Nicolò Martinenghi: “Al Mondiale di nuoto una rana zen. Non sono io quello da battere”
dalla nostra inviata Alessandra ReticoNicolò Martinenghi
FUKUOKA — Un ranista zen. Quasi un ossimoro, nonostante questo sia un Mondiale in Giappone. Possibile? "Per ora sono molto sereno, anche perché non sono l’uomo da battere”. Eppure è il campione in carica dei 100 e vice dei 50, Nicolò Martinenghi. Varesino, 23 anni, un brillantino sul dente e molti sugli orecchini per via di papà Samuele, orafo, nessun tatuaggio, Tete arriva a Fukuoka dopo una stagione complicata da un problema al tendine del ginocchio sinistro, ora sotto controllo. Non lo è il campo delle sue specialità, tutt’altro che uno stagno: manca per il secondo campionato di fila l’imperatore, l’inglese Adam Peaty, alle prese con vari malesseri, fisici e psicologici, oltre che con un bimbo di tre anni da seguire da padre separato. Ma gli altri ci sono tutti. Tete domenica in vasca per eliminatorie dei 100, martedì per i 50. Ci sarà anche per le staffette.
Fa anche lei l’underdog?
“Lo sono, almeno stando ai tempi stagionali, 5° e 6°. Davvero, non sono il favorito e non…
FUKUOKA — Un ranista zen. Quasi un ossimoro, nonostante questo sia un Mondiale in Giappone. Possibile? "Per ora sono molto sereno, anche perché non sono l’uomo da battere”. Eppure è il campione in carica dei 100 e vice dei 50, Nicolò Martinenghi. Varesino, 23 anni, un brillantino sul dente e molti sugli orecchini per via di papà Samuele, orafo, nessun tatuaggio, Tete arriva a Fukuoka dopo una stagione complicata da un problema al tendine del ginocchio sinistro, ora sotto controllo. Non lo è il campo delle sue specialità, tutt’altro che uno stagno: manca per il secondo campionato di fila l’imperatore, l’inglese Adam Peaty, alle prese con vari malesseri, fisici e psicologici, oltre che con un bimbo di tre anni da seguire da padre separato. Ma gli altri ci sono tutti. Tete domenica in vasca per eliminatorie dei 100, martedì per i 50. Ci sarà anche per le staffette.
Fa anche lei l’underdog?
“Lo sono, almeno stando ai tempi stagionali, 5° e 6°. Davvero, non sono il favorito e non sento la pressione, fortunatamente. Non devo per forza vincere sennò è un casino. Fukuoka la considero solo come una tappa, anche se una tappa fondamentale verso Parigi 2024. Vengo da due settimane in altura che non avevo mai fatto, a Livigno, soltanto io, il mio allenatore Marco Pedoja e il fisioterapista. Mi serviva al livello fisico e mentale. È stato bellissimo, lavorato bene, zen totale. Magari con l’avvicinarsi della gara cambia, e non vedo l’ora”.
Chi la marcherà?
“Chi non lo farà. I cinesi forti, gli americani pure, ma anche noi italiani lo siamo. È il mio quarto Mondiale, i tempi e i personaggi sono diversi. Al mio primo a Budapest 2017, al di là del fatto che avessi la febbre, con 59’01 sarei arrivato terzo, qui si rischia di non arrivare in finale”.
Le manca Peaty?
“Sì, e lo dico anche egoisticamente. L’anno scorso quando vincevo ogni tanto mi sono sentito vincente a metà senza di lui. Ma sto capendo che vincere significa anche essere al posto giusto nel momento giusto. Lui non c’era, ma eravamo in tanti a giocarci l’oro e l’ho vinto io. Ma mi manca e non è vero che non è venuto agli Europei a Roma perché aveva paura. Io per lui ho molto rispetto, è uno che ha sconvolto il mondo del nuoto e lo ha fatto per 8 anni, un Ronaldo in corsia”.
Lui, Dressel, molti nuotatori e altri atleti lamentano depressione.
“Li capisco, è difficile quando sei così forte da dover gareggiare a lungo contro te stesso. Devi sempre trovare nuove motivazioni. Io mi sono fatto aiutare a lungo da un mental coach, Lorenzo Marconi, dopo Tokyo ho smesso perché avevo raggiunto i miei obiettivi, ma sono aperto a tornarci se ne avessi ancora bisogno”.
Paltrinieri dice che un brutto colpo in una gara gli serve per reagire.
“Lo capisco, se tutto va liscio non hai voglia di cambiare ed evolvere, quando prendi testate trovi qualcosa in più di quel che lasci. E da agonista, vuoi subito rifarti. In generale io sono un sostenitore del potere dell’incertezza: quando non hai niente, devi sbrigarti per avere qualcosa”.
