Dieci anni fa il lancio di Felix Baumgartner: "Il mio tuffo dallo spazio progettato da bambino"
di Emanuela Audisio , di Emanuela AudisioSalì su e si buttò giù. Un tuffo con i piedi. Dal cornicione dello spazio, anzi dalla stratosfera. Ognuno ha il suo modo di trascorrere la domenica. Non alzò la testa, anzi l'inclinò. Il suo trampolino era a 38.969 metri di altitudine. Molto, ma molto più alto della cima dell'Everest. Sotto come piscina aveva la terra, dentro un mare di incertezze: ce la farò? Sarebbe stato il primo. Come E.T. si disse: "torniamo a casa". E si buttò. Sull'avambraccio aveva scritto: born to fly. Quattro minuti e venti secondi di crepacuore. L'uomo che trafisse il cielo, titolò qualcuno. E anche: l'uomo che cadde sulla terra. Più veloce del suono. A 1.357,64 chilometri orari. Un proiettile umano, supersonico per 30 secondi, Mach 1.24. C'erano due milioni di persone collegate in diretta streaming, "prima", diventarono la cifra-record di otto "durante". Per la prima volta il mondo gu…
Salì su e si buttò giù. Un tuffo con i piedi. Dal cornicione dello spazio, anzi dalla stratosfera. Ognuno ha il suo modo di trascorrere la domenica. Non alzò la testa, anzi l'inclinò. Il suo trampolino era a 38.969 metri di altitudine. Molto, ma molto più alto della cima dell'Everest. Sotto come piscina aveva la terra, dentro un mare di incertezze: ce la farò? Sarebbe stato il primo. Come E.T. si disse: "torniamo a casa". E si buttò. Sull'avambraccio aveva scritto: born to fly. Quattro minuti e venti secondi di crepacuore. L'uomo che trafisse il cielo, titolò qualcuno. E anche: l'uomo che cadde sulla terra. Più veloce del suono. A 1.357,64 chilometri orari. Un proiettile umano, supersonico per 30 secondi, Mach 1.24. C'erano due milioni di persone collegate in diretta streaming, "prima", diventarono la cifra-record di otto "durante". Per la prima volta il mondo guardò su YouTube uno sbarco sulla terra come fosse quello sulla luna. Era dieci anni fa.
Felix Baumgartner, austriaco, aveva 43 anni, faceva lo stuntman e il paracadutista estremo, quelli che si buttano dalle Petronas Towers di Kuala Lampur in Malesia (tipo Tom Cruise in Mission: Impossible 3) e poi fuggono per non farsi arrestare dalla polizia. L'impresa del 2012 finanziata da Red Bull oggi è un documentario, Space Jump, dove Felix e tutto il team rivivono quel giorno che ebbe bisogno di oltre cinque anni di preparazione. Baumgartner ha 53 anni, ha smesso con i tuffi proibiti, ma guida l'elicottero in maniera non proprio convenzionale (a testa in giù). E non era proprio "live", quell'impresa, una differita di 20" garantiva l'esclusione di un'eventuale morte in diretta.
Felix, quale domanda non vuole più sentirsi fare?
"Sono due. Una è: cosa hai provato lassù? La seconda: lo rifaresti? Sembra che sia impossibile evitarle. Anche se ho già risposto mille volte, quando sei sull'orlo dell'infinito sei concentrato sulle questioni tecniche, anche perché non vuoi morire sotto gli occhi di tua madre e della tua fidanzata".
E quella più inaspettata?
"Me l'ha fatta una giornalista: non ti sei vergognato a far soffrire così tanto tua madre? Io non ci avevo pensato, ma aveva senso, molto. Però se non avessi provato quella caduta libera, sarei rimasto infelice per tutta la vita mentre il dolore che ho procurato a mia madre è stato solo temporaneo. C'è un disegno che ho fatto a cinque anni: io nel cielo che volo da una navicella. Era il mio sogno da sempre".
È rimasto fermo sul gradino della capsula per 30" prima di buttarsi.
"Ero sulla porta spalancata. Non sarei più potuto rientrare. Avevo una check-list di 43 elementi da controllare: 15 telecamere sulla capsula e 5 su di me. Avevo incontrato molti astronauti e soprattutto Armstrong che mi aveva rassicurato: una volta sulla luna era concentrato sul lavoro da fare, tempo di pensare in quei momenti non c'è, devi solo agire tecnicamente".
Però lei pensò che da lassù il quaggiù era piccolo e fragile.
"Sì a volte devi andare in alto per vedere meglio quello che c'è in basso. E la Terra e tutto il suo blu mi è parsa minuscola, questo tipo di imprese alla fine non fanno di noi dei superuomini, ma persone che si rendono conto che viviamo in una pianeta delicato, che va protetto e non distrutto, perché è l'unico che abbiamo".
Il problema della visiera?
"Ad un certo punto si appannò. Non vedevo più niente. Pensai che qualcosa nel sistema elettrico non funzionasse. Chiesi di spegnerlo e di verificare. Alla base erano nervosi, una volta spento non era sicuro che si riaccendesse, invece ha funzionato".
Un anno prima lei era fuggito via in lacrime, soffriva di claustrofobia.
"Per scendere, bisogna salire. E tre ore nella navicella, imprigionato nello scafandro da astronauta dove puoi muovere un po' solo la testa, mi mandavano in crisi. Sono andato in terapia da uno psichiatra che mi ha aiutato a superare la mia ansia. Non c'è nulla di male a chiedere aiuto".
La mattina dopo lei se ne andò tutto solo a bere una caffè ad Albuquerque.
"La sera ci fu una grande festa, ma io non volevo essere messo su un piedistallo, pensavo che il merito di quell'impresa fosse soprattutto dello staff che mi aveva seguito. Loro meritavano di essere intervistati, non io. E sì, scappai dalla base, vidi l'alba da solo nel deserto e poi un caffè come un signor nessuno".
Dopo 10 anni lei è rimasto l'uomo che si tuffò dallo spazio.
"Sì, difficile camminare via dalla gloria. Ma il bello di quell'impresa è che noi ci abbiamo provato. Nel mondo attuale c'è troppa negatività: la pandemia, la guerra, la recessione. Se solo provi ad avere un sogno o a mettere in piedi un'idea troverai subito chi ti spinge a rinunciare elencandoti dubbi e perplessità. Non si può vivere così, bisogna incoraggiare chi sogna, chi ha energie, e soprattutto chi le allena. Perché senza disciplina e lavoro non vai da nessuna parte. Non solo, ma abbiamo offerto a chi non era ancora nato nel '69 la possibilità di assistere dal vivo ad un altro tipo di allunaggio. In modo che anche le nuove generazioni abbiano la loro impresa".
Ha ancora bisogno di quell'adrenalina?
"No. La vita è grande, offre molte possibilità, e io non potevo fare di più. La cosa più difficile per i campioni è capire quando ritirarsi, guardate Valentino Rossi, Federer, Ronaldo, Messi e tanti altri. Bisogna accettare l'idea che arrivano altre generazioni, ma nessuno vuole lasciare quando perde, spesso ci si trascina aspettando l'ultimo successo che però non arriva. Io ora faccio conferenze motivazionali. Non si può sempre saltare giù dall'universo, i tuffi dicono chi sono stato, ma adesso cerco altri modi e altri mondi".