Il saluto di Giomi: "Lascio un'atletica in grande salute, il modello Italia un esempio per gli altri"
di Enrico Sisti , di Enrico SistiROMA - Alfio Giomi, 73 anni il prossimo 23 marzo, lascia dopo otto anni la presidenza dell'atletica italiana: "Mi lusinga il poter consegnare nelle mani del mio successore (l'Assemblea nazionale ordinaria elettiva deciderà domenica 31) uno sport con un tessuto tale da riuscire ad affrontare un'emergenza come questa, dove ci siamo mossi con anticipo. Siamo stati guidati da una disciplinare che ha anticipato tutti, l'abbiamo stilata a metà aprile e ciò ha cambiato tutto, in termini di elaborazione e di prospettive dell'attività nel pieno della pandemia".
Vi siete permessi di individuare la guida giusta nei tempi giusti...
"Altrimenti saremmo stati costretti ad improvvisare. Siamo sempre stati pronti di fronte alle esigenze che via via si presentavano. Anche Coe, il presidente della World Athletics, ci ha indicato come esempio virtuoso, prendendo il modello Italia come esempio e invitando le altre federazioni ad adottarlo. E…
ROMA - Alfio Giomi, 73 anni il prossimo 23 marzo, lascia dopo otto anni la presidenza dell'atletica italiana: "Mi lusinga il poter consegnare nelle mani del mio successore (l'Assemblea nazionale ordinaria elettiva deciderà domenica 31) uno sport con un tessuto tale da riuscire ad affrontare un'emergenza come questa, dove ci siamo mossi con anticipo. Siamo stati guidati da una disciplinare che ha anticipato tutti, l'abbiamo stilata a metà aprile e ciò ha cambiato tutto, in termini di elaborazione e di prospettive dell'attività nel pieno della pandemia".
Vi siete permessi di individuare la guida giusta nei tempi giusti...
"Altrimenti saremmo stati costretti ad improvvisare. Siamo sempre stati pronti di fronte alle esigenze che via via si presentavano. Anche Coe, il presidente della World Athletics, ci ha indicato come esempio virtuoso, prendendo il modello Italia come esempio e invitando le altre federazioni ad adottarlo. E' stato un grande lavoro di squadra, non avevamo una bacchetta magica".
Otto anni e adesso lei si trova a essere comunque un presidente con un'olimpiade in meno a causa del rinvio di Tokyo e il prossimo ne avrà due con un intervallo di due anni (2021 a Tokyo 2024 a Parigi). Ma secondo lei Tokyo si farà?
"Si farà perché non si può non fare. Si farà con una grande bolla, che il Giappone è in grado di allestire".
E che idea s'è fatto: come saranno?
"Saranno belle e diverse. Mancherà il pubblico, ma forse, le arrivo a dire, gli atleti avranno stimoli supplementari, dopo tanta pazienza avuta, dopo tante attese invano. Sarà un messaggio di vita, Tokyo. Poter competere, ritrovarsi insieme, anche se con modalità leggermente ritoccate, è un messaggio più che sportivo: è un messaggio etico, risultati e insieme speranza umana, sociale".
Eppure nessuno vuole ancora parlarne...
"Perché nessuno prende in considerazione l'ipotesi di non farle".
Forse bisognerà anche ripensare alla fruizione dello sport. Il pubblico è comunque lontano.
"Non si può accettare che l'assenza del pubblico sia la normalità, siamo umani e la partecipazione diretta è umanizzazione estrema dell'attività sportiva. Immaginiamole come le olimpiadi del passaggio verso una riconquista".
Pensiamo al pubblico nel 2016 di Gianmarco Tamberi...
"Gimbo e il suo pubblico sono una cosa sola, vive di questo. Anche lui saprà trovare il bandolo della nuova matassa, benché aggrovigliata".
Questa stagione così unica ci ha spiegato che la rimodulazione del formati dell'atletica deve servire come "ponte", non come traguardo...
"Speriamo che questo periodo ci insegni e che poi si metta da parte l'insegnamento, perché arriverà pure un giorno in cui non ce ne sarà più bisogno!".
Che atletica ha preso, nel 2012, e che atletica lascia, nel 2021?
"La premessa è che non intendo giudicare nessuno, ma forse nel 2012 a Londra non si poteva fare di più. Il mio obiettivo, all'inizio, era di poter effettuare dei cambiamenti in tempi relativamente brevi, ma ho dovuto ricredermi. Quattro anni non sarebbero stati sufficienti".
Quando se ne è accorto?
