costa Lambro, che l'"italian kid" è ormai entrato in quella dimensione. Ha corso per tre volte sotto i 10"10 in pochi giorni. E migliorando sempre. Perché il 10"04 di Roma è superiore al 10"03 di Savona. Il primo è arrivato in uno stadio, davanti a 30 mila persone e con avversari da semifinale olimpica. Il secondo è stato, per quanto formidabile corso con un buon vento a favore, non clamoroso ma quando sei lì lo senti, soprattutto se puoi sfruttare, come è nelle caratteristiche di Filippo, una grande fase di volo, quando non tocchi terra e ti fai "trasportare" dai piedi e dalla potenza erogata durante l'accelerazione.
Ora che fare? La gestione del capolavoro presume, richiede altri capolavori di mantenimento, che però vuol dire anche perfezionare, perché c'è sempre qualcosa da perfezionare, perché Caruso mangiava alici salate, perché anche il più completo dei tenori solfeggia. Da qui agli Europei, due mesi o poco più. C'è un modo per sprecare il patrimonio e un sistema per renderlo funzionante proprio quando servirà. E questo sarà il vangelo di Filippo, che tornerà domani a casa e che da domani inizierà un ciclo di tre settimane di allenamento: "In questo momento non bisogna esagerare né con la preparazione, né con le gare. Se si esagera con la prima si rischia l'affaticamento del corpo, se si gareggia troppo si mette a rischio il sistema nervoso", spiega papà Salvino, che è il suo coach e la sua protezione dai raggi della popolarità. La famiglia è rimasta a a Roma dove un tempo Salvino viveva e dove è rimasta ad abitare sua madre, la nonna di Flippo. L'unguento familiare, un composto di cura, competenza, calcolo, comprensione e dialogo, torna comodo per scongiurare la sovraesposizione, è meglio evitare di bruciarsi sotto il sole quando sei al top. E lo sappiamo come vanno certe cose: anche il troppo amore della gente può far male, se arriva non filtrato, se arriva tutto insieme. E meno male che Filippo è, come dicono i suoi amici, un "vecchio", uno che ha talmente tanta testa sulle spalle (compirà 20 anni il 15 giugno) che è impossibile che qualcuno della comitiva non lo prenda un po' in giro.
Dunque ecco il programma: "Tre settimane di allenamento, senza sfondarsi, per carità, e poi un piccolo altro ciclo di gare, che cominceranno sicuramente il 22 giugno a Madrid con un'altra uscita sui 100, poi probabilmente i 200 a Mannheim e quindi la staffetta ai Giochi del Mediterraneo a Tarragona". La gestione è così parsimoniosa e oculata da ricordare quella di Bolt, poche gare, molto riposo e allenamenti mirati, soprattutto per prevenire il cortisolo, l'ormone dello stress, sempre in agguato, a qualunque età: "Poi vediamo". Il faro dell'amministrazione di Filippo è sempre la visione più ampia, esserci certo, accompagnare le sensazioni del presente come un progetto per rendere ancora più attraente e prestativo il futuro, ma mai con la logica del "meglio un uovo oggi...", sarebbe distruttivo, andrebbe in contraddizione con tutto ciò su cui è stata costruita la storia di Filippo. Il ragazzo non deve dimostrare niente a nessuno, vuole esserci adesso, certo, vuole esserci domani, certo, vuole esserci a Berlino, ovviamente, forse in cuor suo sa già di aver corso più forte di Mennea sui 100, manca soltanto la certificazione del cronometro. L'importante è che tutto sia vissuto senza pesantezza, senza scadenze, senza considerare nessuna data come una data cruciale, neppure i Mondiali di Doha del prossimo anno e neppure i Giochi di Tokyo del 2020. Sono tutti passaggi, tutti riti iniziatici per una carriera che paradossalmente "La maturazione di Filippo è qualcosa di così lontano che non possiamo ancora vederla". Parliamo di sei anni. E l'immatura vale già 9"94. Ma non bisogna correre con l'agenda in mano. Meglio avere più motivazioni che aspettative. "L'età perfetta del velocista non esiste, troppe variabili". Ma se esiste è tra i 23 anni del Bolt del 2009 e i 27 anni del Mennea del '79. Quindi Filippo può, anzi deve aspettare oi Giochi di Parigi del 2024. Per restare con i piedi per terra e con lo sguardo all'attualità, dopo i Giochi del Mediterraneo è probabile (ma non garantito) che si presenti a Montecarlo al via dei 200, prima di ributtarsi nella preparazione per tornare in Germania per gli Europei di Berlino, ai primi di agosto, dove dovrà vivere la curiosa condizione di emergente/favorito nei 100, nei 200 e dove con Jacobs, Manenti e Desalu o Cattaneo potrebbe comporre una 4x100 da leccarsi i baffi, inglesi permettendo.
