Sport

Si fa presto a dire foto dell’anno. Ecco come nasce il vero scatto perfetto

Si fa presto a dire foto dell’anno. Ecco come nasce il vero scatto perfetto

Il numero del 30 dicembre 2023 di S-Print, la newsletter di Emanuela Audisio. Iscriviti gratuitamente dal link presente sotto al primo paragrafo

4 minuti di lettura

Sarete sommersi dalle migliori foto dell’anno. E la vostra memoria sarà molto sollecitata: come, non ricordate? Nello sport lo scatto è tutto: non solo quello degli atleti, ma anche dell’occhio che li riprende. Poi, certo, c’è sempre il caso, che è quasi sempre una certezza. Sapete chi fotografò il mostruoso salto in lungo di Bob Beamon a Mexico City il 18 ottobre 1968? Quel volo nell’infinito che sembrava non dovesse finire mai? Quello dove l’americano con il numero 254 atterrò a 8.90 metri senza capire di avere sorvolato l’altrove? Nuovo record del mondo, migliorato di 55 centimetri, che sarebbe durato 23 anni. “The Moment” si chiama lo scatto. Il momento in cui arrivò il futuro e l’uomo posò la sua orma sulla sabbia di un nuovo mondo, un anno prima di quella di Armstrong sulla luna. È di Tony Duff, inglese, nato a Londra nel ’37, contabile dell’ufficio tasse. Avete capito benissimo, non di un fotografo professionista, ma di uno che amava la Swinging London, che era arrivato alle Olimpiadi del Messico pagando di tasca sua il viaggio (charter), e che si fidanzava spesso con le atlete per poter avere da loro biglietti gratis per entrare allo stadio.

«Iscriviti gratuitamente a S-Print, la newsletter di Emanuela Audisio»

Capitò anche quella volta, la prescelta era un’ostacolista britannica, Patricia Nutting, alla sua terza Olimpiade, che gli prestò anche la giacca della tuta per farlo entrare senza problemi al villaggio olimpico. Allora si poteva e purtroppo fu lo stratagemma che usarono nel ’72 a Monaco i terroristi di “Settembre Nero” per avere accesso alle palazzine degli atleti. «Verrai a vedermi?» gli chiese Patricia. E lui andò. Alle 15.45 però iniziava il salto in lungo e Duff si spostò lì, aveva una Nikkormat, un rullino in bianco e nero e sembrava esattamente quello che era: un dilettante allo sbaraglio, un turista fai da te. Vide che i posti frontali alla buca del salto erano vuoti, salutò e sorrise agli studenti messicani, volontari dell’organizzazione, e sì accomodò, senza accredito, dove non gli spettava. A nemmeno 15 metri dall’orlo della buca. Beamon saltò, anzi rimase aggrappato al cielo per sei lunghi secondi. Benvenuto, ventunesimo secolo. Duff scattò, mise il rullino in tasca, dove lo tenne per due giorni, senza sapere di avere fatto il clic perfetto.

Bob Beamon vince l'oro nel salto in lungo a Città del Messico: è il 18 ottobre 1968 e la foto di Tony Duff cattura "The moment"

Bob Beamon vince l'oro nel salto in lungo a Città del Messico: è il 18 ottobre 1968 e la foto di Tony Duff cattura "The moment"

 

Non era un professionista, nessuno aspettava il suo lavoro, qualche giornaletto gli pubblicava il servizio con la firma, quella era la sua ricompensa. Inutile dirvelo, altri scattarono quel giorno, ma la sua foto restò la migliore, quella più a fuoco. Cosa diceva il grande Robert Capa? «Se non è venuta bene, significa che non eri abbastanza vicino». E Duff quel giorno era il più vicino. Quando una foto cambia due vite: quella di Beamon che rimase per sempre appesa a quel salto (mai più ripetuto) e quella dell’impiegato delle tasse Tony Duff, che due anni dopo decise di licenziarsi e di aprire un’agenzia.

