Poco tempo fa ammise: “Più mi riguardo e più penso che il mio salto aveva qualcosa di moderno”. Sarebbe stata felice, l’allenatrice e tecnica Sara Simeoni, di allenare una come sé stessa, la 12enne con la valigia dei sogni in mano che nel 1965 fu indirizzata al campo d’atletica della sua insegnante Marta Castaldo e che dietro i folti capelli neri, in quel miscuglio di fantasie che ci trascina e ci seduce nella primissima adolescenza, immaginava di diventare soprattutto una ballerina, ammesso che mamma Ilda e papà Giuseppe fossero d’accordo. Il 26 luglio di quarant’anni fa, in una Mosca vissuta a metà e vista sotto la lente nerastra del boicottaggio americano dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan, la ballerina Sara che avrebbe trasformato il salto in alto in una danza, si prese l’oro olimpico. Aveva una voglia dentro che non esistevano parole per definirla o contenerla. Un coraggio. Una consapevolezza. Il tutto si ricomponeva nel suo corpo come fosse un desiderio diffuso, anzi armoniosamente distribuito fra cuore, tendini, pancia, muscoli e testa. Rimase sempre composta, centrata.
Sapeva di potercela fare, anche quando fu vittima di un attacco di panico, prima della finale: ebbe la tachicardia, le lacrime agli occhi. Ad un certo punto, era successo questo: ricevette la visita di un’amica scomoda. Visita tardiva, pericolosa. Era la paura. Un sentimento contrario prese possesso del movimento del suo corpo. Si estese sino ai piedi e dai piedi, passando per le scarpette, era come se quella paura l’avvertisse: guarda che fra un po’ ti incollo i chiodi alla pista! Ma Sara non ebbe paura della paura. Invece di combatterla, l’accolse. E quella perse consistenza. Sara superò 1,97. Bastò. Sul podio niente “Inno di Mameli”. Lei canticchiò “Viva l’Italia” di De Gregori, come fosse una specie di mugugno celeste. Pensava a mille cose insieme. A nessuna in particolare. Sapeva soltanto che dopo la prima prova in finale, orribile, non si sa come ma dagli spalti la raggiunse un incitamento: “Svegliati!”. Era suo marito Erminio Azzaro, che a quell’epoca era già diventato il suo allenatore. Alla misura di 1.94 la tedesca orientale Ackermann, una delle sue rivali storiche, quella che l’aveva preceduta sul podio a Montreal quattro anni prima e che per Sara era a lungo rimasta “un mito”, uscì di gara con la testa fra le mani.
La polacca Kielan, dal volto viscontiano, efebico, e l’altra tedesca orientale Kirst superarono 1,94 proprio come Sara. Prima di affrontare l’1,97, Sara e la Kielan non avevano ancora sbagliato una prova e avevano anche effettuato lo stesso numero di salti. Kielan si arrese. Al secondo tentativo, forte di un temperamento che nessun’altra possedeva (e in quell’alto olimpico le più forti erano tutte in pedana, nonostante il boicottaggio…), robusta caratterialmente sin da quando venne scartata dai responsabili dell’Arena della sua Verona per il “ballo dei moretti” dell’”Aida” perché “troppo alta”, Sara grattò il cielo di Mosca con le unghie e sul saccone scese polvere di stelle. A Mosca Sara s’era presentata da primatista mondiale in carica (2,01 stabilito il 4 agosto del ’78 a Brescia). Sara è l’anello di congiunzione tra professionale e passionale. I suoi salti avevano ancora un ripieno romantico, come i piatti della tradizione. Erano il simbolo di un’Italia sportiva piena d’ardore che adesso ripensiamo, che vediamo invecchiata con dolcezza, un’atletica in cui vincere le Olimpiadi voleva dire ancora essere “premiata” con un orologio, mentre stabilire un primato mondiale significava un bonifico di sei milioni.
Esprimeva una femminilità fluida e insieme “cattiva”, era una donna semplice e insieme ostinata. Quella massa di capelli che dondolavano nell’aria di Mosca si allineava al look di altre donne forti del nostro paese, che fossero scamiciate barricadere o più pacate ragazze di campagna. Sara è la figlia di un mondo che non c’è più: il mondo reso vitale dal bisogno di ricostruire e di farlo tutti insieme. Guardarla oggi in rete, mentre si commuove davanti alle sue stesse meraviglie, nei filmati di quei glory days, è una vertigine d’emozione. Ricordi unici.
Sapeva di potercela fare, anche quando fu vittima di un attacco di panico, prima della finale: ebbe la tachicardia, le lacrime agli occhi. Ad un certo punto, era successo questo: ricevette la visita di un’amica scomoda. Visita tardiva, pericolosa. Era la paura. Un sentimento contrario prese possesso del movimento del suo corpo. Si estese sino ai piedi e dai piedi, passando per le scarpette, era come se quella paura l’avvertisse: guarda che fra un po’ ti incollo i chiodi alla pista! Ma Sara non ebbe paura della paura. Invece di combatterla, l’accolse. E quella perse consistenza. Sara superò 1,97. Bastò. Sul podio niente “Inno di Mameli”. Lei canticchiò “Viva l’Italia” di De Gregori, come fosse una specie di mugugno celeste. Pensava a mille cose insieme. A nessuna in particolare. Sapeva soltanto che dopo la prima prova in finale, orribile, non si sa come ma dagli spalti la raggiunse un incitamento: “Svegliati!”. Era suo marito Erminio Azzaro, che a quell’epoca era già diventato il suo allenatore. Alla misura di 1.94 la tedesca orientale Ackermann, una delle sue rivali storiche, quella che l’aveva preceduta sul podio a Montreal quattro anni prima e che per Sara era a lungo rimasta “un mito”, uscì di gara con la testa fra le mani.
La polacca Kielan, dal volto viscontiano, efebico, e l’altra tedesca orientale Kirst superarono 1,94 proprio come Sara. Prima di affrontare l’1,97, Sara e la Kielan non avevano ancora sbagliato una prova e avevano anche effettuato lo stesso numero di salti. Kielan si arrese. Al secondo tentativo, forte di un temperamento che nessun’altra possedeva (e in quell’alto olimpico le più forti erano tutte in pedana, nonostante il boicottaggio…), robusta caratterialmente sin da quando venne scartata dai responsabili dell’Arena della sua Verona per il “ballo dei moretti” dell’”Aida” perché “troppo alta”, Sara grattò il cielo di Mosca con le unghie e sul saccone scese polvere di stelle. A Mosca Sara s’era presentata da primatista mondiale in carica (2,01 stabilito il 4 agosto del ’78 a Brescia). Sara è l’anello di congiunzione tra professionale e passionale. I suoi salti avevano ancora un ripieno romantico, come i piatti della tradizione. Erano il simbolo di un’Italia sportiva piena d’ardore che adesso ripensiamo, che vediamo invecchiata con dolcezza, un’atletica in cui vincere le Olimpiadi voleva dire ancora essere “premiata” con un orologio, mentre stabilire un primato mondiale significava un bonifico di sei milioni.
Esprimeva una femminilità fluida e insieme “cattiva”, era una donna semplice e insieme ostinata. Quella massa di capelli che dondolavano nell’aria di Mosca si allineava al look di altre donne forti del nostro paese, che fossero scamiciate barricadere o più pacate ragazze di campagna. Sara è la figlia di un mondo che non c’è più: il mondo reso vitale dal bisogno di ricostruire e di farlo tutti insieme. Guardarla oggi in rete, mentre si commuove davanti alle sue stesse meraviglie, nei filmati di quei glory days, è una vertigine d’emozione. Ricordi unici.