Atletica, Raven Saunders: "A Tokyo ho protestato per tutti gli oppressi"
di Cosimo Cito , di Cosimo Cito"Sul podio, a Tokyo, ho pensato "mai più"". Ha pensato, Raven Saunders, a una conversazione con John Carlos: "Mi disse di fare qualcosa d'importante come lui e Tommie Smith a Città del Messico '68. D'importante per gli oppressi, i disadattati, gli inascoltati". Raven, argento olimpico nel getto del peso, aspetta allora che finisca l'inno cinese e poi incrocia le braccia. Questa X vada al mondo intero. Nera, lesbica del South Carolina, su un podio che raccoglieva tre continenti, lei con Gong Lijiao e la neozelandese Valerie Adams. Nevermore, il suo urlo muto, quello del corvo ("The Raven") di Edgar Allan Poe.
Quel suo gesto a momenti le costava la medaglia.
"Volevo dare coraggio agli invisibili, agli inascoltati, ai non apprezzati, per far capire a tutti loro che non sono soli, che qualcuno li rappresenta, li ama. Serviva un gesto semplice, che fosse immediatamente visibile".
"Sul podio, a Tokyo, ho pensato "mai più"". Ha pensato, Raven Saunders, a una conversazione con John Carlos: "Mi disse di fare qualcosa d'importante come lui e Tommie Smith a Città del Messico '68. D'importante per gli oppressi, i disadattati, gli inascoltati". Raven, argento olimpico nel getto del peso, aspetta allora che finisca l'inno cinese e poi incrocia le braccia. Questa X vada al mondo intero. Nera, lesbica del South Carolina, su un podio che raccoglieva tre continenti, lei con Gong Lijiao e la neozelandese Valerie Adams. Nevermore, il suo urlo muto, quello del corvo ("The Raven") di Edgar Allan Poe.
Quel suo gesto a momenti le costava la medaglia.
"Volevo dare coraggio agli invisibili, agli inascoltati, ai non apprezzati, per far capire a tutti loro che non sono soli, che qualcuno li rappresenta, li ama. Serviva un gesto semplice, che fosse immediatamente visibile".
È stato l'istinto di un momento o il gesto è stato meditato?
"È stata una decisione meditata. A Tokyo ho raccolto gli umori di tanta gente, e poi quando ero sul podio è accaduto quello che avete visto".
Si è ispirata a Tommie Smith e John Carlos?
"Sì, e ho anche avuto una conversazione con John Carlos, lui mi ha fatto capire che esporsi è sempre importante, che ne vale sempre la pena, qualsiasi sia il messaggio che vuoi mandare. Al diavolo le conseguenze, ho pensato".
Il Cio aprì un'indagine e anche ai Giochi invernali di Pechino chi si esporrà, correrà lo stesso rischio.
"Ma io non ho offeso nessuno, ho rispettato l'inno cinese e le mie compagne di podio, ho alzato le braccia solo a cerimoniale concluso. Volevo che il messaggio fosse apolitico, libero e universale".
Cos'è l'atletica per lei?
"È sempre stata un luogo ideale in cui potevo sfogare la mia vitalità. Ho anche giocato a basket, il mio mito era Michael Jordan: lui voleva essere il migliore e ha lavorato tutta la vita, nonostante fosse già la perfezione in Terra. Con l'atletica mi sono innamorata della storia di Florence Griffith, del suo stile in pista, dei suoi look stravaganti: cerco di essere un po' come lei, a modo mio".
A Tokyo indossava in gara le mascherine di Joker e Hulk. Hulk è il suo nickname su Instagram.
"Mi piaceva dare un'idea forte di me stessa, come di un supereroe che fa quello che sa fare. La mia specialità è lanciare una palla di 4 kg: è incredibile pensare a quante cose si possano fare lanciando quella sfera".
Gli atleti neri sono discriminati negli Usa?
"Se sei conosciuto, se hai successo, hai più privilegi. Ma torni immediatamente solo un nero dopo la carriera sportiva. Ho avuto una vita familiare complessa, con una madre single, e ho vissuto a Charleston, in un quartiere che era a mezz'ora dal mare: molti dei miei amici però al mare non c'erano mai stati. Il mare è dei bianchi, ci dicevamo".
Come ha vissuto il suo essere lesbica in South Carolina?
"Nel Sud degli Usa è assai più difficile, per molte ragioni storiche. Io sono sempre stata orgogliosa di me stessa. Ho una fidanzata, fa il mio stesso sport. Resterò comunque al Sud: dopo l'Università del Mississippi sto per trasferirmi a Nashville".
Lei ha conosciuto anche il buio della depressione, ha anche raccontato di essere stata vicina al suicidio: le fa piacere che Simone Biles abbia fatto emergere durante l'Olimpiade il tema della salute mentale degli atleti?
"Simone ha acceso la luce su un problema, prima ignorato. "Io non ce la faccio", ora, è una cosa che la gente e gli sportivi possono dire più a cuor leggero. Il 90% degli atleti ha problemi mentali o li ha avuti durante la carriera. È il momento di smettere di considerare gli atleti solo delle macchine da medaglie".