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Atletica, Mondiali: infinita Fraser-Pryce, è ancora lei la regina dei 100

La gioia di Shelly-Ann Fraser-Pryce (reuters)
Mamma, parrucchiera, soprattutto atletica eccezionale. A 11 anni di distanza dal suo primo trionfo a Pechino (ora ne ha 33), la giamaicana domina la gara più veloce
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DOHA - Quando lei è fuori, è il marito che manda avanti la ditta di Kingston, in Giamaica, dove si tagliano capelli e si producono codini ed “extensions multicolori”. La parrucchiera “madre” più veloce del mondo, Shelley-Ann Fraser-Pryce, un tempo soprannominata “pocket-rocket”, 33 anni non ancora compiuti, comparsa a Pechino nel 2008 come una stella accecante già a 21 anni, ha dimostrato che a questo mondo, 11 anni dopo, non c’è ancora nulla che possa fermarla e nemmeno starle dietro al punto da preoccuparla. Ottavo oro mondiale con un’autorevolezza che ricorda Bolt. E in fondo sono due facce della stessa meraviglia. Il manuale della velocità applicato alla perfezione in ogni fase dei suoi 100. E non solo. Ha corso in 10”80 e 10”81 anche batteria e semifinale. Spaventosa, semplicemente spaventosa. Per festeggiare ha preso in braccio suo figlio Zyon, 2 anni, che forse correrà a…
DOHA - Quando lei è fuori, è il marito che manda avanti la ditta di Kingston, in Giamaica, dove si tagliano capelli e si producono codini ed “extensions multicolori”. La parrucchiera “madre” più veloce del mondo, Shelley-Ann Fraser-Pryce, un tempo soprannominata “pocket-rocket”, 33 anni non ancora compiuti, comparsa a Pechino nel 2008 come una stella accecante già a 21 anni, ha dimostrato che a questo mondo, 11 anni dopo, non c’è ancora nulla che possa fermarla e nemmeno starle dietro al punto da preoccuparla. Ottavo oro mondiale con un’autorevolezza che ricorda Bolt. E in fondo sono due facce della stessa meraviglia. Il manuale della velocità applicato alla perfezione in ogni fase dei suoi 100. E non solo. Ha corso in 10”80 e 10”81 anche batteria e semifinale. Spaventosa, semplicemente spaventosa. Per festeggiare ha preso in braccio suo figlio Zyon, 2 anni, che forse correrà anche lui, un giorno, e forte. Nei 200 maschili c’è stato il forfait di Coleman fresco oro nei 100 (sapeva che avrebbe perso…). Tra gli azzurri, Desalu qualificato come ripescato per la semifinale di domani mentre non ce l’ha fatta Antonio Infantino. Splendida gara del triplo maschile, tremenda dal punto di vista nervoso, con quattro atleti a giocarsela oltre i 17,50 sino alla fine. Ma non è una notizia che oro e argento siano stati Taylor e Claye, i dominatori americani (17,92 e 17,74). Meritato ma meno atteso forse il bronzo del 26enne Zango, Burkina Faso (17,66), allenato dal grande francese Tamgho, uno dei sei uomini a saltare oltre i 18 metri.La giornata di oggi, ai Mondiali di Doha, ci ha offerto un assaggio delle diversità e del respiro immenso dell’atletica. Una giornata ideale per conoscerne meglio le virtù. Solo che mentre offre il meglio di sé l’atletica non si accorge (non può accorgersi) di come queste sue meravigliose qualità e questa sua intima e inestimabile ricchezza assumano spesso (quasi sempre) fisionomie molto complesse, non facilmente spendibili, che finiscono per giocarle contro. Stretto in poco più di tre ore di programma, abbiamo visto il succo, il senso di questo sport. L’atletica è un mosaico di gesti, alcuni dei quali sfiorano l’arte, ma per molti restano indecifrabili. Solo per comodità chiamiamo tutto questo atletica leggera (perché c’è stato un tempo in cui esisteva l’atletica pesante). In quanto mosaico, l’atletica, si compone di movimenti, di slanci, o di lanci, di salti in estensione e in altezza, di corse velocissime, veloci, meno veloci, di variazioni: è per natura molteplice e inafferrabile. Le sue perle sono spesso respingenti: si conta sulla punta delle dita il numero di chi è edotto.

