✕

Perché lo sport ha sempre bisogno dei cannibali

Merckx e Verstappen

 

Ascolta l'audio

1 minuti di lettura

Chi ha paura dei cannibali? Perché quando si prendono il cortile si lamenta la fine della competizione, il bisogno di trovare avversari, rimedi, perfino di cambiare le regole? Dicono: non c’è interesse a guardare una gara se sai già chi la vincerà. La Formula Uno di Verstappen, il tennis di Djokovic, perfino il sospetto per la Moto Gp di Bagnaia. Che effetto hanno sugli ascolti, sugli sponsor, sul giro d’affari? Francamente, mia cara, non è questo il punto. Lo sport non è un sistema di governo. Non si chiede se sia meglio la monarchia, la diarchia, o la democrazia in cui tutti partono (teoricamente) alla pari. Lo sport è creazione di una memoria collettiva. La storia si fa tramandando ricordi, ingigantiti dalla lente d’ingrandimento del racconto al passato remoto. L’apparizione di un cannibale è un segnalibro nel romanzo che altrimenti perde ogni riferimento: ricominci e non ti accorgi di aver già letto. Senza il cannibale non c’è un’era, soltanto tempo. È il distintivo di una generaz…

Chi ha paura dei cannibali? Perché quando si prendono il cortile si lamenta la fine della competizione, il bisogno di trovare avversari, rimedi, perfino di cambiare le regole? Dicono: non c’è interesse a guardare una gara se sai già chi la vincerà. La Formula Uno di Verstappen, il tennis di Djokovic, perfino il sospetto per la Moto Gp di Bagnaia. Che effetto hanno sugli ascolti, sugli sponsor, sul giro d’affari? Francamente, mia cara, non è questo il punto. Lo sport non è un sistema di governo. Non si chiede se sia meglio la monarchia, la diarchia, o la democrazia in cui tutti partono (teoricamente) alla pari. Lo sport è creazione di una memoria collettiva. La storia si fa tramandando ricordi, ingigantiti dalla lente d’ingrandimento del racconto al passato remoto. L’apparizione di un cannibale è un segnalibro nel romanzo che altrimenti perde ogni riferimento: ricominci e non ti accorgi di aver già letto. Senza il cannibale non c’è un’era, soltanto tempo. È il distintivo di una generazione. Noi che eravamo bambini quando c’era Merckx, giovani con Becker, padri nell’epopea di Schumacher, mentre giocavamo a Benjamin Button con Valentino. Ci parlano di duelli (da Coppi-Bartali a questo imperscrutabile Pogacar-Vingegaard), di trielli (l’ormai sfumato Federer-Nadal-Djokovic), ma l’alternanza è un concetto per democrazie evolute e non lascia nel popolo la stessa sensazione furente che ha seguire un condottiero o abbatterlo. La vittoria dell’outsider (il predecessore simpatico dell’underdog) non ha risalto se conquistata in regno caecorum. Chi si ricorda del ragionier Mir succeduto al cannibale Marquez? Chi ha vinto il giro d’Italia quando smise di correrlo Merckx? Pollentier, e come? Lasciamo stare. L’impresa vera è scalzare il titano. Se il gigante non c’è, primo vale primo, ma con l’asterisco: vivrà in eterno nella memoria dei suoi connazionali e tifosi, altrove sarà il fantasma di un’estate.

Così è negli sport individuali, quelli di squadra creano dinastie imperfette: i 9 titoli consecutivi della Juventus o gli 11 del Bayern sono stati vinti con formazioni continuamente diverse, come fiumi in cui non ci si bagna mai due volte. Tribù variabili, il cui dominio è costruito sulla forza economica. Il cannibale solitario è l’ultima forma di epica, perfino nella sconfitta, appesa alle leggi della statistica, al bisogno del record, del grande slam, di una sequenza inventata dagli uomini per individuare i presunti superuomini. Eppure questo è il solo gioco succedaneo dello spirito guerriero che ci rugge dentro.

Leggi i commenti