Lei cosa vuole?
“Guardandomi con i miei occhi di bambino, sono contento della persona che sono diventato. Faccio quello che mi piace. Ho lasciato la polizia, non mi ci riconoscevo più in quel contesto anche se non sputo nel piatto dove ho mangiato, sono andato all’Aniene, una scelta per il futuro. Mi interessa la moda. Sono curioso del mondo, vorrei fare un’esperienza all’estero. Vivo con i miei ma a tempo debito prenderò casa. Sono fidanzato con Adelaide, appena laureata in Economia alla Bicocca, ho un gatto, Dolly, non amo leggere anche se dovrei, Federico Burdisso mi ha dato Le armi della persuasione, ma a me piace stare con la gente. Magari un giorno lavorerò nella pasticceria di famiglia e seguirò le orme di nonno Piero Pirola, padre di mia madre Alessandra, celebre per il cocktail rosa Apollo 11 in onore dello sbarco sulla luna, ingredienti top secret, con profumi di fiori d’arancio, vaniglia, chiodi di garofano”.
È vero che odiava l’acqua?
“Di più, mi faceva ribrezzo. A volte mi torna quel rifiuto, perché vorrei avere più tempo per me, ma poi passa. Io amo il nuoto. Anche se il periodo più bello della mia vita è coinciso col peggiore della carriera: un infortunio al pube nel 2018, sono stato fermo 8 mesi e ingrassato come un bue: da 84 a 102 chili. Era l’anno della maturità scientifica, ho preso 72 e me la sono proprio goduta. È stato educativo: ho scelto convinto il nuoto e se mi sono privato di cose, quando le faccio le apprezzo di più”.
Giornata tipo?
“Sveglia alle 6.25, vado in piscina a Busto Arsizio, 45 minuti di esercizi a secco, un paio di ore di nuoto, non supero i 4.5 km a seduta. Puntiamo sulla qualità”.
Perché la rana?
“La rana ha scelto me. Da piccolo ero minuto, tutti nervi e niente muscoli, molto agile, la rana mi veniva naturale e semplice. Crescendo, ho adattato quella mia nuotata a un fisico cambiato, ma più potente ed efficiente”.
Tradizione vuole che i ranisti siano considerati strambi, che cosa avete?
“Che cosa non abbiamo, piuttosto. Siamo le pecore nere, estroversi, giocosi. Ma non so se viene prima la stramberia e poi la rana o viceversa”.
Ha anche giocato a basket, nessun rimpianto per il canestro?
“Il basket mi piace di più del nuoto, è un gioco, non puoi dire vado a giocare a nuoto, lo dici per il tennis o per il calcio”.
Esiste una solitudine del nuotatore?
“Sì e no. Sei solo in acqua, ma vogliamo anche sentirci soli per rimanere immersi nei pensieri”.
C’è una tecnica specifica della rana?
“A parte le basi, non ce n’è una buona per tutti. Sofia Goggia non ha una tecnica da manuale, eppure il suo modo di sciare la rende veloce ed efficiente in discesa”.
Vi scambiate consigli con Benedetta Pilato?
“Se uno chiede, l’altro risponde, ha solo 18 anni e sembra una veterana, ha dimostrato tanto e lo farà ancora, le voglio un bene dell’anima e le auguro il meglio”.
Giusto tenere furori russi e bielorussi?
“Nel tennis c’è chi può competere, nel nuoto no. Lo sport deve unire, non dividere”.
E l’idea di una categoria per transgender?
“Non è così semplice giudicare, ma potrebbe essere un modo non per emarginare una diversità, ma per riconoscerla”.
Federica Pellegrini ha detto che questa è la migliore nazionale di sempre.
“Lo dicono anche i numeri. L’anno scorso c’è stato un exploit tra mondiale a Budapest e Roma, tante medaglie, tante finali. Federica ha trascinato un movimento perché era la più vincente, oggi si è vincenti perché trascinati da un movimento. Io ho vissuto la fine di un’epoca di una nazionale e l’inizio di una nuova. Posso testimoniare che il clima adesso è molto diverso da prima. È vero che abbiamo una grande eredità da gestire, ma a nessuno di noi interessa avere in mano un testimone, nessuno di noi si sente l’erede predestinato di Federica, ovviamente vogliamo andare forte e raggiungere i nostri obiettivi, ma insieme. Non ci interessa un leader, ma essere una squadra leader. Se siamo un bel gruppo, ci divertiamo”.
Parigi è lontana?
“Un paio di ore di aereo da casa, è molto vicina, è un anno che ti cambia la vita”.