Heinz Kluetmeier, americano di origine tedesca, è invece l’uomo di “The Touch”. Il Tocco. Il fotografo che per primo ha reso visibile il nuoto, che lo ha fatto uscire dalle acque. Convinto sin da ragazzo che quello fosse il suo lavoro, è stato l’autore dell’unica copertina della rivista americana Sports Illustrated uscita senza didascalia. «Non serviva, tutti sapevano a cosa si riferisse». È quella di Miracolo sul Ghiaccio, del successo a sorpresa della nazionale americana dilettanti di hockey contro l’Urss alle Olimpiadi di Lake Placid del 1980.

Ma Kluetmeier era più interessato al mondo underwater e a quello dell’innovazione. «Let’s try that». Proviamoci. Voleva mettere la camera fotografica non in piscina, ma dentro la piscina. «Perché la gente non crede se non vede». La prima volta che glielo permisero dopo mesi di negoziazioni fu ai Giochi di Barcellona nel '92. Il comitato tecnico lo autorizzò con le seguenti parole: «Se però qualcuno ha qualcosa da ridire tu ritiri l’apparecchiatura». C’erano molti problemi tecnici per via dell’intensità diversa della luce sopra e sotto l’acqua, oltre al fatto che tenere ferma la telecamera era come inchiodare la gelatina al muro. Fece le prove su un suo amico nuotatore, l’americano Mel Stewart, primatista del mondo dei 200 farfalla. Ma il giorno della gara un agente della sicurezza disse che quell’oggetto poteva essere una bomba e andava rimosso. La sua riposta: «Mi metto in costume sul bordo vasca pronto a tuffarmi se ci sono problemi». Quello si convinse, lui scattò, e il risultato fu nitido e bellissimo: si poteva vedere perfino il tabellone elettronico riflesso nell’acqua. Quattro anni dopo ai Giochi di Atlanta ci saranno 200 fotografi che chiederanno di fare la stessa cosa. Oggi lo chiamano lo swimming’s million-dollar shot.

Kluetmeier però la storia la fece nel 2008 ai Giochi di Pechino nel famoso duello dei 100 farfalla tra Michael Phelps e Milorad ?avi?. L’americano contro il serbo era alla ricerca del suo settimo oro per eguagliare lo strepitoso record di Mark Spitz di 36 anni prima. La fine è nota: ?avi? è avanti, Phelps lo raggiunge, a chi guarda in tv la mano del serbo sembra la prima. Il tocco sulla piastra. The touch, appunto. Discussioni, reclami, sospetti. La foto scuba di Kluetmeier, fotogramma per fotogramma, però avvalora l’ultima mezza bracciata vincente di Phelps. Un altro Miracle Finish. Per un centesimo. Un battito di ali di farfalla.

Anche l’inglese Gerry Cranham, scomparso il 20 ottobre a 94 anni, è stato un pioniere dell’arte del ritratto sportivo. Nel 1971 il Victoria and Albert Museum gli ha dedicato una personale, la prima dopo quella riservata a Henri Cartier-Bresson. È stato anche tra i primi tre fotografi che ai Mondiali di calcio del 1966 in Inghilterra usarono il colore, nel ’63 aveva insegnato a bere il tè a Muhammad Ali arrivato a Londra per combattere contro Henry Cooper. È a Cranhman che Ali con le dita indica 5 e urla “five, five, five”, indicando che gli basteranno cinque round per vincere. E così fu. Piazzò per primo la macchina fotografica con il telecomando (remote control) sotto le siepi della corsa di Cheltenham, nel Gloucestershire, il più grande meeting di corse di cavalli al mondo. Con discrezione, senza dirlo a nessuno. «Altrimenti mi avrebbero cacciato». Lo chiamavano “il poeta del movimento”, ma non tirò mai fuori l’orgoglio professionale o la scusa creativa dell’originalità. Anzi disse che era costretto a cercare nuovi angoli perché a casa aveva cinque figli da sfamare. Simply the best. Ma per necessità.

I commenti dei lettori