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Bucce di banana

Michael Jordan

 
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La buccia di banana. Gli imprevisti. La sbadataggine. La sfortuna che fa scivolare, cadere, farsi male. L’incidente banale. Quello che fa ridere gli altri, ma piangere te. Mamma, ho quasi perso un dito. Certo se lo dice Michael Jordan, His Airness, è lutto non solo nazionale. Si pensa ai grandi campioni, soprattutto ai giganti del basket Nba, come a superprofessionisti organizzati, concentrati solo sul gioco, anche perché ogni loro infortunio costa milioni. Li si crede assorti nella loro bolla, per evitare che la casualità della vita interferisca con le loro traiettorie. LeBron James guadagna quasi mezzo milione di dollari al giorno. La sua buccia di banana è più scivolosa delle altre. E potrebbe provocare perdite devastanti. Però capita anche ai Big dello sport di fare non la cosa giusta, ma quella stupida. Le disattenzioni sono democratiche, non guardano al curriculum.

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Proviamo a fare una lista, iniziamo dal più grande, proprio da MJ. Ha ballato la sua Last Dance (anche) per il vizio del fumo. Jordan nel ’98 va in vacanza alle Bahamas, entra al casinò, è appassionato di sigari, ne prende uno, lo taglia, ma si affetta l’indice della mano destra. E si recide un tendine. Si parla di qualche settimana di assenza, starà fuori quasi un anno. Subisce una seconda operazione. «Il chirurgo mi ha riattaccato il tendine, ma ho perso sensibilità al nervo, posso tirare, ma non riesco ad afferrare completamente la palla». Si fa fotografare con la mano destra aperta dove si vede chiaramente il dito storto. Per la serie: il fumo fa male non solo ai polmoni.

Andrew Wiggins, ala dei Golden State Warriors, un po’ di giorni fa si è schiacciato l’indice dalla mano destra mentre chiudeva (anzi sbatteva) la portiera dell’auto. Niente match. I giornali locali parlano di shocking details. In America se un giocatore Nba si infortuna alla mano più che un grande dolore è puro horror.

Charles Barkley nel '93, allora stella dei Phoenix Suns, va a un concerto di Eric Clapton. Ma in sala le troppe luci gli danno fastidio così pensa bene di spalmarsi sugli occhi una crema per il corpo. Non ha sollievo, anzi prova una forte irritazione, alle due di notte si fa portare in ospedale dove gli diagnosticano un danno alle cornee. Quando la musica scalda l’animo e non solo.

Il giovane Andrew Bynum doveva segnare un’epoca. Nel 2005 il centro da 2.13 dei Los Angeles Lakers a 18 anni diventa il più giovane esordiente Nba. Ma Bynum ha ginocchia fragili, molto trattate, deve fare riabilitazione. Nel 2009 è in rehab, appunto, o almeno dovrebbe. Ma vuoi non divertirti a 21 anni? Non è una palestra quella dove lo fotografano vestito da rockstar, smoking verde e pantofole, ma la Playboy Mansion, la villa di Hefner. Vabbè dai è Showtime, che sarà mai una festa? Però meglio evitare di ballare e di saltare con la playmate Nicole sulle spalle e anche le gare di hula-hoop proprio bene non fanno. Bynum nell’estate 2012 passa ai Philadelphia 76ers, altra operazione in artroscopia per un misterioso incidente che lo terrà fuori per tutto il campionato. Agatha Christie sotto canestro? Nessun giallo, spuntano due testimoni: si è fatto male al ginocchio sinistro giocando a bowling. Non è mica vietato. No, ma certi birilli sono micidiali. Addio luminosa carriera.

Proust a parte, dicono che andare a letto presto sia salutare. Non sempre. Derrick Rose nel 2008, alla sua prima stagione Nba con i Chicago Bulls, sbuccia una mela a letto e lascia lì il coltello. Si alza nella notte per prendere una bottiglia d’acqua, appoggia il gomito sul materasso e s’infilza dentro il coltello affilato. Dieci punti di sutura e un lungo stop. Gli tocca anche il rimprovero della mamma: «Quante volte ti ho detto che non si mangia a letto?». E il nuovo soprannome: slashing guard. Guardia tagliente.

