Il razzismo di una volta: sempre bieco, integrale, ma semplice. Quello di oggi: parcellizzato, contenitore di tanti malesseri, tridimensionale, buono (cioè cattivo) per tutto. Istanze locali, regionali, nazionali, religiose. Glocal, verrebbe da dire. Ormai il razzismo è un capo per tutte le stagioni, un insulto comodo che si appiccica su tutti, non devi nemmeno sforzarti, la pigrizia verbale porta lì. Spesso double-face: chi lo subisce lo replica, senza originalità.
«S-Print, iscriviti gratuitamente alla newsletter di Emanuela Audisio»
L’autobus della squadra di basket del Barcellona viene accolto al WiZink Center di Madrid dai cori: “Barça, racista, España es madridista", "hijos de puta", "perros" o "ratas asquerosas". Non c’è bisogno di traduzione, forse solo per l’ultimo: topi disgustosi. Inoltre il coach del Barcellona, il lituano Sarunas Jasikevicius, denuncia offese intolleranti contro un suo giocatore, James Nnaji, nato in Nigeria. Da notare che il club del Real Madrid ha lanciato una campagna mondiale a favore del suo calciatore, il brasiliano Vinicius Junior, oggetto in Spagna di cori razzisti. A Rio de Janeiro per solidarietà la statua del Cristo Redentore sul Corcovado si è spenta per un’ora. Quindi a Madrid si patisce per Vinicius e si ricambia offendendo Nnaji?
Trasferiamoci in Austria dove si è giocata l’amichevole Repubblica d’Irlanda Under 21 contro Kuwait Under 22. La partita è stata sospesa sul 3-0 per gli irlandesi dopo che gli stessi hanno denunciato insulti razzisti contro un componente della propria squadra. È stato il ct Jim Crawford a ordinare ai suoi di lasciare il campo durante la ripresa. Si chiama James Abankwah il difensore nato a Dublino, che tra l’altro gioca in Italia nell’Udinese, vittima delle brutte parole. È originario del Ghana. Si amplia la casistica: un arabo che denigra un africano, ritenuto inferiore. La federazione del Kuwait ha respinto le accuse sostenendo che la partita è stata sospesa dall’arbitro "per la durezza e le tensioni in campo tra i giocatori" e “per proteggere i giocatori da possibili infortuni". Motivazione bizzarra. Non bastasse, sempre in Austria, stesso giorno, in un’altra amichevole la Nuova Zelanda ha abbandonato il match con il Qatar tra primo e secondo tempo, dichiarando che un proprio giocatore è stato oggetto di discriminazione. Trattasi del difensore Michael Boxall. Il Qatar aveva ottenuto una punizione per un fallo su Yusuf Abdurisag e Boxall (non era lui l’autore della scorrettezza) è corso dall’arbitro a protestare e poi ha detto qualcosa al giocatore quatarino a terra. Abdurisag si è rialzato, è andato verso Boxall, e gli ha urlato qualcosa anche lui. Mezza squadra della Nuova Zelanda è accorsa e alcuni giocatori hanno chiesto all’arbitro: «Ma ha sentito cosa ha detto?». Il fischietto, l’austriaco Manuel Schüttengruber, non ha preso nessuna decisione e la Nuova Zelanda non si è ripresentata in campo. Boxall è meticcio, nato a Auckland, di origini samoane. Abdurisag è somalo, nato a Mogadiscio. Non un bianco contro un nero, non un diverbio sulla differenza, ma due uomini con la pelle dello stesso colore. Potevano mandarsi tranquillamente a quel paese invece avrebbero scelto un’offesa razziale.
