Venerdì sera contro gli Usa, nella prima partita della Frecciarossa Cup, Sandro Campagna taglierà il traguardo delle 400 partite da commissario tecnico azzurro. «Che sommate alle 409 da giocatore fanno una vita intera».
Una vita per il Settebello la sua, Campagna.
«Se consideriamo che la mia prima partita in nazionale da giocatore risale al 1982, parliamo di un arco di quasi quarant’anni. Tanta acqua è passata tra le porte».
E molta ne passerà ancora fino a Tokyo.
«Il nostro obiettivo è quello di essere pronti per l’Olimpiade, il triangolare di Ostia è una tappa di avvicinamento importante, come lo sono tutte le partite in cui il Settebello scende in vasca».
La sua carriera è coincisa con alcuni dei momenti più alti nella storia della pallanuoto italiana. Il più bello da giocatore?
«Barcellona ’92, senza dubbio, una giornata che è diventata storia dello sport per tutto quello che è successo dentro quella vasca e per quella vittoria contro tutto e tutti».
E il più bello da ct?
«Difficile scegliere tra i due Mondiali vinti, nel 2011 e nel 2019, ma io metto assieme a quei due momenti anche le medaglie olimpiche, l’argento di Londra e il bronzo di Rio, difficili, sudate, drammatiche per certi versi».
Cosa cambia, a livello di emozione, tra vincere nell’una o nell’altra veste?
«L’adrenalina del giocare e vincere una partita e un torneo dentro l’acqua è insostituibile, è una fiammata immediata, una gioia inspiegabile a parole. Da ct la vittoria è invece il premio a un lavoro di anni, alla capacità di programmare, di far crescere i tuoi uomini, di allenare e di scegliere. Una costruzione dal basso, con geometrie precise, e intanto che costruisci le cose intorno a te cambiano. Cambia la pallanuoto e cambia anche la geografia del mondo».
La Jugoslavia, rispetto alla sua epoca in vasca, ora è trina: Croazia, Serbia e Montenegro sono tre ossi durissimi in ogni torneo.
«Sono le avversarie più dure per l’innata capacità che hanno di fare squadra e di unirsi. Ma non dimentichiamo la grande tradizione dell’Ungheria e la Spagna, la nostra avversaria storica. L’oro di Tokyo ce lo giocheremo con tutte queste squadre e naturalmente non sarà facile».
Com’è cambiata la pallanuoto in questi quarant’anni?
«Certamente l’aspetto fisico è diventato ancor più importante. Ma credo che allenare la testa, la disciplina, la capacità di fare squadra resti l’aspetto fondamentale di uno sport che è basato su equilibri perfetti. Allenare un pallanuotista è come crescere una strana specie di centauro, metà uomo, metà pesce, ma le gambe e le braccia non arrivano se la testa non le sostiene».
Il campionato italiano, con la formula a quattro minigironi, cosa le ha detto finora?
«Si è fatto il massimo che si poteva, l’alternativa era sparire, non avere più un campionato. Certamente nella seconda fase, quando si incontreranno tutte le migliori, il livello dello scontro si alzerà e i giocatori tireranno fuori il massimo per le proprie squadre e per mettermi in difficoltà nelle scelte in vista dell’Olimpiade».
Il dominio decennale di Recco è un bene o un male per la pallanuoto italiana?
«Dipende dal punto di vista dal quale guardiamo le cose. I giocatori di Recco hanno la possibilità di crescere in un ambiente supercompetitivo e di lavorare anche in una dimensione internazionale. Le squadre avversarie a volte partono sconfitte, non combattono, e questo non va bene. Ma la crescita di Brescia, un’Ortigia forte e la rinascita del Posillipo mi fanno ben sperare per un finale di campionato acceso, di grandi battaglie, molto esigenti. È quello che qualunque ct sogna di vedere».