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Boxe, Ali-Frazier tra Fbi, Vietnam e diritti civili: cinquanta anni fa il vero 'match del secolo'

Una fase del match del secolo (foto World Boxing Council) 
L'8 marzo 1971 al Madison Square Garden un mondiale dei pesi massimi rimasto nella storia. Lo vinse ai punti Smokin Joe e fu il primo atto di una trilogia leggendaria che vide 'The Greatest' imporsi negli altri due
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Nella notte dell'8 marzo 1971 viene violato ciò che sembra inviolabile. Degli uomini penetrano nel palazzo dell'Fbi di Philadelphia impossessandosi di documenti scottanti. E' il primo vero scacco ad Edgar Hoover, uno che anche grazie alla infinita quantità di dossier riguardanti tutto e tutti, l'Fbi la comanda ininterrottamente da quasi mezzo secolo. La scelta non è casuale: l'America quel giorno è distratta dal 'Fight of the century'. Una etichetta ricorrente nella storia della boxe, eppure il primo atto della trilogia tra Joe Frazier e Muhammad Ali detiene il copyright. Al Madison Square Garden di New York c'è più di un 'semplice' titolo mondiale dei pesi massimi. Il ring è un intreccio inestricabile: politica, società, diritti civili, questione razziale. Il commento tecnico per la tv statunitense via cavo viene affidato ad una stella del cinema di grandezza assoluta, Burt Lancaster. Ci sono Ted Kennedy, Barbra Streisand, Bing Crosby. Dustin Hoffman cerca di intrufolarsi in sala stampa ma viene respinto con perdite. Chiede un posto anche Frank Sinatra, un bordo ring ovviamente. Ma si è mosso tardi, contando troppo sul fatto che il suo nome apra qualsiasi porta. Stavolta è dura, e per aggirare l'ostacolo interviene la rivista Life, che lo accredita come fotografo. Un premio meritato, visto che The Voice ha un amore infinito per la boxe: a parte qualche comparsata da dilettante, ha organizzato, fatto il manager, sempre presente ai grandi match. Qualche anno dopo pagherà persino cifre astronomiche per le cure al mito dei pesi massimi, Joe Louis, gravemente malato.

Il programma della riunione (reuters)

Il ritorno di Ali dopo la squalifica: Quarry e Bonavena

Si parla più dello sfidante che del campione. Muhammad Ali a dire il vero campione del mondo lo era, ma poi ha pagato le sue battaglie per i diritti civili, soprattutto il rifiuto alla chiamata alle armi per la guerra del Vietnam. Ai nostri giorni viene celebrato come mito e basta, ma nel marzo del 1971 è un personaggio che spacca brutalmente l'opinione pubblica: nelle università in tumulto è un simbolo, per l'America conservatrice è un nemico pubblico. La posizione sul Vietnam gli è costata oltre tre anni di squalifica e di battaglie legali per tornare sul ring. Quando finalmente ci riesce, non gira intorno alla questione: vuole riprendersi al più presto il suo titolo. Per arrivarci niente scorciatoie, affronta subito due 'speranze bianche'. Uno è Jerry Quarry: lo doma grazie ad una brutta ferita che consiglia l'arbitro a interrompere l'incontro. L'altro è un argentino, lo chiamano 'Ringo' per il modo di pettinarsi stile Beatles: si chiama Oscar Bonavena. Gli argentini che si affacciano nei massimi non sono tanti, ma sono tosti. Negli anni venti Luis Firpo, il Toro della Pampa, prima di venirne sconfitto per ko, aveva buttato fuori dal ring Jack Dempsey: una scena talmente suggestiva da venire immortalata in un celebre quadro di George Bellows. Tosto lo è pure Bonavena, persino cattivo con le parole: definisce Ali "canguro nero maleodorante" e il match ne risente. Una battaglia: Ali dopo fasi alterne la spunta con uno spettacolare ko alla quindicesima ripresa.

Quarry e Bonavena, oltre ad Ali e Frazier (anche lui li ha battuti) hanno in comune un destino avverso. Quarry si trascinerà sul ring fino a 47 anni, morirà a 53 quando, vittima delle demenza, probabilmente non ricordava neanche il suo nome. Bonavena sarà ucciso a soli 33 anni in un parcheggio di Reno, nel Nevada, preso a fucilate dal buttafuori di un bordello, tale Ross Brymer. Il movente preciso rimarrà sempre un mezzo mistero, il più accreditato va sulla gelosia: Bonavena, un gran un bel tipo, se la intendeva con Sally, la donna del suo ex manager Joe Conforte. E questo alle sue dipendenze aveva proprio Brymer...