Latrell Sprewell è sempre stato un giocatore caldo. Grinta, energia, carattere (brutto). Con la tendenza a sistemare subito i conti. Nel ’97 è con i Golden State Warriors e aggredisce due volte il suo allenatore PJ Carlesimo. Direte, dai ha esagerato e non voleva. Voleva proprio invece, perché prima lo prende a pugni in allenamento, poi torna venti minuti dopo e cerca di strangolarlo. «Metti un po’ di senape nei tuoi passaggi», gli aveva detto il coach. Insomma, passa un po’ più forte. Capirete l’ingiuria. Lo squalificano per 82 partite, ridotte a 68, lo sponsor rompe il contratto delle scarpe. Lui chiede scusa, non gli credono, si giustifica: «Ho fatto quello che avrebbero voluto fare in molti». E davanti alla tv dice: «Non è vero che l’ho soffocato, riusciva ancora a respirare». Cita l’infanzia difficile e i motivi razziali, lui è nero, il coach bianco. Con i Warriors non gioca più una partita, viene trasferito ai Knicks. Nel 2002 dà una festa sul suo yacht, sul lago davanti a Milwaukee, ma nella notte si alzano le onde e un’ospite inizia a vomitare sul tappeto. «Scendi subito, non sulla mia barca». Il fidanzato della ragazza chiede tempo, l’altro lo prende a pugni, ma lo manca. Centra invece una parete del suo yacht e si rompe la mano destra. Sprewell ordina: «Non dite niente». Anche perché per uno che deve mirare al canestro non è una grande pubblicità. La versione ufficiale: è scivolato mentre tirava su l’ancora. Sì, come no. I Knicks lo perdono per molte settimane e lo multano di 250.000 dollari.

Tyrone Curtis Bogues, detto Muggsy, lo conoscete tutti. Il più piccolo tra i giganti: alto 160 centimetri, ruolo guardia, il giocatore più basso di sempre dell’Nba. Nell’87 al suo esordio era compagno di squadra del sudanese Manute Bol, all’epoca con 2.31 il più alto giocatore della storia, 71 centimetri più di Tyrone. La strana coppia. Bogues è noto anche per un brutto commento ricevuto da Jordan: «Tira la palla, nano». Giocava con i Toronto Raptors contro i Portland Blazers quando dovette uscire dal campo per una strana allergia. Aveva ingerito il Vicks Vaporub, forse attratto dall’odore di eucalipto. E pensare che un vecchio rituale del Real Madrid calcio è quello di mettere il Vicks sulle maglie per respirare meglio.

Sia chiaro: nessuno vuole dileggiare i campioni Nba, abituati a essere considerati i più grandi atleti del mondo. Anche perché ogni sport ha le sue scottanti distrazioni. Il pitcher John Smoltz, uno tra i migliori lanciatori della Major League Baseball (Mlb), un tipo da Hall of Fame, nel ’90 ha dovuto essere medicato in ospedale per ustioni sul petto. Si era stirato la camicia. Ma avendola addosso. E poggiandoci sopra il ferro bello caldo. Non una genialata. Prova a smentire la leggenda metropolitana: «L’avevo già fatto altre sei volte e non mi era mai successo niente».

Non poteva mancare l’incidente domestico. Fall at home. «Sono scivolato nella doccia». Rajon Rondo nel 2014, capitano dei Boston Celtics, si rompe la mano in bagno, deve essere operato, e salta la stagione. Aveva già mancato 30 partite per un infortunio al ginocchio. Sarà che a Boston sono sempre stati diffidenti dai tempi della rivolta nel 1773 contro la tassa del tè, Tea Party, ma fanno un’indagine e viene fuori che c’è stato il compleanno della figlia e sapete come sono le feste dei bambini al parco giochi quando ci sono i trampolini. Avete detto trampolini?

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