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Federico Buffa e i Diavoli di Zonderwater: "Racconto storie italiane intime e quasi dimenticate. E che fanno emozionare"

Il nuovo programma su Sky del giornalista e scrittore ricorda gli italiani imprigionati in un campo sudafricano durante la guerra, che si salvarono anche grazie allo sport: "Vite che si intrecciano, persone che si conoscono e si incontrano. Lo sport diventa anche un canale"
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Federico Buffa cerca storie capaci di emozionare e di incuriosire. "E io sono il primo a dover essere convinto", dice. Nei suoi racconti si sommano le esistenze e i ricordi. Tutto assume un altro spessore e un'altra profondità. Preferisce gli inizi e le conclusioni rintracciabili nel tempo; non il grigiore vacuo del presente, dove le grandi promesse, i talenti nascenti e i fenomeni senza passato si accavallano e si confondono. Buffa mette in fila le date, ricostruisce il filo degli eventi e sceglie con cura le parole. Perché sono quelle, alla fine, i suoi veri strumenti. Non si riguarda mai, né si riascolta. "Non sono un mio grande fan", confessa. Lui, che ha fatto dell'epica umana la sua carriera.

Ne "I diavoli di Zonderwater", su Sky Sport Uno e su NOW da oggi, alle 19 e alle 00:30, e domani alle 20:10 su Sky Arte, riesce a evocare un'epoca intera. I protagonisti sono gli italiani catturati durante la seconda guerra mon…

Federico Buffa cerca storie capaci di emozionare e di incuriosire. "E io sono il primo a dover essere convinto", dice. Nei suoi racconti si sommano le esistenze e i ricordi. Tutto assume un altro spessore e un'altra profondità. Preferisce gli inizi e le conclusioni rintracciabili nel tempo; non il grigiore vacuo del presente, dove le grandi promesse, i talenti nascenti e i fenomeni senza passato si accavallano e si confondono. Buffa mette in fila le date, ricostruisce il filo degli eventi e sceglie con cura le parole. Perché sono quelle, alla fine, i suoi veri strumenti. Non si riguarda mai, né si riascolta. "Non sono un mio grande fan", confessa. Lui, che ha fatto dell'epica umana la sua carriera.

Ne "I diavoli di Zonderwater", su Sky Sport Uno e su NOW da oggi, alle 19 e alle 00:30, e domani alle 20:10 su Sky Arte, riesce a evocare un'epoca intera. I protagonisti sono gli italiani catturati durante la seconda guerra mondiale, imprigionati in un campo sudafricano. Salvati, tra le altre cose, dallo sport.

"Il merito non è mio", ammette. "Il merito è tutto di Carlo Annese, ex-giornalista della Gazzetta dello Sport, che ha scoperto questa storia nel 2009, mentre era in luna di miele in Sudafrica. L'ha trovata quasi per caso, in una libreria di Città del Capo. Nessun testo, nessuna vera traccia; solo la testimonianza del libraio e una parola: 'Zonderwater', senza acqua. Annese, poi, ha scritto un libro (edito da Sperling & Kupfer) e ha vinto il premio Bancarella Sport. Tre anni fa mi ha proposto di fare una lettura in pubblico, al festival della letteratura di Mantova".

E lei ha detto di sì. Perché?
"Per me, è stata una questione quasi personale. Di famiglia. Quando ero piccolo, tempestavo di domande mio nonno, che era stato prigioniero in India durante la guerra; gli chiedevo in continuazione di parlarmi di quegli anni".

In questo speciale, lo sport sembra quasi una via di uscita.
"Sì, ma la storia è molto più ampia. Gli italiani che sono passati da quel campo di prigionia sono tantissimi, più di 90mila. Lo sport, in questo caso, diventa un canale, una lente di ingrandimento. Ci sono vite che si intrecciano, persone che si incontrano e che si conoscono; c'è una trama fitta di esperienze. Ma forse l'aspetto più interessante è un altro".

Quale?
"Quello del teatro. Durante quel terribile periodo, questi uomini hanno improvvisato, messo insieme l'impossibile, sfruttato qualunque cosa, qualunque scarto. La vera star del campo era un certo Giordano, nato in provincia di Napoli, a Ottaviano: un vero fenomeno, secondo alcune testimonianze".

C'è una distanza enorme tra questa idea di sport e quella che, invece, c'è oggi.
"Assolutamente, ed è una distanza evidente. Secondo me, però, la commercializzazione dello sport non va completamente demonizzata. Succede in tutte le cose e succede ogni giorno. In questa storia, resiste l'aspetto più romantico, che finisce per coincidere con l'idea stessa di sofferenza. Mi creda: quando la racconti ti travolge".

In che senso?
"Mesi fa ho parlato di uno dei giocatori più grandi sempre come Pelé, e oggi do voce a storia così: intima e quasi dimenticata. Qual è la più bella, la più importante? Poter parlare in televisione di storie italiane dimenticate è una cosa diversa e a suo modo unica. La nostra è una memoria selettiva, una memoria che decide che cosa ricordare; e queste persone, quando sono tornate a casa, non sono state accolte bene. L'Italia era cambiata, il mondo era cambiato; loro arrivavano da un altro tempo".

Ha dovuto adattare 'I diavoli di Zonderwater' ai tempi del piccolo schermo.
"In televisione si procede più lentamente. In teatro, invece, tutto è più immediato, più veloce e senza pause. Ci sei tu e c'è il pubblico. E puoi guardare gli spettatori negli occhi, e sentirli reagire, respirare e muoversi sulle sedie. La televisione è fredda. Il teatro è carne viva".

Secondo lei, cosa piace alle persone di questi racconti?
"A volte sono le immagini; a volte sono i ricordi. Altre volte è solamente la curiosità di sapere una cosa nuova. Non è sempre l'empatia o la sensibilità a guidarle. Spesso, le domande che ci poniamo sono altre e sono più semplici".

Lei quando ha provato l'emozione più grande?
"Al Filadelfia, mentre parlavo del Grande Torino. Dovevamo girare una scena di notte, all'esterno. Avevamo poco tempo. L'alba stava arrivando. E io mi sono emozionato. Non sono riuscito a trattenermi. Avevo gli occhi lucidi, pieni di lacrime. Una cosa che, confesso, non mi era mai successa prima".