"Non posso indicare una data precisa, ma presto. Sono arrivato alla presidenza che ovviamente ero già da molto tempo negli ingranaggi del sistema, ma i meccanismi di uno sport sono complessi e in continua mutazione. Abitudini, attitudini. Non si poteva far meglio di colpo. Il primo mio pensiero è stato per il settore tecnico, dove ho preteso una specie di rivoluzione: il decentramento. Noi dovevamo far crescere il tecnico con l'atleta. E non portare l'atleta dal miglior tecnico esistente. Alla lunga questa rettifica di base ha dato i suoi frutti".
Un esempio?
"Gli atleti che ottengono il pass olimpico. A Londra gli azzurri erano 38, 39 a Rio. Se i Giochi fossero domani ne avremmo 66/67, pur essendoci in più soltanto la 4x400 mista, che peraltro non incide molto perché si tratta dei ragazzi già qualificati per i 400 e la 4x400 classica".
E alla base?
"Sono aumentati i tesserati, i praticanti e soprattutto i risultati a livello giovanile. E' un movimento unico in cui valorizzare i tecnici di base, che per me devono essere sempre più presenti ai raduni...".
Secondo la teoria per la quale l'atletica non è "esattamente" uno sport individuale...
"Credo che l'individuo sia anche molto valorizzato dall'ambiente e per individuo intendo atleta e tecnico. Per vincere c'è anche bisogno di tanti altri aspetti: è sempre una squadra che vince, inclusi fisioterapisti e psicologi. Certo poi in pista va una sola persona...".
Perché allora, ad alto livello, a livello assoluto, a livello di grandi manifestazioni, siamo ancora affamati di medaglie
"Dipende dalla complessità dello sport, è difficile per tutti andare a podio. Ma certo più hai atleti da medaglia e più puoi sperare. Molti dei nostri possono essere considerati da finale olimpica o mondiale. Prima ne avevamo molti meno. Ci vuole talento e capacità di portare il talento a esprimersi nelle migliori condizioni, quando è al top. Non sempre riesce. Ma a Tokyo ci presenteremo con la squadra più competitiva degli ultimi anni, come del resto hanno confermato il Mondiale di Doha, il quarto posto agli Europei di squadra e il miglior risultato di sempre nel cross, negli Europei Jr. E davvero sono costernato che non mi sia stato possibile, a livello personale, concludere con le olimpiadi, che sono la cartina di tornasole di ciò che si è fatto nei tre anni precedenti. Io sono un presidente col primato: in otto anni ho fatto una sola olimpiade, Rio. Peccato".
E il rapporto con le scuole?
"Il sistema è cambiato. Negli anni Settanta le scuole erano il primo bacino di raccolta dell'atletica italiana, gli insegnanti di educazione fisica erano tecnici. Io stesso iniziai ad insegnare nel '69. L'atletica era lo sport delle scuole, i Giochi della gioventù, i Campionati studenteschi. Ora è tutto cambiato. E' un problema ormai culturale. Che si può risolvere soltanto dall'interno. Nelle scuole si è persa la percezione che l'atletica è madre di ogni altra disciplina".
Ma perché è successo?
"Sono cambiati gli operatori. All'epoca l'insegnante di educazione fisica si era laureato all'Isef (ora Iusm, ndr). Ma finita quella generazione, dietro non c'era quasi niente. Noi siamo diventati vecchi. I giovani non c'erano e progressivamente l'atletica non è più riuscita a garantire il sostegno economico ai preparatori, ai tecnici. Non è di facile risoluzione il problema, ma intanto si può iniziare ad affrontarlo. Ci vorrebbero più risorse".
E ci sono specialità che sono un po' sparite...
"Le specialità più tecniche sono le più difficili da gestire. Per questo la mia idea di restituire al territorio le competenze tecniche attraverso un legame più forte fra tecnici e atleti, soprattutto se ragazzi".
Tornando alla quadratura del cerchio come presidente, quando si è invece accorto che qualcosa stava cambiando?
"Forse l'inizio del 2019, grazie allo straordinario lavoro a livello giovanile svolto da Stefano Baldini, iniziato nel 2017. Nel 2019 abbiamo iniziato a raccogliere. E non ci siamo più fermati".
Ma perché Stefano è andato via?
"Non lo so. E' una risorsa. Per me è stato un dolore vederlo allontanarsi. Spero che torni il suo momento".
Due nomi. Il primo è Schwazer.
"C'è sempre un alone di mistero intorno a lui, inutile nasconderlo. Lei sarebbe in grado di affermare: io conosco la verità?".
Certo che no. Però le chiedo: che se ne parli è un danno per l'atletica italiana.
"Ma certo. L'atletica ha pagato un dazio enorme, non ci sono dubbi. Comunque vada a finire la storia processuale di Schwazer, l'atletica ha sofferto colpi tremendi, pur cercando di restare al di sopra delle valutazioni umane. Da istituzioni dovevamo sempre affidarci alle istituzioni".