Ora che fare? La gestione del capolavoro presume, richiede altri capolavori di mantenimento, che però vuol dire anche perfezionare, perché c'è sempre qualcosa da perfezionare, perché Caruso mangiava alici salate, perché anche il più completo dei tenori solfeggia. Da qui agli Europei, due mesi o poco più. C'è un modo per sprecare il patrimonio e un sistema per renderlo funzionante proprio quando servirà. E questo sarà il vangelo di Filippo, che tornerà domani a casa e che da domani inizierà un ciclo di tre settimane di allenamento: "In questo momento non bisogna esagerare né con la preparazione, né con le gare. Se si esagera con la prima si rischia l'affaticamento del corpo, se si gareggia troppo si mette a rischio il sistema nervoso", spiega papà Salvino, che è il suo coach e la sua protezione dai raggi della popolarità. La famiglia è rimasta a a Roma dove un tempo Salvino viveva e dove è rimasta ad abitare sua madre, la nonna di Flippo. L'unguento familiare, un composto di cura, competenza, calcolo, comprensione e dialogo, torna comodo per scongiurare la sovraesposizione, è meglio evitare di bruciarsi sotto il sole quando sei al top. E lo sappiamo come vanno certe cose: anche il troppo amore della gente può far male, se arriva non filtrato, se arriva tutto insieme. E meno male che Filippo è, come dicono i suoi amici, un "vecchio", uno che ha talmente tanta testa sulle spalle (compirà 20 anni il 15 giugno) che è impossibile che qualcuno della comitiva non lo prenda un po' in giro.
Dunque ecco il programma: "Tre settimane di allenamento, senza sfondarsi, per carità, e poi un piccolo altro ciclo di gare, che cominceranno sicuramente il 22 giugno a Madrid con un'altra uscita sui 100, poi probabilmente i 200 a Mannheim e quindi la staffetta ai Giochi del Mediterraneo a Tarragona". La gestione è così parsimoniosa e oculata da ricordare quella di Bolt, poche gare, molto riposo e allenamenti mirati, soprattutto per prevenire il cortisolo, l'ormone dello stress, sempre in agguato, a qualunque età: "Poi vediamo". Il faro dell'amministrazione di Filippo è sempre la visione più ampia, esserci certo, accompagnare le sensazioni del presente come un progetto per rendere ancora più attraente e prestativo il futuro, ma mai con la logica del "meglio un uovo oggi...", sarebbe distruttivo, andrebbe in contraddizione con tutto ciò su cui è stata costruita la storia di Filippo. Il ragazzo non deve dimostrare niente a nessuno, vuole esserci adesso, certo, vuole esserci domani, certo, vuole esserci a Berlino, ovviamente, forse in cuor suo sa già di aver corso più forte di Mennea sui 100, manca soltanto la certificazione del cronometro. L'importante è che tutto sia vissuto senza pesantezza, senza scadenze, senza considerare nessuna data come una data cruciale, neppure i Mondiali di Doha del prossimo anno e neppure i Giochi di Tokyo del 2020. Sono tutti passaggi, tutti riti iniziatici per una carriera che paradossalmente "La maturazione di Filippo è qualcosa di così lontano che non possiamo ancora vederla". Parliamo di sei anni. E l'immatura vale già 9"94. Ma non bisogna correre con l'agenda in mano. Meglio avere più motivazioni che aspettative. "L'età perfetta del velocista non esiste, troppe variabili". Ma se esiste è tra i 23 anni del Bolt del 2009 e i 27 anni del Mennea del '79. Quindi Filippo può, anzi deve aspettare oi Giochi di Parigi del 2024. Per restare con i piedi per terra e con lo sguardo all'attualità, dopo i Giochi del Mediterraneo è probabile (ma non garantito) che si presenti a Montecarlo al via dei 200, prima di ributtarsi nella preparazione per tornare in Germania per gli Europei di Berlino, ai primi di agosto, dove dovrà vivere la curiosa condizione di emergente/favorito nei 100, nei 200 e dove con Jacobs, Manenti e Desalu o Cattaneo potrebbe comporre una 4x100 da leccarsi i baffi, inglesi permettendo.