Ali alle corde sotto l'incalzare di Frazier (foto World Boxing Council) 

Frazier e quel viaggio in Cadillac verso New York

Le due vittorie restituiscono ad Ali il ruolo campione del mondo dei pesi massimi: succede nell'immaginario collettivo, mentre il detentore del titolo è etichettato come usurpatore. Ma Joe Frazier usurpatore non è. Per quella corona ha lottato tanto, quel titolo non glielo ha regalato nessuno. Sa però che se non affronterà e batterà Ali, il campione sarà sempre quell'altro. E' anche per questo che caldeggia la restituzione della licenza per combattere al rivale e gli offre anche sostegno economico nei momenti più bui. Capisce che deve batterlo, ancora di più quando gli dà un passaggio sulla sua Cadillac, 155 km da Philadelphia a New York,. A fine viaggio, un capannello di ammiratori circonda Ali, fioccano le richieste di autografi, mentre per lui niente... Forse è in quella strada di New York nasce il match del secolo.

Ali alle operazioni di peso (foto World Boxing Council) 

Ali e quel gancio sinistro...

La battaglia da 5 milioni di dollari (a tanto ammonta la borsa complessiva dei due) è fissata per l'8 marzo, ma quella psicologica inizia molto, molto prima. L'arma è quella dei diritti civili dei neri: Ali ne fa una bandiera indicando l'altro come il nemico, il nero integrato, l'amico dei bianchi (''Solo gli sceriffi dell'Alabama e Richard Nixon avrebbero tifato per lui"). Ma se c'è una cosa che innervosisce Frazier è quando viene chiamato 'Zio Tom'. Quella definizione gli dà veramente fastidio. Primo, perché nonostante effettivamente sia gradito all'establishment, ha idee sui diritti civili non troppo dissimili da quelle di Ali. Secondo, perché quel titolo non glielo ha regalato nessuno. Lo ha sognato sin da quando, bambino nella Carolina del Sud aiutava la famiglia di agricoltori nell'allevamento dei maiali. Da quando ha conosciuto la boxe su una televisione che la famiglia Frazier ha acquistato con tanti sacrifici. E forse ancora di più da quando si è visto negare l'ingresso nella palestra di boxe della sua Beaufort in quanto nero, costretto a sfogare la sua rabbia dando cazzotti su un sacco di fortuna. Un colpo in particolare gli viene naturale, il gancio sinistro. Quando si trasferisce a Philadelphia, il suo allenatore vede il fumo uscire dai guanti quando picchia soprattutto con quel colpo inventa l'alias che lo accompagnerà per sempre: 'Smokin Joe'.
Già, il gancio sinistro. E' il fiore all'occhiello di Frazier, mentre Ali qualche problemino con quel colpo lo ha sempre avuto. Nel 1962, e proprio al Madison, ne ha preso uno da Sony Banks che lo ha spedito al tappeto. E l'anno dopo, alla Wembley Arena, ne ha preso un altro, se possibile ancora peggiore, da Sir Henry Cooper facendo la stessa fine. I due incontri poi li ha vinti prima del limite, ma...

Il Madison Squadre Garden 
Insomma Frazier non è campione del mondo per caso. E' stato oro olimpico a Tokyo, ha  battuto i più forti per arrivare in cima, e se l'altro è stato squalificato non è stata certo colpa sua. Ma la campagna mediatica di Ali non fa sconti. Comparsate agli allenamenti di Frazier, e soprattutto parole, parole, parole alle quali l'opinione pubblica non rimane indifferente. C'è chi lo detesta, c'è chi pende dalle sua labbra. Si dice che i figli di Frazier un giorno siano tornati a casa da scuola in lacrime: gli altri bambini li avevano insultati perché il loro papà era l'amico dei bianchi. "Tutti vogliono vedere il match perché ci sono io'', è il mantra di Ali. E molto di vero in questa frase c'è: il match va in diretta in mezzo mondo, tante altre nazioni -compresa l'Unione Sovietica-lo trasmettono in differita. Le operazioni di peso sono una ghiotta occasione per l'ennesimo show di Ali, che 'sfrutta' la chiamata dello speaker, che lo definisce sfidante per inscenare una protesta plateale.

L'Italia sveglia nel cuore della notte. Giorgio Martino: "Ero il telecronista di riserva"

