Iman Mahdavi: “La lotta è la mia forza. Dall’Italia sogno le Olimpiadi di Parigi e la libertà in Iran”
dal nostro inviato Cosimo Cito , dal nostro inviato Cosimo CitoPIOLTELLO (MILANO) — "Mi chiamo Iman Mahdavi, ho 27 anni, vengo dall'Iran, la lotta libera è il mio sport e la mia passione e in Italia ho trovato brave persone, un lavoro e una palestra per allenarmi". La lotta di Iman è contro la paura. Ha dovuto chiudere gli occhi, nel 2020, e dire basta. "Sono fuggito dal mio paese e Dio sa se ci tornerò mai". Iman vive da rifugiato a Lambrate e si allena a Pioltello con il Lotta Club Seggiano del presidente Giuseppe Gammarota. Ha il passaporto blu dei rifugiati, può esibirlo dovunque, viaggiare in tutto il mondo, ma non in Iran. Se ci tornasse, sarebbe subito arrestato e probabilmente condotto al patibolo.
Cosa l'ha spinta lontano dal suo paese?
"La vita era diventata impossibile, il regime crea continuamente problemi alla libera crescita personale. Avevano notato che non seguivo le canoniche linee di condotta islamiche, perché sono una persona libera. Sono partito da…
PIOLTELLO (MILANO) — "Mi chiamo Iman Mahdavi, ho 27 anni, vengo dall'Iran, la lotta libera è il mio sport e la mia passione e in Italia ho trovato brave persone, un lavoro e una palestra per allenarmi". La lotta di Iman è contro la paura. Ha dovuto chiudere gli occhi, nel 2020, e dire basta. "Sono fuggito dal mio paese e Dio sa se ci tornerò mai". Iman vive da rifugiato a Lambrate e si allena a Pioltello con il Lotta Club Seggiano del presidente Giuseppe Gammarota. Ha il passaporto blu dei rifugiati, può esibirlo dovunque, viaggiare in tutto il mondo, ma non in Iran. Se ci tornasse, sarebbe subito arrestato e probabilmente condotto al patibolo.
Cosa l'ha spinta lontano dal suo paese?
"La vita era diventata impossibile, il regime crea continuamente problemi alla libera crescita personale. Avevano notato che non seguivo le canoniche linee di condotta islamiche, perché sono una persona libera. Sono partito dalla mia città, sulle sponde del Mar Caspio. Vengo da una regione di lottatori. Mio padre era un lottatore, è anche arrivato alle Olimpiadi. Ho attraversato il confine con la Turchia a piedi e da clandestino, un anno e mezzo fa, sono arrivato a Milano".
Cosa soffoca il popolo iraniano?
"Il grande problema del nostro paese è l'utilizzo politico della religione. La fede usata come strumento di sopraffazione e di controllo. Il regime decide cos'è la libertà per ogni individuo, controlla la tua vita in ogni modo possibile. Io ho perso prima fiducia nel potere, e poi la mia fede. In Italia sono diventato cristiano".
La sua famiglia è rimasta lì.
"Il dolore di non vedere mia madre e i miei fratelli non può essere colmato da nulla. Ma dovevo salvarmi. Ora sogno di tornare a vedere il sorriso di mia madre. Sogno che l'Iran si liberi e torni ad essere un paese accogliente, felice, dove sia bello vivere".
Le donne sono considerate proprietà.
"Una cosa senza senso. Vengono arrestate, torturate, uccise per il solo fatto di non indossare il velo in modo corretto. Tutto questo non è normale. La chiamano cultura, ma è solo politica".
"L'amore per la propria terra ha un prezzo, e loro hanno pagato quello più alto possibile. Ma il coraggio di dire no, di dire basta è una delle cose per cui vale la pena lottare".
La lotta libera cos'è per lei?
"Amore. È quello che voglio fare finché avrò la forza".
Quante ore al giorno si allena?
"Due ore ogni sera. Poi torno a casa, a Lambrate, e vado al lavoro: sono addetto alla security in una discoteca. Faccio le ore piccole, la mattina dormo, e poi ricomincio".
Il Cio l'ha inserita nel suo programma per i rifugiati - sono una cinquantina gli sportivi entrati con una borsa di studio nel progetto Parigi 2024, Iman è l'unico in Italia - e da rifugiato, sotto la bandiera olimpica, potrebbe arrivare ai Giochi.
"Sto lavorando duramente per questo. Voglio salire di livello il più possibile per arrivare a gareggiare con i migliori al mondo. Sono nella categoria -74 kg, la stessa del vostro Frank Chamizo. Lui è un genio della lotta libera, ci conosciamo, ci siamo allenati assieme e non vedo l'ora di affrontarlo in un torneo vero. In quello olimpico sarebbe il massimo".
Cos'è l'Italia per lei, adesso?
"Un paese amico, nel quale ho faticato tanto all'inizio per via della lingua. Il Lotta Club Seggiano l'ho trovato grazie a un ragazzo conosciuto sui social, Edoardo, che si allenava qui. Sono stati tutti incredibilmente disponibili. La mia è ora la vita normale di un italiano: ho degli amici, una casa, giornate serene. Sento la mia famiglia su Telegram o con Whatsapp, è complicato perché la connessione in Iran è a singhiozzo. Ho un grande vuoto dentro al cuore, è dura, ma bisogna sperare".
Cosa spera per l'Iran?
"Credo ancora nella felicità. Che gli iraniani possano trovarla, prima o poi. Vorrei poter dire "è finita". E rimettervi piede almeno per un giorno, un giorno solo".