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Kostomarov, dopo le amputazioni il lungo calvario e l'aggressione alla compagna

A destra Roman Kostomarov 

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Al pattinatore russo, colpito da polmonite bilaterale dopo un allenamento a basse temperature, sono stati amputati i piedi e alcune dita delle mani. Le condizioni respiratorie e cardiache restano gravi. In un momento di lucidità, tra un sedativo e l'altro, la rabbia contro la donna per la difficoltà di comunicare
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Roman si allenava con la febbre addosso, sul ghiaccio, perché sì. Perché pattinare era rimasta la sua vita anche dopo una grandissima carriera sportiva, e dopo quella medaglia d’oro alle Olimpiadi di Torino 2006 in coppia con Tatiana Nakva. Faceva esibizioni, continuava a danzare sulle lame. Ed è così, a gennaio, che si è preso una polmonite bilaterale che in un paio di mesi, purtroppo, ha scatenato la terribile infezione che gli sta consumando a poco a poco gli organi, e che ha costretto i medici di Mosca alle amputazioni dei piedi e di alcune dita delle mani.

Fatalità e passione, malattia e destino s’incrociano nella vicenda di Roman Kostomarov, 46 anni appena compiuti. La passione che porta a continuare con ciò che è più importante, un atleta questo lo sa bene, è così difficile dire addio ai gesti che sono stati la sostanza principale di un’intera esistenza. Vale per tutti gli spo…

Roman si allenava con la febbre addosso, sul ghiaccio, perché sì. Perché pattinare era rimasta la sua vita anche dopo una grandissima carriera sportiva, e dopo quella medaglia d’oro alle Olimpiadi di Torino 2006 in coppia con Tatiana Nakva. Faceva esibizioni, continuava a danzare sulle lame. Ed è così, a gennaio, che si è preso una polmonite bilaterale che in un paio di mesi, purtroppo, ha scatenato la terribile infezione che gli sta consumando a poco a poco gli organi, e che ha costretto i medici di Mosca alle amputazioni dei piedi e di alcune dita delle mani.

Fatalità e passione, malattia e destino s’incrociano nella vicenda di Roman Kostomarov, 46 anni appena compiuti. La passione che porta a continuare con ciò che è più importante, un atleta questo lo sa bene, è così difficile dire addio ai gesti che sono stati la sostanza principale di un’intera esistenza. Vale per tutti gli sportivi e per i campioni di più.

Le drammatiche notizie che giungono da Mosca riferiscono di un crollo nervoso, seguito tra l’altro a due ictus, nel momento in cui Roman è riemerso dal coma scoprendo di non avere più i piedi. La sua reazione, una specie di raptus, si è rovesciata addosso alla moglie Oksana, l’unica ad entrare nella camera del reparto di rianimazione dove Roman si trova da quasi due mesi. L’indicibile sofferenza psicologica si assomma a un quadro clinico che rischia di precipitare: il campione avrebbe bisogno di un altro intervento chirurgico al braccio, per una terza, parziale amputazione, ma il suo cuore secondo i medici non è in grado di sopportarlo. Però la necrosi avanza e l’epilogo non è prevedibile o forse, purtroppo, invece lo è.

Ricordiamo Roman Kostomarov disegnare le sue magnifiche traiettorie sulla bianca pista di Torino, in quei Giochi che insieme alla Navka lo opposero diciassette anni fa agli azzurri Maurizio Margaglio e Barbara Fusar Poli. La tragedia di una malattia può essere implacabile per chiunque, ma quella di Roman colpisce proprio perché su quei piedi, che ora  non ci sono più, lui ha vissuto non solo una scintillante avventura agonistica (oltre all’oro olimpico, anche numerosi mondiali e europei). Roman non poteva smettere di cercare la gioia di un gesto quotidiano. Per provare a fargli accettare la sua nuova condizione, di cui Roman ha dovuto prendere atto come nel peggiore degli incubi, risvegliandosi dal coma, i medici gli hanno affiancato uno psicologo.

Resta, di questa tragedia, l’urlo di Roman Kostomarov che viene riferito dalla stessa moglie, alla quale lui ha gridato “non capisci, non mi senti!”, oltre al buio su un futuro davvero pieno di incognite. Ma resta anche la gioia di quell’andare comunque, e ancora, sul ghiaccio nonostante gli anni e la febbre, sul ghiaccio e incontro al destino, certamente, ma di più verso sé stesso.