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Le stelle dell'Italia paralimpica capaci di volare oltre ogni limite

Sabatini, Caironi e Contrafatto subito dopo la tripletta nei 100 metri (reuters)

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Da millenni l'essere umano sulla terra sopravvive all'estinzione solo per lo scatto di rivalsa e per la capacità di reagire
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Normodotati. Basta la più banale ricerca sul web, per imbattersi mille volte in questo aggettivo detestabile. Non era dunque normodotato il dio greco Efesto, che il mito vuole deforme e zoppo, ma alla cui straordinaria forza creativa si debbono le armi degli eroi, le corazze impenetrabili e perfino gli scettri e i gioielli di tutti gli inquilini dell'Olimpo. Senza le mani e il genio di Efesto, a farla breve, il normodotato Ermes non avrebbe potuto volare con i suoi calzari alati, il normodotato Apollo non avrebbe scagliato frecce dorate e perfino Helios, dio Sole, non avrebbe potuto far sorgere e tramontare l'astro che dà luce e vita ai normodotati del mondo. In altre parole, il pantheon greco non sarebbe esistito senza il paralimpico Efesto.

E…

Normodotati. Basta la più banale ricerca sul web, per imbattersi mille volte in questo aggettivo detestabile. Non era dunque normodotato il dio greco Efesto, che il mito vuole deforme e zoppo, ma alla cui straordinaria forza creativa si debbono le armi degli eroi, le corazze impenetrabili e perfino gli scettri e i gioielli di tutti gli inquilini dell'Olimpo. Senza le mani e il genio di Efesto, a farla breve, il normodotato Ermes non avrebbe potuto volare con i suoi calzari alati, il normodotato Apollo non avrebbe scagliato frecce dorate e perfino Helios, dio Sole, non avrebbe potuto far sorgere e tramontare l'astro che dà luce e vita ai normodotati del mondo. In altre parole, il pantheon greco non sarebbe esistito senza il paralimpico Efesto.

E se è vero che, come sempre, il mito insegna, stavolta la lezione iscritta fra le pieghe della leggenda è quella per cui l'esito più impressionante dello sforzo umano si coglie nella capacità di riscattarsi e di recuperare, raggiungendo prestazioni che hanno dello straordinario (ovvero, in tutti i sensi, extra-ordinario). Dunque è straordinario Beethoven che, sordo dall'età di trent'anni, si narra segasse le gambe del piano per percepire sul pavimento le vibrazioni delle note. Ed è straordinaria Frida Kahlo, paralizzata ma non per questo incapace di creare bellezza, così come Michelangelo che dipingeva con dolori atroci alle mani.

Ma in fondo, a essere sinceri, ogni vero artista non è mai un normodotato: Van Gogh combatteva contro il disturbo bipolare, Virginia Woolf contro la depressione, Omero si vuole fosse cieco, Petrarca epilettico, Rubens aveva la gotta come Milton e Goethe, senza considerare le sofferenze atroci di Dino Campana, di Emily Dickinson, di Baudelaire. Infinita sarebbe la lista. Eppure, nonostante queste vette, continuiamo a convincerci che la normalità sia una condizione maggioritaria e ultra-predominante, garanzia di efficacia e di produttività, laddove viceversa la comunità dei disabili si circoscriva come recinto esiguo, eccezione alla regola, alla quale rivolgersi con paternalistica commozione. Tutto sbagliato.

Da millenni l'essere umano sopravvive sull'inospitale eden terrestre grazie a una congenita capacità di superare i propri limiti, di adattarsi e di reagire, per cui l'unica ragione della nostra non-estinzione risiede in quello scatto di rivalsa da cui i normodotati si sentono esentati come unti del Signore e investiti di un potere assoluto e normativo. Ne è la prova il paradosso atroce per cui una medaglia paralimpica viene remunerata meno della metà di quella degli omologhi col (presunto, autoconferito) marchio DOC, e chi se ne importa se lo sforzo per accedere al podio è decuplicato. Negli Stati Uniti, poco prima dell'inizio dei Giochi di Tokyo, le cifre sono state equiparate. Da noi no. E dire che si deve a un medico italiano, Antonio Maglio, se dal 1960 le Paralimpiadi vanno di pari passo alle competizioni Olimpiche: forse, anche per questo, varrebbe la pena che qualcuno sanasse l'ingiustizia. Perché tale è, senza mezzi termini.