Lorenzo Patta: "Sognando Pogba, ho trovato l'oro olimpico"
di Mario Frongia , di Mario FrongiaOristano - Hai ventuno anni, sei il frazionista più giovane del quartetto che in Giappone si è messo alle spalle l’universo della velocità e il tuo primo pensiero va alla tua Sardegna. "A pochi chilometri da casa mia c’è stato l’inferno per giorni. La medaglia d’oro è per le popolazioni colpite dagli incendi". Pausa. Lorenzo Patta riannoda i fili. Calciatore mancato, taciturno, freddo nei momenti giusti come quando ha passato il testimone al secondo frazionista con una consegna chirurgica: "Lorenzo è stato perfetto nel cederlo a Marcell Jacobs" dice il suo tecnico, Francesco Garau. Ecco, perfetto. E lui? Mister Patta si gode l’affetto dei suoi. Incontri, pacche, migliaia di messaggi sul telefono. Uno tsunami indescrivibile. "Sappiamo di aver scritto la storia, l’atletica ha portato in Italia cinque medaglie, quaranta in totale. Pian piano capirò meglio. Intanto, dedico la vitt…
Oristano - Hai ventuno anni, sei il frazionista più giovane del quartetto che in Giappone si è messo alle spalle l’universo della velocità e il tuo primo pensiero va alla tua Sardegna. "A pochi chilometri da casa mia c’è stato l’inferno per giorni. La medaglia d’oro è per le popolazioni colpite dagli incendi". Pausa. Lorenzo Patta riannoda i fili. Calciatore mancato, taciturno, freddo nei momenti giusti come quando ha passato il testimone al secondo frazionista con una consegna chirurgica: "Lorenzo è stato perfetto nel cederlo a Marcell Jacobs" dice il suo tecnico, Francesco Garau. Ecco, perfetto. E lui? Mister Patta si gode l’affetto dei suoi. Incontri, pacche, migliaia di messaggi sul telefono. Uno tsunami indescrivibile. "Sappiamo di aver scritto la storia, l’atletica ha portato in Italia cinque medaglie, quaranta in totale. Pian piano capirò meglio. Intanto, dedico la vittoria anche a Garau: è stato lui a strapparmi al calcio. Per sempre e per mia fortuna”. Diploma allo scientifico "Mariano IV" di Oristano, famiglia e amicizie da Mulino bianco. Un format con pochi vezzi e coordinate che scomodano umiltà e piedi per terra. Lorenzo va in giro con una Opel Corsa grigia del 2015 ("Mi piace la Mercedes classe A. Chissà"), frequenta i pub delle piazze Roma ed Eleonora: la Costa Smeralda è lontana. Con gli amici fidati va nei luoghi di sempre: "Siamo un corpo unico fin da ragazzini. Per dire, a Tokyo ero in camera stremato dopo aver corso la batteria. Mi hanno mandato un messaggio con un link del video della semifinale. Più 'Loré, fai quel che devi!', firmato Daniele, Fabio, Mattia, Giacomo, Filippo, Giovanni e Alberto. Uno schiaffo di energia impareggiabile".
E la sua famiglia?
"Alla partenza, realismo e tanta emozione. Mio padre Mario, che lavora alla base aeronautica di Capo Frasca, mia madre Serenella e mia sorella Alessia mi hanno fatto l’augurio più bello: vai e divertiti. Al rientro, all’aeroporto di Elmas, mi hanno abbracciato. Abbiamo pianto al lungo!"
Alla vigilia qual era un bersaglio?
"Il mio era un sogno bestiale: andare in finale e vincere la medaglia. Sapevo che sarebbe stata tirata ma ero certo che ci avremmo provato. Con Faustino, Marcell e Pippo ne abbiamo parlato poco ma la sintonia è stata quella giusta. Certo, c’erano gli inglesi e i canadesi. Poi, con il quartetto giapponese fuori, ho pensato: buon segno".
Lorenzo come sono state le ore prima della finale?
"Una giornata normale che si sarebbe chiusa in pista alle undici di sera. Sveglia alle 9.30, colazione a base di yogurt ai frutti di bosco, pane, marmellata di fragole e acqua: caffè e cappuccino con me non funzionano. Mezz’ora dopo abbiamo fatto il tampone e siamo tornati in camera. Il tempo pareva essersi fermato.
E poi?
"A mezzogiorno e mezza abbiamo pranzato: riso in bianco senza neanche un filo d’olio e pollo ai ferri speziato, davvero buono. Abbiamo riposato, intorno alle 16 siamo usciti a sgranchirci. Alle 18.30 di nuovo a tavola, identico menù. L’umore era buono, tesi e concentrati a mille".
Qual è il rituale pre gara?
"Mi piace il rap, ma non uso cuffiette in allenamento, corro e sto in pace. A Tokyo prima della finale ascoltavo un brano di Salmo, Ho paura di uscire 2, mi pare. Un minuto e ho spento per concentrarmi".
Che ruolo ha la scaramanzia?
"All’esterno nessuno, in pista ho i miei riti. Segreti".
Ha un flash della finale?
"Sono partito bene, ho fatto la curva e chiuso la frazione con 10”50, un tempo che valgo e mi proietta nella mia gara, i duecento. Ricordo che ho dato il testimone a Marcell e ho cercato il maxischermo. Ho visto Fausto testa a testa con gli inglesi. Poi, è partito Pippo: ha scritto bene su Instagram, sembrava Mennea. Mentre ha tagliato il traguardo camminavo in mezzo alla pista e urlavo no, no, non può essere vero! Ho fatto uno scatto per raggiungerlo, forse più forte che nella mia frazione! L’abbiamo travolto, non si era reso conto che avevamo vinto la medaglia d’oro".
Ma davvero il calcio avrebbe potuto prevalere sull’atletica?
"Ho giocato alla Frassinetti a Oristano, a Santa Giusta e nel La Palma-Monte Urpinu a Cagliari. Attaccante esterno, mi divertivo. Ero bravino. Ma al liceo, dopo una buon tempo agli Studenteschi, un docente delle superiori, Marco Meletti, mi ha segnalato al professor Garau. Ero titubante, poi ho cominciato a vincere. Eccomi qua".
Attaccante esterno, ovvero?
“Sparo alto, come Pogba o Spinazzola. Precedo la domanda sul tifo: Roma e Cagliari. Quando si sfidano spero vinca lo sport”.
Stiamo al calcio. L’Italia che vince a Wembley è stato un assist?
"All’arrivo a Tokyo ci siamo detti che questo era un anno incredibile per il nostro paese. Sì, il successo degli azzurri agli Europei ci ha dato una carica in più, eravamo quasi certi di andare in zona medaglie".
E adesso cosa succede?
"Mi sto riposando. La mia vita non è cambiata, riprendo ad allenarmi al Campo Coni. Decideremo quali gare fare e dove. Dobbiamo capire se le Olimpiadi mi hanno tolto qualcosa”.