Il secondo nome è Tortu, che ha portato il 9"99 e una visione nuova della velocità italiana.
"Il 100 è uno degli eventi sportivi più seguiti al mondo. Penso che i 100 di Bolt a Berlino siano stati una delle gare più celebri della storia dello sport, con più di due milioni e mezzo di spettatori (che è cosa pazzesca per l'atletica). Per me è stata una fortuna vedere crescere Filippo. Anche se sono certo che la gara del 9"99 non è stata la gara più veloce della sua vita. Adesso penso che potrà essere competitivo anche sui 200".
E' una sensazione corretta o sbagliata quella che ci fa temere che qualcuno si diverta a dargli addosso?
"Qualunque numero uno si trascina dietro appassionati e ammiratori, detrattori e invidiosi".
Ma non sarebbe meglio esaltarlo e basta, specie in un momento in cui rischiamo di avere cinque staffette da finale olimpica, abbiamo un ragazzo che s'è preso i primati italiani dei 5 mila e dei 10 mila, del record di Faniel nella maratona, di Fabbri, di Larissa? Non sarebbe ora di finirla con questa moda della conflittualità interna?
"C'è sempre stata. Cinquant'anni fa era lo stesso. Mennea lo attaccavano da tutte le parti. Non facciamo altro che essere parte di una società. Sogniamo lo sport come una nicchia, immune dalle pecche della società, del sistema che la lo genera. Semplicemente: è impossibile. Anche se migliore, lo sport non può non ereditare pregi e difetti di un Paese".
Qual è stato il momento più bello di questi otto anni?
"La vittoria mondiale a Tampere della 4x400 maschile U20 (Gjetja, Romani, Sibilio e Scotti, luglio 2018, ndr). Una staffetta così certifica lo stato di salute di un movimento. Lì ho capito che stavamo facendo la cosa giusta. Così come ai Mondiali di staffetta di Yokoama nel 2019. Solo con una crescente capacità di programmazione si può arrivare a quei traguardi".
E tutti i ragazzi si dicono carichi da morire per i prossimi mondiali di staffetta di Chorzow (1-2 maggio).
"Lo credo. Non avevo dubbi al riguardo".
E il momento peggiore della sua gestione?
"Al di là dell'infortunio di Tamberi a Montecarlo un mese prima dei Giochi di Rio, tecnicamente parlando, la 4x400 femminile agli Europei di Berlino del 2018: fu un incubo. Quasi meglio non ricordare".
Per caso ha qualche rimpianto?
"No. Fare il presidente dell'atletica è così bello che è bello anche se ti arriva uno schiaffo, anche se passi situazioni drammatiche, come il dopo Rio, le dimissioni del dt Magnani attraverso la stampa".
Poteva fermare Daniele Greco agli Europei di Zurigo nel 2014, prima che si rompesse il tendine d'Achille?
"Io gli proibii di gareggiare, non accettavo l'ipotesi che rischiasse. Ma poi mi dissero che la mia sarebbe stata una decisione politica e non tecnica. Sappiamo come è andata...".
E adesso che farà?
"Continuerò a lavorare con la mia società, l'Atletica Grosseto".
Ci dia una luce per domani.
"Farò di più. Le darò un nome e un cognome: Ambra Sabatini, una ragazzina della mia società. Ha avuto un incidente e ha perso una gamba. L'hanno amputata sopra il ginocchio. Era dietro sulla Vespa del padre. Sono andato a trovarla a Careggi. Potete immaginare lo stato d'animo. Era lei che faceva coraggio a tutti. Con la voglia di tornare da spaccare il mondo. Ha appena compiuto 18 anni. Sta per entrare nelle Fiamme Gialle. E forse sarà lei a cambiare la storia paralimpica. Corre come se avesse anche due gambe. Ho mandato ieri un filmato a Filippo. Non ho mai visto spingere così una ragazzina amputata. Fa i 100 metri. Le farò fare anche gare con normodotati. Potrebbe essere la prima velocista paralimpica a partire dai blocchi".
Ultima cosa: ha lasciato all'Italia gli Europei del 2024 a Roma.
"Stiamo costruendo la governance, ma non toccherà a me designarla. Dentro ci saranno governo, Regione Lazio, Comune di Roma, Coni, Sport & Salute. Rifaremo tutte le piste, compresa quella dell'Olimpico (dove si lavorerà nel '22-'23). E appena fatta la governance si comincerà a lavorare. Qualcosa di straordinario che cadrà a cinquant'anni dagli Europei di Roma del '74. Provare a vincere in casa: capisce che bellezza per i nostri ragazzi?".