Il pubblico non ce la fa a seguire. Si appassiona, certo. Ma al pubblico l’atletica, i gesti dell’atletica, chi li ha spiegati? Così particolari, complessi, ricchi nella loro semplicità apparente. Nessuno. L’atletica? Sono venti sport riuniti (almeno). Ma la chiusura sulla sabbia nel salto in lungo, la corretta uscita dai blocchi di un velocista (anche se poi ognuno ha la sua…), i passi speciali del giavellotto, il fatto che il vento contrario non è uguale per tutti (dipende dalla struttura dello sprinter) e o le decine di scarpe chiodate che vengono utilizzate, come si fa a spiegarli? L’atletica non è un gioco. Se vogliamo è questo il suo “problema”. Le regole, infinite, e le tecniche, altrettanto infinite, non sono un dato scontato, alla portata di tutti. Per questo la madre di tutti gli sport, base organica e meccanica di qualunque altra disciplina, nonché regina delle olimpiadi, è uno sport poco mediatico (scriviamo questo per alcune proteste ricevute per la consueta, limitata copertura dei Mondiali di Doha, che finiscono sempre dietro rugby, pallavolo e altro). Una regina, sì, ma lontana. E paga dazio. Arriva sempre dopo, se c’è spazio.
 
Torniamo a Doha, la cui pista (Mondotrack) è veloce, dura, prestativa. Oggi avevano cominciato le ragazze della finale dell’asta. C’è quella che fa il balletto con le dita annerite prima di impugnare definitivamente l’attrezzo per la prova, come se stesse suonando uno zufolo, la tedesca Ryzih. Quella che deve saltare immusonita per un patto col diavolo, la cubana Silva, già oro mondiale a Pechino 2015 e compagna di allenamento dell’azzurra Malavisi. Quella che non dovrebbe mai perdere, la greca Stefanidi. Quella che non dovrebbe perdere neppure lei, la “russa” Sidorova che gareggia sotto la bandiera dell’Ana (Authorized Neutral Athlete) per la perdurante squalifica della federazione del suo paese. Quella che potrebbe battere le due che non dovrebbero perdere, l’americana Norris. Quella che per compensare la Silva sorride sempre e riesce anche a superare il trauma di un’asta spezzata durante una prova a 5,80 (la svedese Bengtsson). Altre entusiaste fanciulle trovano i 4,80 una misura esagerata e si fermano prima. L’asta è una di quelle gare che cominciano e non finiscono mai. Pensate che l’asta dei mondiali dura poco meno di una maratona. Le televisioni, o meglio i registi internazionali, dedicano all’asta poco spazio, come agli altri concorsi. Tutte, più o meno, sentono di appartenere a un “dopo”, al dopo-Isinbaeva. Che era il Bolt dell’asta. Dopo di lei soltanto due donne sono salite oltre i 5 metri: le americane Suhr (5,03) e Morris (5,00). Isinbaeva era arrivata a 5,06. A Doha ha vinto la Sidorova con 4,95, primo oro mondiale a Doha del “paese che non c’è”. Argento a Morris e bronzo a Stefanidi. Agli Stati Uniti, come prevedibile, la prima edizione della 4x400 mista (con il ritorno in pista di Allyson Felix). Asta e triplo gare intensissime. Domani, tra gli azzurri, in pista Hooper nelle batterie dei 200 F, Chigbolu in quelle dei 400 F, Fofana e Perini in quelle dei 110 hs e Desalu nelle semifinali dei 200.