Sport

Jacobs, un tesoro di sprinter verso Tokyo

Lamont Marcell Jacobs (ansa)
Atletica, dopo l'oro agli Europei indoor in Polonia nei 60 metri, l'Italia sogna di avere un nuovo Mennea
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Sessanta metri di gloria, una folata di vento e di azzurro che si allunga e sprinta verso Tokyo. L’oro europeo di Marcell Jacobs nei 60 indoor in una gara che era stata italiana una volta sola, con Stefano Tilli, nel preistorico 1983, vale un tesoro per come è venuta, e per quel che significa in prospettiva olimpica. Jacobs, 26 anni, nato a El Paso, mille tatuaggi, di casa all’Acqua Acetosa, una vita di corsa, un figlio prestissimo, scelte dolorose e altre da prendere ancora, una rivalità con Tortu che è più un’amicizia, una cosa vera, che sa di buono: la somma di tutto questo si è lanciata come un fulmine sul traguardo di Torun. «Filippo mi ha scritto ieri dopo la gara» spiega ora il neo-campione europeo, «e mi ha detto solo: “Caro Marcell, mi hai fatto vincere 100 euro. Bello no?». Bello che siano azzurri entrambi, l’uno con sangue e fibre americane, l’altro brianzolo di Sardegna. «La mia vita» prosegue Jacobs, «non è mai stata semplice né scontata. A 2 anni, quando mia madre e mio padre, marines di stanza a Vicenza, si separarono, venni in Italia con lei e negli Usa non sono più tornato, se non una sola volta, nel 2008. Fino ad allora avevo sempre detto, a chi me lo chiedeva, di non avere un padre. Lo conobbi allora, e da quel momento in qualche modo è entrato nella mia vita, mi scrive, mi ha scritto anche ieri, dopo la mia vittoria». Ma il 6”47, record italiano e primato mondiale stagionale, ventesimo (e quarto in Europa) nelle liste all-time, come si potrà tradurre sui 100, all’aperto? «Non so se avrei corso sotto i 10”, ieri (ha un record di 10"03),  ma ci sarei andato comunque vicino. Tra 60 e 100 naturalmente ci sono differenze, ci lavoreremo, anche in ottica staffetta. Abbiamo delle enormi potenzialità».  

Il segreto è nella testa: «Ho un mental coach e prima della finale sono stato al telefono mezz’ora con lui. Sono partito sereno, concentrato, senza eccedere, sicuro di me. Ed è la realizzazione di un lavoro lungo anni assieme al mio allenatore Paolo Camossi. Con lui ho deciso di lasciare Desenzano e vivere a Roma. Prima al Flaminio, ora al Fleming, a cinque minuti dall’Acqua Acetosa. Ci arrivo in bicicletta». Ha tre figli, Jeremy, Anthony e Megan, il primo avuto a 19 anni, gli altri due nel 2019 e nel 2020. Il suo corpo è un mappamondo: «Ho una tigre sulla schiena, è un animale che mi piace, timido e aggressivo, una rosa dei venti, la scritta Carpe diem, un’ancora, le date di nascita dei miei fratelli, il mio nome su Instagram, Crazylongjumper, il Colosseo e un gladiatore e molte altre cose, molti altri momenti di vita, le esperienze fatte». 

Di americano non ha neppure l’accento, né l’inglese: «Dovrò iniziare a impararlo di nuovo. Ecco, agli americani invidio una cosa: il killer instinct prima di una finale. Loro magari fanno una stagione così così e poi piazzano la gara perfetta nel momento che conta di più». Così ha fatto a Torun, in 60 metri tirati allo spasimo. «Ero uno scavezzacollo, mi piaceva divertirmi, i risultati di ora sono la conseguenza della mia crescita e della mia dedizione al lavoro». Ha abbandonato il lungo (ha un record indoor di 8.07) e si è messo a spingere forte, anche grazie a Tortu: «La concorrenza interna fa bene, confrontarmi con Filippo è importantissimo, lui conosce le mie potenzialità e io le sue. Andremo lontano». 

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