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Ndiaga Dieng: "Parigi aspettami, voglio anche le Olimpiadi"

Ndiaga Dieng a Tokyo  
A Tokyo ha conquistato il bronzo nei 1.500 alle Paralimpiadi, primo azzurro con disabilità intellettiva a salire sul podio: "Ma ho corso  e vinto anche in gare per normodotati. Posso già dire la mia"
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ROMA. Stadio nazionale di Tokyo, corsia 3. Un ragazzo azzurro, pelle nera, falcata leggera, scarta leggermente verso l'esterno, alla ricerca di un ricordo, di un suono, di un'immagine. "Ho pensato a Marcell Jacobs, ai suoi 100 metri, alla sua corsia. Volevo passare proprio là. Avrò perso qualche passo, ma volevo quella sensazione ed è andata bene". Ndiaga Dieng è diventato il primo italiano di sempre con disabilità intellettivo-relazionale a vincere una medaglia paralimpica. Il suo bronzo nei 1500 metri T20 a Tokyo l'ha portato sul podio a 22 anni, terzo, a cantare sotto la pioggia in uno stadio smisurato. Nato in Senegal, arrivato in Italia, nelle Marche, per seguire la vita di papà e mamma, "Cenga" era una promessa del calcio. "A 15 anni andavo come un treno sulla fascia, attaccante esterno, venne anche la Fiorentina a cercarmi. Ma il giorno del provino mi infortunai a una caviglia. E non se ne fece pi&ug…

ROMA. Stadio nazionale di Tokyo, corsia 3. Un ragazzo azzurro, pelle nera, falcata leggera, scarta leggermente verso l'esterno, alla ricerca di un ricordo, di un suono, di un'immagine. "Ho pensato a Marcell Jacobs, ai suoi 100 metri, alla sua corsia. Volevo passare proprio là. Avrò perso qualche passo, ma volevo quella sensazione ed è andata bene". Ndiaga Dieng è diventato il primo italiano di sempre con disabilità intellettivo-relazionale a vincere una medaglia paralimpica. Il suo bronzo nei 1500 metri T20 a Tokyo l'ha portato sul podio a 22 anni, terzo, a cantare sotto la pioggia in uno stadio smisurato. Nato in Senegal, arrivato in Italia, nelle Marche, per seguire la vita di papà e mamma, "Cenga" era una promessa del calcio. "A 15 anni andavo come un treno sulla fascia, attaccante esterno, venne anche la Fiorentina a cercarmi. Ma il giorno del provino mi infortunai a una caviglia. E non se ne fece più nulla". 

L'atletica è stata un ripiego, allora? 
"Tutt'altro. Ho continuato comunque a giocare a calcio e a segnare montagne di gol nel Montecassiano, la squadra del mio paese, in provincia di Macerata. Nel tempo libero mi dedicavo alla corsa su strada, da qui a là, anche a scuola andavo di corsa. Alla fine ho scelto il mezzofondo anche grazie alla Anthropos Civitanova, la stessa società della nostra mitica Assunta Legnante, e al mio allenatore Maurizio Iesari. Sono un individualista: se perdo, me la prendo con me stesso e basta. Per me è meglio così". 

Avrà qualche rimpianto, forse, per quel provino? 
"No, no, non sarei arrivato sul podio a Tokyo, magari invece sarei stato un modesto attaccante prestato un po' dovunque. E poi sono anche della Juve, c'è rivalità mi hanno detto". 

E in Senegal cosa faceva? 
"Vivevo con i nonni, i miei genitori sono venuti in Italia una decina di anni fa, mio padre fa l'operaio, produce vasche e lavandini alla Plados di Montecassiano. Dopo Tokyo sono tornato in Senegal per la prima volta dopo 10 anni ed è stata una festa continua". 

Il bronzo di Tokyo che significato ha nella sua vita? 
"Rappresenta un punto di partenza. In dialetto marchigiano si dice 'roppe il ghiaccio', mi hanno anche regalato una maglietta con questa frase. Perché ho un sogno molto, molto grande. Vorrei gareggiare a Parigi sia alle Olimpiadi che alle Paralimpiadi. Vorrei farlo negli 800. Ho un record di 1'51", devo togliere ancora quattro-cinque secondi, ma in una gara molto tattica già ora posso dire la mia. Ho già corso e vinto gare per normodotati. E gli 800 sono il massimo per me: resistenza e velocità. E poi ho visto il progetto della cerimonia di apertura di Parigi 2024, i battelli sulla Senna, ho già la pelle d'oca". 

Qual è il suo mito sportivo? 
"Usain Bolt, anche se faceva un altro 'mestiere' rispetto al mio. Di Marcell Jacobs mi carica la sua storia. E poi l'ho conosciuto, bravissimo ragazzo, simpatico, saluta sempre...". 

Perché un ragazzo con disabilità dovrebbe iniziare a fare atletica? 
"Perché l'atletica è dura ma ripaga. E ti fa viaggiare". 

Con la fantasia? 
"No, no, ti permette di scoprire nuovi posti, nuove città, nuovi paesi. Io a Tokyo vorrei tornarci, e magari viverci, chissà". 

Grazie alla sua medaglia ha vinto anche una crociera: dove vorrebbe andare? 
"Dovunque. Vorrei partire un giorno senza sapere dove finirò. Svegliarmi e trovarmi al largo di Cuba o in Australia, ma non perché l'abbia scelto io. Assolutamente per caso. È la mia idea di felicità".