✕

Stefano Tilli: "Mennea dimenticato dall'atletica. Odiava dormire al buio e urlava al destino"

Intervista all'ex compagno di staffetta dello sprinter barlettano: il 21 marzo ricorre il decimo anniversario della scomparsa. "Alla sua morte tutti avevano pronto un incarico per lui: dopo, non prima. Aveva quattro lauree, andava ricordato da vivo"
3 minuti di lettura

Saranno dieci anni senza Pietro Mennea, martedì 21 marzo. Stefano Tilli, ex sprinter, oggi commentatore sportivo, era suo compagno di stanza. "Ho l’età che aveva Pietro quando se n’è andato. Quasi 61 anni. Tra noi c’erano dieci anni di differenza. E ora mi fa più male sapere che la malattia ha spazzato via sogni e progetti. Questa è una stagione della vita dove ancora si hanno idee, voglie, desideri. Perdere Mennea ancora oggi è uno strappo forte".

Divideva la stanza con lui. 
"Sì. La prima volta ai Mondiali di Helsinki ’83: lui già campione, io debuttante. Io ero estroverso, lui più chiuso. Con le sue abitudini. Faceva il bucato e metteva ad asciugare in stanza le assurde maglie di lana che portava sotto la canottiera. Gli dissi: ma che figura ci faccio se porto qui delle ragazze? Rispose: digli che sono di tuo nonno, ma sappi che anche i beduini nel deserto usano la lana, perc…

Saranno dieci anni senza Pietro Mennea, martedì 21 marzo. Stefano Tilli, ex sprinter, oggi commentatore sportivo, era suo compagno di stanza. "Ho l’età che aveva Pietro quando se n’è andato. Quasi 61 anni. Tra noi c’erano dieci anni di differenza. E ora mi fa più male sapere che la malattia ha spazzato via sogni e progetti. Questa è una stagione della vita dove ancora si hanno idee, voglie, desideri. Perdere Mennea ancora oggi è uno strappo forte".

Divideva la stanza con lui. 
"Sì. La prima volta ai Mondiali di Helsinki ’83: lui già campione, io debuttante. Io ero estroverso, lui più chiuso. Con le sue abitudini. Faceva il bucato e metteva ad asciugare in stanza le assurde maglie di lana che portava sotto la canottiera. Gli dissi: ma che figura ci faccio se porto qui delle ragazze? Rispose: digli che sono di tuo nonno, ma sappi che anche i beduini nel deserto usano la lana, perché a fregarti è l’umidità".

Vero che non la faceva dormire?
"Non spegneva mai la luce, alle due di notte ancora sfogliava i giornali, leggeva, s’informava. A me quel frusciare infastidiva, ma lui niente. Stefano, diceva, devi sempre tenerti informato, sennò ti fottono. Non voleva stare al buio, in tutti sensi. Faceva i conti di tutto quello che c’era dietro all’organizzazione dello sport, giro economico, sponsor. E ironizzava: dicono che l’attività fisica faccia bene alla salute, come no, alle loro tasche fa benissimo".

Mennea nascose la sua malattia. 
"Era fatto così. In tanti ci sono rimasti male, io no. Avevo capito che qualcosa non andava, perché dopo gli auguri di Natale non l’avevo più sentito, strano perché ci parlavamo ogni settimana, ogni volta che avevo un problema, lui c’era. Pietro non voleva farci preoccupare, ci ha risparmiato il dolore di sapere, era convinto che avrebbe vinto sul tumore. Credeva che bastasse studiare, allenarsi, impegnarsi. Gli sportivi sono abituati ad affrontare le sfide, a valutare l’avversario, a combattere. Guardate Mihajlovic e Vialli. Ma la guerra contro il cancro non la batti così, anche i campioni sono vulnerabili. Serve più prevenzione, dovremmo impegnarci di più sul tema quando andiamo nelle scuole a parlare. E poi alla sua morte tutti avevano pronto un incarico per lui: dopo, non prima".

Troppo rompiscatole.
"È l’uomo che a fine anni Settanta ci ha fatto riemergere nella velocità. Se l’Italia ha avuto un posto nel mondo è grazie a lui, il suo 19”72 sui 200 dopo 44 anni è ancora record europeo. Dicono: non è detto che uno sportivo sia anche capace nel dirigere e nell’amministrare. Forse, ma Mennea aveva quattro lauree, era avvocato e commercialista. Volete dirmi che uno così non era preparato? Nessuno che gli abbia offerto un lavoro, gli hanno chiuso le porte, eppure sarebbe stato utile nel formare le nuove classi dirigenti sportive".

Aveva le sue manie.
"Si, un po’ ossessivo. Se Vittori gli diceva qualcosa, lo ripeteva ad alta voce per tutto il giorno. Pensava di avere il mondo contro, aveva maledetto quell’8ª corsia di Mosca ’80, ma lui gliela avrebbe fatta vedere. Era cresciuto a Barletta, senza pista, senza scarpe, senza mezzi. E senza fisico. Voleva tutto quello che il destino non gli aveva dato. Era convinto che con la forza di volontà si potesse rimediare a tutto. In raduno con noi giovani arrancava: io gli andavo via in salita, nei balzi era inferiore a Pavoni, nei pesi a Ullo, le buscava anche da Simionato. Però a Mosca fu capace di vincere una gara già persa. Aveva un modo commovente per urlare al destino che non si sarebbe fatto da parte. E noi per seguire i suoi metodi di allenamento alla fine siamo finiti in chirurgia. Questione di fibre".

Si sarebbe trovato bene nello sport di oggi? 
"Era sui social, parlava con i giovani, si informava, aiutava, con generosità. Aveva capito che stava arrivando una nuova generazione di fenomeni, alla Bolt per capirci. Avrebbe fatto tempi strepitosi su queste piste tecniche e con queste superscarpe, dove se ci metti dentro una pallina da ping-pong fa salti da quattro metri. Quello che non avrebbe sopportato è la presentazione allo stadio con luci laser, musica, spy-cam. Troppa invadenza per lui, che se qualcuno incontrandolo gli chiedeva “ma lei è Mennea”, rispondeva 'no, sono uno che gli somiglia'. Era ascetico, aveva bisogno di raccoglimento. Non avrebbe accettato un mental coach e forse a lui sciogliere dei nodi sarebbe servito. Ma mi chiedo: gli africani non hanno nessuno che guarisca i loro traumi, eppure corrono. Sono le mancanze a motivarti, le risorse le devi trovare dentro di te".

Pietro avrebbe preferito allenarsi da solo? 
"No. Per fare scuola bisogna fare gruppo, condividere. Lui e Vittori erano convinti che la qualità uscisse dal confronto, che la cosa migliore è radunarsi, portare il motore a duemila giri, io a Formia gli tiravo il collo, ma anche lui non scherzava. L’allenarsi ognuno per conto suo può portare a singole sintesi felici, ma alla lunga non è un buon sistema".

Ha un rimpianto?
"Era il mio fratello maggiore, ho cercato di addolcirlo, si è divertito con la mia leggerezza o almeno lo spero. Io sono impulsivo, lui mi faceva ragionare, sai quante stupidaggini non avrei fatto con i suoi consigli. Da morto nessuno lo dimentica, ma era meglio ricordarsi di lui da vivo. C’è una foto a cui tengo: io nella finale di Los Angeles ’84 che gli passo il testimone e gli urlo vai. Pietro ci ha fatti andare tutti: a suo modo, storto e distorto. Ma è stata una meraviglia".