"Sei un mio nemico per tutta la vita, te la farò pagare". L'avessero pronunciata il nonno e il padre, questa frase, avrebbe creato non poche inquietudini al destinatario. Ma anche detta dall'erede, con il nome e il cognome che si ritrova, fa un certo effetto. La minaccia l'ha proferita John Gotti III, una parentela con chi ha fatto la storia del crimine negli Stati Uniti: il nonno è stato a capo dei Gambino, una delle famiglie criminali più potenti di New York. La frase a margine dell'esibizione sul ring che lo ha visto opposto a Floyd Mayweather, uno dei più grandi talenti pugilistici di ogni tempo. Sei riprese da due minuti, un surrogato dolciastro della boxe che piace tanto a Mayweather anche perché gli gonfia un conto in banca già grosso come una mongolfiera dopo una straordinaria carriera: il suo alias, Money, non sta lì per caso. Mayweather con la boxe seria ha smesso da tempo (50 incontri tutti vinti), ora si trascina come una sorta di Buffalo Bill strapagato che dispensa lampi della classe che fu: ricordiamo tra i suoi 'avversari' il giapponese Hasegawa (l'unico veramente maltrattato), lo youtuber Logan Paul, Don Moore e Aaron Chalmers.
Money riesce ancora a catalizzare una certa attenzione. E' stato così anche sul ring di Sunrise, in Florida, in un fine settimana che tra l'altro ha visto splendidi match di pugilato vero (su tutti il mondiale dei superleggeri vinto da Teofimo Lopez su Josh Taylor). Difficile spiegare il fenomeno, è come se nel calcio a far concorrenza a Manchester City-Inter, fosse stata una partita di vecchie glorie dal tocco raffinato ma capaci di giocare solo a ritmi da moviola. Il problema però è un altro: Mayweather e Gotti III hanno preso la cosa sul serio. Partiamo dal presupposto che Gotti, 30 anni contro i 46 di Floyd, viene dalle MMA e con il pugilato ha un rapporto appena accennato: due incontri con altrettante vittorie contro signori nessuno. Troppo poco per poter solo pensare di osare qualcosa - e non c'è differenza di età che tenga - contro uno che ha battuto tra gli altri De La Hoya e Pacquiao.
Sul ring però si è rotto qualcosa, o magari è stato rotto appositamente per fini pubblicitari. "Last name matter", il cognome è importante, (il titolo della riunione) è infatti anche quello di un documentario ad essa dedicato. Mayweather ha iniziato a sbeffeggiare il rivale, senza forzare i colpi ma punzecchiandolo a suo piacimento e rendendo inoffensiva qualsiasi replica con la sua difesa tradizionalmente inattaccabile. Fatto sta che ad un certo punto Gotti è uscito dai binari, non ha rispettato lo stop dell'arbitro e ha attaccato l'ex campione in stile rissa tra ubriachi in un un bar.
Scintilla perfetta per richiamare sul quadrato i sostenitori dei due (e tra loro anche papà John Gotti II, altro dalla fedina penale discutibile), che hanno dato vita ad una scazzottata vergognosa. Insomma, se l'incontro voleva un ritorno pubblicitario la missione è stata compiuta. Ma per il resto, la serata della Florida non passerà certo alla storia, sportivamente parlando destinata al dimenticatoio. Resta sempre quella minaccia e soprattutto la provenienza. "Last name matter", è proprio vero.