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Atletica: Coleman, il campione che non piace alla gente ora rischia Tokyo

Christian Coleman (ansa)
Atleta di grandissimo spessore, più sessantista che centista, lo statunitense non è mai stato un personaggio mediatico. Ed ora le 'dimenticanze' sui controlli antidoping rischiano seriamente di spingerlo in basso
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ROMA - Chris Coleman è l'eroe dei due mondi, anzi di due mondi apparentemente contigui, ma in realtà non comunicanti: quello della bellezza conclamata e quello del rispetto senza esaltazione. Coleman non ha mai convinto la grande platea. Non è mai stato un campione dal sorriso facile, dalla mediaticità spontanea e per questo non è mai stato molto amato. L'atletica, lo diciamo ogni volta che si può (perché si deve), ha bisogno di nuovi eroi. Ma per esserlo occorre avere in borsa, accanto alle scarpe chiodate e al talento, alcuni elementi che consentano all'eccezionalità di passare attraverso la passione del pubblico. E Coleman ne è sprovvisto. Tra i due mondi, Coleman, allenato da Tim Hall, 24 anni, si è ritagliato uno spazio tutto suo, improvvisando una parte che nessun regista gli avrebbe mai cucito addosso: l'erede di Bolt. Quando stabilì per due volte il record del mondo dei 60 metri, nel 2…
ROMA - Chris Coleman è l'eroe dei due mondi, anzi di due mondi apparentemente contigui, ma in realtà non comunicanti: quello della bellezza conclamata e quello del rispetto senza esaltazione. Coleman non ha mai convinto la grande platea. Non è mai stato un campione dal sorriso facile, dalla mediaticità spontanea e per questo non è mai stato molto amato. L'atletica, lo diciamo ogni volta che si può (perché si deve), ha bisogno di nuovi eroi. Ma per esserlo occorre avere in borsa, accanto alle scarpe chiodate e al talento, alcuni elementi che consentano all'eccezionalità di passare attraverso la passione del pubblico. E Coleman ne è sprovvisto. Tra i due mondi, Coleman, allenato da Tim Hall, 24 anni, si è ritagliato uno spazio tutto suo, improvvisando una parte che nessun regista gli avrebbe mai cucito addosso: l'erede di Bolt. Quando stabilì per due volte il record del mondo dei 60 metri, nel 2018, scalzando il 6"39 di Maurice Greene che pareva inattaccabile, lo ha fatto quasi con discrezione, senza esaltare nessuno, forse neppure se stesso, come fosse l'inevitabile conseguenza dell'applicazione in allenamento e dello sfruttamento delle doti fisiche. Ma così è? Sì, a condizione però di dimostrare di essere "puliti". Quando è diventato campione del mondo dei 100 metri, dopo esserlo stato anche nei "suoi" 60, la cosa è passata così: per forza, non c'è nessuno più veloce di lui al momento. No, però ciò non basta a spingerlo avanti anche nei sondaggi di gradimento e fissarlo nell'aura degli indimenticabili. Coleman è il classico atleta di "frontiera", un po' di qua e un po' di là, forte ma non seducente. Anche fisicamente, con una complessione tipica del velocista di qualche anno fa, diciamo prima di Bolt, con il suo 1,75 (12 centimetri più basso di Tortu), Coleman rappresenta due universi distinti: la muscolarità e la fluidità, ma con più caratteristiche della prima. Più sessantista che centista, perché con 6"34 nei 60 dovrebbe correre i 100 almeno in 9"60. Ma forse questo non succederà mai.

A tutti è venuto in mente: che sarebbe successo se Coleman fosse esploso mentre Bolt correva i 100 in 9"58?  Che avrebbe probabilmente fatto la fine, nobile, di Gay o di Gatlin, per non dire dell'ultimo Asafa Powell o, nei 200, di Spearmon: secondi nati. In più Coleman, a conferma di questa sua natura ambivalente, quasi da doganiere dello sport moderno, che scruta contemporaneamente il doppio orizzonte, non si è mai preoccupato di assumere un atteggiamento inattaccabile nei confronti dei controlli anti-doping. Già prima dei Mondiali di Doha dello scorso anno, era stato accusata di aver saltato tre controlli a sorpresa, che sarebbero bastati per portare a una squalifica. Poi, avvocati di tutto rispetto, dalla parcella milionaria, sono riusciti a cancellare uno di quei controlli ed evitare il rinvio a giudizio presso la Procura dello sport mondiale.

Salvato, Coleman ha vinto i 100 di Doha tra i mugugni di qualche collega, poco rassicurato dall'andamento del suo percorso. Adesso ci è cascato un'altra volta. Aggiunti agli altri due, il terzo "whereabouts" saltato (tre indizi fanno sempre una prova) comporterebbe l'automatica squalifica per due anni. Come è noto, tanti sportivi di grido sono stati cancellati senza tuttavia esser stati mai trovati, di fatto, positivi. A volte basta qualcos'altro, come capitò a Marion Jones, che finì in carcere per aver mentito alla giustizia americana, non per essersi dopata. La luce buia del doping torna a colpire lo sprint americano (dopo l'angosciante tempesta che ha devastato la figura di Alberto Salazar e dei suoi mezzofondisti dell'Oregon) e aggiunge nebbia all'immagine degli Stati Uniti di Trump, rimestando nel torbido da cui emerse prima la criminalità del Laboratorio Balco del feroce Conte che, fra gli altri fiori all'occhiello, spinse Montgomery al suo record del mondo (9"79), e dopo l'ingenua illegalità della seconda positività di Gatlin, poi redentosi da solo.

La World Athletics di Coe, spesso accusata di aver utilizzato due pesi e due misure per deliberare sui peccati del proprio mondo (scure sulla Russia, più comprensione verso altri paesi), per bocca stessa di Coe, non può e soprattutto non vuole più dare adito a illazioni: chi sbaglia paga, poco ce ne importa del suo passaporto. E così sia. Coleman è il n.1 dei 100 metri da almeno tre anni. Vanta un personale di 9"76. All'atletica non può che dolere, questo fatto che una delle sue stelle, ancorché pallide per mancanza di "appeal", venga accantonata. Ma sicuramente fa più bella figura se decide di colpire l'inganno. Sarebbe grave e colpevole non farlo. Il Coleman sospeso rischierebbe così di saltare Tokyo, perché se anche la squalifica decorresse da dicembre 2019, momento del fattaccio, ciò non basterebbe a "ripulirlo" in tempo per Tokyo. Pensando a Lyles, De Grasse e Tortu, e senza emettere giudizi prematuri, cinicamente verrebbe da dire: bene, vuol dire che nel caso si libererà uno spazio per la bellezza pulita. E non è poco.