Sussurri e grida. Alla morte di una campionessa. Giudizi e pregiudizi. Oggi come ieri. Tori Bowie aveva 32 anni. La velocista americana è morta il 2 maggio scorso. A casa. Sola. Non aveva più rapporti con il mondo dell’atletica. Di carattere discreto, nessuno sapeva più molto di lei, le sue ultime corse nel luglio 2022. Tori non era una qualunque: oro nella staffetta veloce ai Giochi di Rio (2016), argento nei 100 metri, bronzo nei 200, campionessa del mondo dei cento a Londra nel 2017. I suoi tempi e misure erano da vertice: 10”78 (100 metri), 21”77 (200 metri), 6,91 metri (lungo). Quando lo sceriffo allarmato da chi non la vedeva da giorni ha sfondato la porta di casa di Tori in Florida, l’ha trovata a terra, ormai cadavere. Sono bastati pochi dettagli per fare subito di lei una depressa, una psicotica, una problematica, una che se n’era andata in circostanze oscure, anzi si era tolta la vita, magari era anche drogata e forse esagerava con l’alcol. Mentalmente instabile, non aveva più un centro, sparita dai radar (anche dai social). E se l’aveva fatto era perché voleva nascondere qualcosa. Un Viale del Tramonto anticipato. Questo suggerivano i titoli dei giornali, citando anche un “erratic behavior”, un comportamento irregolare, perché aveva tirato delle uova ai vicini. In America, dove se a qualcuno gira storto ne fa fuori quindici con un fucile semi-automatico.
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Tori a due anni era stata lasciata con la sorella Tamarra in un orfanotrofio dalla madre, ad allevarla nella città rurale di Sand Hill in Mississippi era stata la nonna paterna, Bobbie Louise, che dopo una lunga battaglia legale era riuscita ad adottare le piccole. E che usava dirle: «Non m’importa se devi spazzare il portico per vivere, ma qualsiasi cosa sia falla al meglio». Tori era stata precoce, a 12 anni guidava l’automobile in autostrada e giocava a basket, suo primo amore, con i ragazzi. Al college l’avevano dirottata sull’atletica, se la cavava bene anche lì: “Sono cresciuta con nulla, ma il carattere non è mai mancato”. Era discreta, non era sposata, le interessava la moda. Gran fisico, bel volto, sorriso aperto. Nel 2018 aveva partecipato a una campagna per Valentino e per Stella McCartney-Adidas e sfilato a New York durante la Fashion Week, era stata anche fotografata da Annie Leibovitz per Vogue. Poi si era allontanata dal mondo dello sport, aveva chiuso i contatti. Strano, strana. Infine l’autopsia che smentisce tutto: Tori è morta durante il travaglio, per complicazioni legate alla gravidanza. Secondo il rapporto del medico legale di Orange County era incinta di 8 mesi. Tra le possibili cause: difficoltà respiratorie e l’eclampsia, patologia rara che causa convulsioni in seguito a un picco di ipertensione durante la gravidanza. Colpisce in America soprattutto le donne nere, il cui indice di mortalità è due volte e mezzo superiore a quello delle bianche. Spesso i sintomi non vengono riconosciuti, la stessa star del tennis Serena Williams ne stava per morire e ha raccontato che un’infermiera non solo non credeva ai suoi dolori ma si era permessa di dire che era «una pazza che inventa». Anche la sprinter Allyson Felix, Wonder Woman dell’atletica, 11 medaglie olimpiche, compagna di staffetta di Tori, nel 2018 ha avuto un parto arduo con le medesime complicazioni e ha parlato di pregiudizio razziale. “Questa è l’America nel 2023 dove tre staffettiste su quattro, tutte campionesse olimpiche, hanno avuto gli stessi seri problemi, sottovalutati, durante la maternità, dove noi donne nere siamo ancora vittime di parto. È assurdo. Spero che Tori, che a Rio era sul podio con l’oro attorno al collo e la dolcezza nel cuore, non sia morta invano”. Tori Bowie non era strana, era solo incinta. E la sua gravidanza era a rischio. L’autopsia ha ristabilito la verità.
