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Nfl, favola Harris: dal ricovero per homeless ai Pittsburgh Steelers. L'attesa per la chiamata dallo shelter dove è cresciuto

(afp)
Il 23enne californiano ha aspettato la scelta al Draft nel luogo per gli "invisibili" dove ha passato l'infanzia. Insieme agli amici di sempre: "Sono grato per l'aiuto che ho ricevuto quando non ero nessuno, voglio portare l'attenzione su posti come questo"
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Niente suite, divani di velluto blu o metropolitan club per Najee Jerome Harris, ma solo la vecchia mangiatoia dove è cresciuto con la madre e i poveri del quartiere. Quando il commissioner della Nfl ha chiamato il suo nome, "Neegi Erris", al numero ventiquattro del primo round del Draft, il ragazzo afroamericano era insieme agli amici di sempre, nel posto dove è cresciuto da bambino: lo shelter per homeless di California Bay, il Greater Richmond Interfaith Program. 

È lì che Harris, 23 anni, nato a Martinez, California, talentuoso running back alla University of Alabama, ha indossato il cappellino della sua nuova franchigia, i Pittsburgh Steelers. Attorno a lui sono scoppiati gli applausi e le urla degli ospiti del ricovero, riuniti in suo onore. Nelle immagini trasmesse in diretta, lui sorridente, completo scuro e girocollo bianco, dietro la calca di amici con il cellulare a riprendere il momento, mancava un particolare: la cameretta semib…

Niente suite, divani di velluto blu o metropolitan club per Najee Jerome Harris, ma solo la vecchia mangiatoia dove è cresciuto con la madre e i poveri del quartiere. Quando il commissioner della Nfl ha chiamato il suo nome, "Neegi Erris", al numero ventiquattro del primo round del Draft, il ragazzo afroamericano era insieme agli amici di sempre, nel posto dove è cresciuto da bambino: lo shelter per homeless di California Bay, il Greater Richmond Interfaith Program. 

È lì che Harris, 23 anni, nato a Martinez, California, talentuoso running back alla University of Alabama, ha indossato il cappellino della sua nuova franchigia, i Pittsburgh Steelers. Attorno a lui sono scoppiati gli applausi e le urla degli ospiti del ricovero, riuniti in suo onore. Nelle immagini trasmesse in diretta, lui sorridente, completo scuro e girocollo bianco, dietro la calca di amici con il cellulare a riprendere il momento, mancava un particolare: la cameretta semibuia dello shelter in cui è cresciuto con la madre, fino a quando non è andato al liceo. I giornali dicono che avesse quattro fratelli, altri che è figlio singolo di ragazza madre. Ma su dove vivesse, nessuno ha dubbi: lo shelter. 

"Essere qui è ciò che mi fa sentire meglio - racconta a caldo ai reporter dopo essere stato scelto al Draft - tutti i miei ricordi mi portano in questo posto, eravamo davvero a terra, avevamo toccato il fondo. Mia madre ha pianto, al momento della chiamata al Draft". "Io - aggiunge - sono grato per tutto l'aiuto che ho ricevuto quando non ero nessuno, e ora voglio portare l'attenzione a posti come questo". Per la prima volta, troupe, telecamere e giornalisti sono arrivati in questo istituto popolato da 'invisibili', nel cuore di un sobborgo dilaniato dalla criminalità. In attesa dell'evento, gli ospiti dello shelter parlavano davanti alle telecamere, come star, la fronte imperlata di sudore sotto le luci spot.

Harris ha fatto arrivare pizza per tutti e festeggiato fino a notte. "Vederlo adulto tra noi in un momento di successo - commenta la direttrice del centro, Kathleen Sullivan - ci ha ricordato che niente è impossibile". Ma quando Harris era bambino, sembrava impossibile. La famiglia aveva lavori instabili, non riusciva a restare in un posto più di qualche mese, venivano sfrattati ogni volta. Dalla California a Seattle, San Francisco, Oakland, Sacramento, Stockton, Richmond, Hercules, El Sobrante, poi il ritorno nella Bay Area, fino al momento in cui non potevano permettersi neanche un affitto. La madre, Tianna Hicks, non ha mai perso dignità, non ha mai voluto parlare di fallimento. L'importante, diceva, era restare insieme. E chi aveva un sogno, avrebbe fatto bene a coltivarlo. "È stato molto più che sopravvivere - racconta Harris - ogni giorno c'era una lite tra adulti".

A 8 anni, Harris scaricava la tensione a scuola: rispondeva male agli insegnanti, si azzuffava con i compagni e un paio di volte aveva ricevuto in classe la visita della polizia. Si definisce una "piccola canaglia". Visto che hai molta energia, disse un giorno la madre, giocherai a football, così starai più calmo. È stata la salvezza. "In campo sono diventato più sicuro di me stesso", racconta. Alle medie è diventato una star, ha ricevuto la chiamata da un'high school ad Antioch. Era il più bravo ma era rimasto il più povero. Il giorno che arrivò in visita alla scuola la star di football Joe Mixon, tutti si fecero la foto con lui. Harris no, restò a guardare i compagni ma solo perché non poteva permettersi un cellulare. Mixon era venuto a vedere proprio lui. Poco tempo dopo arrivò la chiamata dalla University of Alabama dove è diventato una delle migliori promesse americane.

Ora lo attende il professionismo e un contratto da mezzo milione di dollari l'anno, tanto per cominciare. Lo shelter resta parte della sua vita, ma adesso comincia un periodo luminoso. "E lo merita anche mia madre, che non si è mai arresa", aggiunge. Ora, però ci sono decine di scatoloni, che contengono trentamila adesivi con il suo nome, a cui lui dovrebbe mettere il suo autografo. "Non preoccupatevi", commenta, continuando a firmare. "Vengo pagato per questo".