Il suo nome è James. Non Bond, ma McLean. È il giocatore più odiato d’Inghilterra. «E sono anche quello più discriminato». Centrocampista, 34 anni, è nato a Derry, ufficialmente Ulster, dovrebbe vestire la maglia della nazionale di Belfast, della squadra del Nord, ma lui ha scelto quella verde della Repubblica d’Irlanda (solo il rugby ha una squadra unica). James è cresciuto nel quartiere di Creggan, a forte concentrazione cattolica, dove le violenze dei Troubles non sono guai dimenticati e nemmeno la strage del Bloody Sunday del 30 gennaio ’72, quando un battaglione di paracadutisti britannici aprì il fuoco sulla folla che stava marciando per i diritti civili della comunità cattolica del Nord Irlanda. Certi ricordi non li spazza via nemmeno il vento forte. A McLean ogni volta che va a battere un calcio d’angolo urlano “fottuto irlandese” e “feniano bastardo”. I feniani erano un movimento che voleva liberare l’Irlanda dal dominio inglese. In più c’è sempre qualcuno che gli sventola davanti la bandiera dell’Ulster e lui allora mostra il tatuaggio che ha sulla coscia sinistra “Free Derry”. La scritta c’è ancora sul frontone della casa della famiglia McKane al civico 33 di Lecky Road, la dipinse Liam Hillen all’alba del 5 gennaio 1969: “You Are Now Entering Free Derry” e non Londonderry, segnalava che si stava entrando nel fortino di Bogside, quartiere cattolico della città, zona di opposizioni sociali spesso finite nel sangue. McLean ha le sue idee e non le nasconde: in ogni Remembrance Day, giorno in cui in Inghilterra si ricordano i caduti della Prima Guerra Mondiale, rifiuta di indossare il papavero rosso per il ruolo che l’esercito britannico ha avuto nel conflitto con l’Irlanda del Nord. L’avete capito, è un simbolo della lotta antibritannica. E si è permesso di non onorare la morte della regina Elisabetta. In occasione di Huddersfield-Wigan si è staccato dall’abbraccio dei compagni durante il minuto di silenzio, è rimasto in disparte, con le mani dietro la schiena e la testa bassa, pur indossando la fascia nera sul braccio. Gli insulti più odiosi e osceni, anche quelli contro il Papa, vengono dall’Irlanda del Nord, dalla parte protestante, quella a cui apparteneva George Best da Belfast, Pallone d’oro nel ’68. Buffo che il suo scatto formidabile George l’avesse ereditato proprio dalla religione, perché nella zona cattolica dove andava a scuola doveva scartare le tante aggressioni. Certo, altri tempi e altra ironia, quando nel ’71 Best con il Manchester United andò per una partita a Newcastle e una lettera firmata dall’Ira avvisò: «Se entra Best lo ammazziamo». George non solo giocò, ma segnò e l’allenatore avversario dichiarò: «Era meglio se gli avessero sparato a quel rompiballe». Per tornare a McLean sono dieci anni che gli cantano cori così espliciti che anche suo figlio di 7 anni che va alle partite ha chiesto alla mamma perché la folla grida contro suo padre. James non è uno che sta zitto: «Quello che mi lascia l’amaro in bocca è che ho ricevuto più abusi io che ogni altro calciatore in Inghilterra: minacce di morte, proiettili mandati per posta. Non è una lamentela, ma uno spunto per chiedere: qual è la differenza? Perché per quello che fanno a me nessuno è responsabile? Ho visto alcuni dei miei compagni irlandesi postare un quadrato nero per la lotta al razzismo, giustamente. Ma avete mai visto qualcuno di loro condannare pubblicamente l’odio che ricevo, che peraltro è anche contro di loro? Direi di no. C’è una discriminazione più forte di un’altra?».
Il 10 giugno 1946 l’americano Jack Johnson, primo pugile di colore a vincere il titolo dei pesi massimi (1908), si fermò sulla Us Highway 1 in un ristorante in North Carolina e litigò perché non lo fecero entrare: «Vietato l’ingresso ai cani e ai neri». Rimontò sulla sua Lincoln, sbandò, finì contro un palo, e morì nell’unico ospedale che accettava quelli del suo colore. Aveva spaventato l’America, non solo con i pugni: tre mogli, tutte bianche. Oggi lo sport spesso libera, ma anche imprigiona. Si discrimina, perché così fan tutti. Indiscriminatamente.