Verità che il dottor Samuel Gerber, altro coroner, ha avuto tempo fa difficoltà a diffondere su un’altra velocista considerata strana. Gerber è stato per mezzo secolo il medico legale più potente e influente d’America, nella contea di Cuyahoga, Ohio. È morto a 88 anni nel 1987, dopo 13 mandati consecutivi. Aveva un’alta opinione di sé, conosceva tutti, si era occupato anche del caso di uno dei primi serial killer americani che decapitava e smembrava le vittime. Ma quando in quel giorno d’inverno del 1980 lo chiamò Tom Beres, un giornalista della tv Wkyc, Canale 3, gestito dalla Nbc, chiedendo conferma dello scoop, lui rifiutò ogni commento. Walter Cronkite, il conduttore televisivo più famoso d’America, aveva già annunciato l’omicidio della più grande atleta del ventesimo secolo. Era il 4 dicembre. Quattro giorni dopo a New York sarebbe stato assassinato John Lennon. Nevicava a Cleveland. La signora aveva appena comprato una busta di nastri per coccarde in un discount su Broadway Avenue, quando nel parcheggio due uomini le si avvicinarono, uno aveva una calibro 38. Lei cercò di strappargli l’arma, a 69 anni era ancora atletica, ma partì un colpo che la colpì allo stomaco. I ladri scapparono senza frugare nelle tasche dei suoi pantaloni dove quel giorno stranamente aveva molti contanti. La trovò priva di conoscenza, a faccia in giù, una guardia di sicurezza, quando le girò il volto, la riconobbe. Chiamò un’autoambulanza che però bucò una gomma. Arrivò un’auto della polizia che trasportò la donna in ospedale, ma non ci fu niente da fare. I suoi averi: 248,17 dollari, un anello olimpico, un reggiseno imbottito. Era stata un’atleta strepitosa, oro ai Giochi di Los Angeles nel 1932, il suo record mondiale di 11”19 sui 100 restò imbattuto per 15 anni. Era una creatura ibrida, una polacca che si sentiva americana, aveva due nomi, due nazionalità: era Stanislawa Walasiewicz, diventò Stella Walsh. Una storia molto nota. Ma quello che Beres voleva sapere da Berger era la conferma: un agente della Omicidi gli aveva spifferato che all’obitorio si erano accorti che Stella non era del tutto una donna. La tv aveva però bisogno di una fonte ufficiale per divulgare l’indiscrezione. Fecero pressioni su Berger in ogni modo: con telefonate, lettere, ingiunzioni. Lui la tirò a lungo, disse che aveva bisogno di altro tempo per fare esami, nessuna indiscrezione. La tv schierò un legale, lo citarono in tribunale, Berger rispose che ci provassero, era un avvocato anche lui. Voleva rispetto per Walsh e non lo sciacallaggio mediatico, non era colpa sua se era nata così, non l’aveva chiesto lei. “È stato Dio a farmi questo?” aveva domandato Stella una volta a un’amica, nell’unica volta che aveva accennato al suo segreto. Berger alla fine compilò il referto: Stella Walsh non aveva un utero, né mestruazioni, ma un’uretra malformata e un pene non funzionante. Il marito Harry Olson di 33 anni che Stella aveva sposato a Las Vegas quando lei ne aveva 45 (il matrimonio durò due mesi e le servì per ottenere la nazionalità) si sentì truffato. Il mondo anche. Harry disse che l’avevano fatto una sola volta, ma che aveva ricordi confusi. Non si parlava ancora di trans o di inter-sex o di Dsd (disorder of sex development) come oggi per il caso Semenya. Stella fu umiliata, derisa, disprezzata. I titoli e i giochi di parole più gentili: «Stella was a fella». Stella era un compagno. «Stella Walsh wasn’t a she». Non era una lei. Ma avrebbero dovuto aggiungere che non era nemmeno un lui. L’unico diverso e rispettoso fu Berger, non barrò nessuna casella, nel referto si riferì a Stella come individuo.
A nessuno interessò il resto dell’autopsia: Stella aveva una concentrazione di alcol nel sangue oltre il limite, equivalente a bere otto birre in un’ora. Il suo fegato era intossicato, aveva la cirrosi e un cancro allo stadio primario, il cuore era scosso dall’alta pressione. Sarebbe vissuta al massimo ancora tre anni. Stare su questa terra come un errore della natura non le aveva fatto bene. Quello scherzo cromosomico l’aveva sempre tormentata. Il film «A qualcuno piace caldo» è del 1959. Il regista Billy Wilder si servì della famosa drag queen Barbette, molto amata da Jean Cocteau, come insegnante di gestualità, soprattutto dell’ancheggiare. E nella battuta di Jack Lemmon nel ruolo di Daphne c’era già anticipata la fine di Stella: “Ci porteranno all’obitorio femminile e quando ci spoglieranno io morirò dalla vergogna”.