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Caso Schwazer, abbiamo visto la docuserie di Netflix. Ecco perché guardarla (mentre Alex punta Parigi 2024)

La produzione distributa dal 13 aprile in tutto il mondo. Quattro episodi per raccontare vittorie, cadute e battaglie legali. L'allenatore Donati: “Alex non prova odio verso chi lo ha stroncato, ma il sistema è fatto di complicità tra Cio e federazioni internazionali col placet dei governi". L'ex campione olimpico: "Oggi non mi doperei più come nel 2012". Si punta su uno sconto di pena rispetto alla data di fine squalifica dell’8 luglio 2024, in modo da potersi qualificare per i Giochi
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C’è una sottilissima speranza, quasi impercettibile eppure resiste. Alex Schwazer alle Olimpiadi di Parigi, grazie a uno sconto di pena rispetto alla data di fine squalifica dell’8 luglio 2024, incompatibile con una qualificazione. Una speranza che sconfina nel sogno, ma questa storia di vittorie, cadute, doping, redenzione, amore, lotta contro poteri invisibili sta per decollare verso tutte le parti del mondo. Verso i 195 paesi di Netflix, che dal 13 aprile offrirà sulla sua piattaforma “Il caso Alex Schwazer”, docuserie in 4 episodi prodotta da Indigo Stories. Trasportando nella vicenda del campione olimpico di marcia, al centro di un intrigo internazionale, le tecniche e la narrazione già utilizzata in format come The Last Dance, Formula 1: Drive to Survive, Break Point. Una diffusione globale, mai così ampia per un atleta italiano, che si spera generi anche un’ondata favorevole allo sconto di pena.

Il pianto di Schwazer dopo l'oro a Pechino 2008 

Ecco così Alex con gli occhi sbarrati in una stanza retroilluminata sinistramente da due finestre sullo sfondo, che parla della sua depressione dopo l’oro di Pechino e la sua caduta verso gli inferi del doping. E le lacrime, ma anche i silenzi, dell’ex fidanzata Carolina Kostner, e le parole sempre aspre contro le istituzioni mondiali dello sport di Sandro Donati, paladino della lotta al doping, che prima indicò alla Wada i comportamenti sospetti di Schwazer prima delle Olimpiadi 2012, poi prese sotto la sua ala l’atleta che cercava la redenzione e un metodo con cui dimostrare al mondo la sua pulizia. Non servì per impedirgli la contestata squalifica prima di Rio 2016, per la quale il gip del tribunale di Bolzano Walter Pelino ha disposto l’archiviazione del procedimento penale a carico del marciatore per “non aver commesso il fatto”, parlando di “campioni di urina alterati allo scopo di farli risultare positivi e dunque di ottenere la squalifica e il discredito dell’atleta e del suo allenatore Sandro Donati”. Una mossa che le istituzioni internazionali non hanno accettato, non accogliendo un atto della giustizia ordinaria italiana. “Schwazer, non poteva immaginare quali conseguenze avrebbero avuto su di lui le miei azioni” racconta Donati, da sempre convinto di pagare “una storia del doping che è anche storia di complicità di Cio, federazioni internazionali, col placet dei governi che non hanno mai voluto approfondire. Oggi la situazione è sempre uguale: si camuffa, si mimetizza”. Quasi come se fosse un monito, nella serie escono dagli archivi Rai le immagini degli anni in cui le pratiche dei medici Conconi e Ferrari venivano esaltate e producevano vittorie a raffica.

Carolina Kostner 

Oggi Schwazer allena atleti amatori, ma è ancora asciuttissimo. Come capita raramente a un ex. “Non smetterò mai di essere un atleta” ha detto alle Iene. Delle angosce del periodo in cui era conteso da una trasmissione all’altra, della tentazione di suicidio non è rimasta traccia: “E’ sereno dopo aver attraversato periodi tremendi, verso chi lo ha stroncato non ha mai espresso odio che invece quella gente meriterebbe” sottolinea Donati. La docuserie è stata l’occasione per far riaffiorare interi anni della sua vita, davanti a una telecamera durante sessioni lunghe fino a dieci ore al giorno. Ha risentito le voci degli avversari russi che gli raccontavano la loro giornata: “Training-vitamine-doping”. Ha rivisto il momento peggiore, Rio 2016, sulla pista ciclabile in attesa della sentenza di otto anni di squalifica, ma ha anche capito certe dinamiche invisibili: “Mia moglie mi ha detto che era incinta prima che partissi per Rio, la vita mi ha chiamato, mi ha spinto a muovermi: questa è stata la mia terapia”. La sua difesa, sostenuta insieme a figure chiave della sua carriera come l’avvocato Gerhard Brandstaetter o la manager Giulia Mancini.

Sandro Donati 

“Questa storia ci ha colpito, avevamo bisogno di capire e andare a fondo” sostiene Alessando Lostia, produttore di Indigo e motore della docuserie insieme a Giovanni Bossetti, manager italiano dei contenuti non fiction di Netflix. È una storia piena di elementi utili per affrontare la vita, ragionano a Netflix, convinti di una formula in cui l’inchiesta e i sospetti fanno parte della narrazione ma non sono l’unica linfa di un racconto in cui si mescolano lacrime e agonismo. “Oggi non mi doperei più” sospira Schwazer, “mi concederei una pausa, ma all’epoca non si usava. Ho un grande rimpianto per aver fatto certe scelte. Avrei preferito un finale diverso per questa docuserie: ma se la mia storia fosse stata un’altra, non ci sarebbe stata nemmeno una serie su di me”.