✕

Van der Poel regala la medaglia d'oro olimpica alla figlia del dissidente cinese Gui Minhai

Van der Poel con Angela Gui, figlia del dissidente cinese Gui Minhai (afp)
La scelta del 25enne svedese campione del pattinaggio di velocità dopo il rientro in Europa: "So che che il popolo cinese, oppresso, non smetterà di soffrire per questo gesto, ma credo davvero nella libertà di parola. Surreale donare una cosa per cui hai lottato tutta la vita, però così ha più valore"
2 minuti di lettura

PECHINO — "So bene che Gui Minhai non verrà liberato per questo. E mi rendo conto che il popolo cinese, oppresso, non smetterà di soffrire. Ma credo davvero nella libertà di parola". Pronunciare queste frasi dal podio dei Giochi di Pechino dove ha conquistato ben due ori non sarebbe stata per niente una buona idea. Così Nils van der Poel, 25 anni, svedese, pattinatore di velocità sul ghiaccio campione nei 5mila e nei 10mila, ha aspettato che le Olimpiadi finissero, se n'è volato a Cambridge, Inghilterra, e queste parole, mercoledì, le ha dette ad Angela, la figlia di Gui, regalandole una delle sue due medaglie (quella dei 10mila, per la precisione). La protesta più audace (a distanza) di un atleta olimpico contro la Cina. 

"È surreale dare via ciò per cui hai lottato per tutta la vita", dice al New York Times. "Ma ha più valore". Fino a qualche mese fa Van de…

PECHINO — "So bene che Gui Minhai non verrà liberato per questo. E mi rendo conto che il popolo cinese, oppresso, non smetterà di soffrire. Ma credo davvero nella libertà di parola". Pronunciare queste frasi dal podio dei Giochi di Pechino dove ha conquistato ben due ori non sarebbe stata per niente una buona idea. Così Nils van der Poel, 25 anni, svedese, pattinatore di velocità sul ghiaccio campione nei 5mila e nei 10mila, ha aspettato che le Olimpiadi finissero, se n'è volato a Cambridge, Inghilterra, e queste parole, mercoledì, le ha dette ad Angela, la figlia di Gui, regalandole una delle sue due medaglie (quella dei 10mila, per la precisione). La protesta più audace (a distanza) di un atleta olimpico contro la Cina. 

"È surreale dare via ciò per cui hai lottato per tutta la vita", dice al New York Times. "Ma ha più valore". Fino a qualche mese fa Van der Poel della storia di Gui non sapeva nulla. Poi, un documentario di Civil Rights Defenders, gruppo con sede a Stoccolma, gli ha aperto gli occhi. Gui Minhai, nato in Cina, professione editore, è il più conosciuto della "banda dei cinque librai di Hong Kong" arrestati nel 2015. Nella sua libreria indipendente, la Causeway Books, Gui e gli altri soci per anni hanno sfamato l'appetito per i pettegolezzi sull'élite del partito comunista dei cinesi in visita nell'ex colonia britannica con libri, saggi e pamphlet spesso discutibili, scadenti quasi nel gossip, sui politici di Pechino. Tra cui il presidente Xi Jinping. 

La storia di Gui riempì le pagine dei giornali di tutto il mondo quando, nell'ottobre 2015, scomparve durante un viaggio in Thailandia. Riapparve dopo mesi, nel gennaio 2016, sulla Cctv - la tv di Stato - per dare al pubblico una dichiarazione "spontanea" e confessare una omissione di soccorso avvenuta durante un incidente stradale di dieci anni prima. Scontò la sua pena e nel 2017 venne liberato. Ma non durò molto. L'anno successivo, mentre viaggiava su un treno da Shanghai a Pechino accompagnato da due diplomatici svedesi - Gui aveva il passaporto svedese dal 1992, a cui avrebbe ora rinunciato spontaneamente secondo le autorità cinesi - alcuni poliziotti in borghese se lo portarono via: sparito. Due anni fa la condanna a 10 anni di carcere per aver "fornito informazioni di intelligence a entità straniere". La figlia Angela, 28 anni, laureata a Cambridge, da anni lotta per la liberazione del padre. "Forse è un gesto un po' ingenuo", dice lei. "Ma che importa. Dandomi questa medaglia rende onore a mio padre e a tutti i prigionieri politici come lui".

"Mentre la Cina usa i giochi olimpici e paraolimpici per abbellire la sua immagine globale, milioni di persone soffrono per le violazioni dei diritti umani: gli uiguri tenuti nei campi di internamento; i sopravvissuti agli abusi sessuali presi di mira per aver parlato; o quelli come Gui Minhai che sono stati imprigionati semplicemente per aver sostenuto opinioni che al governo non piacciono", scrive Amnesty International. 

"È stato estremamente irresponsabile assegnare i giochi a un Paese che viola i diritti umani così chiaramente come fa il regime cinese", dice Van der Poel al quotidiano svedese Aftonbladet. Di certo le sue parole e il suo gesto non faranno piacere a Pechino, che ha presentato queste Olimpiadi invernali come "semplici, sicure e perfette".