Il grande momento è alle 22,20. In Italia sono le 4,20 del mattino, ma in molti sono rimasti svegli per seguire il match che la Rai trasmette in diretta. La telecronaca è affidata a Paolo Rosi, negli studi di Roma Giorgio Martino è pronto a subentrare in caso di problemi nel collegamento audio: "E' una delle tante volte che ho fatto il telecronista di riserva a Paolo, avveniva anche per il rugby quando commentava il Cinque Nazioni. Spesso preparavamo anche insieme l'evento. Durante i round si parlava poco, non avevamo uno stile invasivo. Piuttosto si tendeva a commentare nel minuto di intervallo". E a proposito dell'etichetta di match del secolo, Martino ricorda: "In quel momento non era possibile capire che stavamo per assistere ad un match che sarebbe ricordato in questo modo. Io tra l'altro pochi mesi prima avevo fatto il telecronista di riserva anche per la partita del secolo, Italia-Germania 4-3. E tanti anni dopo ho commentato quello che viene definito il gol del secolo, quello di Maradona all'Inghilterra". Anche in Italia comunque, un audience enorme: "Il pugilato era seguitissimo, quella era l'epoca di Benvenuti. Ma se in America il match aveva connotati politici, con la sinistra progressista che tifava Ali e la destra conservatrice per Frazier, da noi la passione era limitata al lato sportivo. Tendenzialmente aveva più tifosi Ali, undici anni prima aveva vinto l'oro alle Olimpiadi di Roma e lo consideravamo un po' nostro". 

Il quindicesimo round, una vita racchiusa in un colpo

22,20 ora di New York. Jack Dempsey, Joe Louis e Sugar e Ray Robinson salgono sul ring, ricevono l'ovazione del Madison. La Grande Mela è divisa in due. Lo è persino la comunità nera: al Madison i più ingioiellati sono tendenzialmente per Smokin Joe, i più alternativi per Ali. Gong, si parte. Parole, tante, e pugni, abbastanza: da parte di Ali sprazzi pugilistici di talento immenso, inarrivabile, ma dopo qualche round quella inattività si fa sentire. Frazier si fa sempre più minaccioso: le sue gambe sembrano tronchi ben piantati che avanzano con lentezza solo apparente e tremendamente  minacciosa. Ali è l'araba fenice: all'undicesimo round tocca il tappeto anche se per l'arbitro Mercante è una semplice scivolata, sembra sull'orlo del baratro eppure nei successivi, soprattutto nel quattordicesimo, mette colpi che potrebbero fiaccare il morale di chiunque. Quindi l'epilogo, il quindicesimo e ultimo round. Banks e Cooper, Ali soffre il gancio sinistro. Ma quello di Frazier però ha qualcosa in più. E' l'Urlo di Munch, è il sorriso di Marylin, è la foto di Che Guevara, è una immagine iconica della boxe ed al tempo stesso è l'apice della sua vita. Ali va al tappeto, si rialza e riesce a finire in piedi, ma è chiaro dove andrà il verdetto. Frazier vince ai punti, si conferma campione del mondo, per Ali è la prima sconfitta.

La rivincita di New York e la bella a Manila

Il match del secolo è finito, ma in realtà una delle più grandi rivalità della storia dello sport è appena cominciata. Protagonisti in talk show, pronti a stuzzicarsi ad ogni occasione, Ali e Frazier (che continuerà per sempre a chiamarlo Cassius Clay), si affronteranno altre due volte. La prima, dopo che Frazier ha perso la corona, devastato da un ragazzone del Texas, George Foreman. A New York per il titolo nordamericano, vittoria ai punti di Ali. La seconda, dopo che Ali si è ripreso il titolo, battendo una incredibile notte nello Zaire lo stesso Foreman. A Manila, nelle Filippine, è uno dei match più violenti di sempre. Eddie Futch, l'uomo che ha guidato Frazier a quei livelli, vuole veramente bene al suo pugile: nel minuto che separa il quattordicesimo dall'ultimo round si preoccupa solo della sua salute e dimentica di rivolgere lo sguardo all'angolo opposto. ''Basta Joe, resta seduto, è finita'', chiedendo all'arbitro di sospendere il match. Dall'altra parte stava per fare la stessa cosa il mitico manager di Ali, Angelo Dundee... Vittoria ad Ali per abbandono, ma sembra veramente solo un dettaglio. "Non sono mai stato così vicino alla morte...", commenterà The Greatest. E indubbiamente quel match pose fine all'astio, e con esso anche alla grandezza pugilistica dei due. Frazier andò a sbattere ancora contro la montagna Foreman, Ali andò avanti di più, a volte strappando verdetti grazie al carisma, altre per l'oggettiva inferiorità degli avversari. Fino alla resa dei conti, alla follia di voler sfidare un Larry Holmes troppo più giovane e forte.

Quando Frazier morì nel 2011, Ali volle esserci a tutti costi per salutarlo, nonostante il Parkinson ormai lo avesse messo alle corde senza via d'uscita. Ma le allusioni a Zio Tom, e quel gorilla pupazzo che strapazzava con disprezzo chiamandolo Frazier, dopo Manila andarono nel dimenticatoio. Da parte di Ali subentrò una stima che probabilmente c'era sempre stata. Perché come ebbe a dire, "Se fossi dovuto partire per una guerra santa, il primo che avrei voluto al mio fianco sarebbe stato Joe Frazier"

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