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Doping, l’inchiesta che fa tremare la Spagna: “Casi insabbiati e uso retroattivo delle esenzioni: così si coprivano i campioni”

Il sito web sportivo Relevo fa luce su una serie di gravi negligenze e complicità della Celad, l’agenzia nazionale per la lotta ai bari dello sport
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Da almeno vent’anni la Spagna viene da molti considerata uno dei paesi canaglia del doping. L’Operacion Puerto del 2006, i cui risultati sono stati sostanzialmente insabbiati e mai rivelati, confermò quanto poco fosse affidabile il sistema e quanto la giustizia sportiva spagnola fosse debole di fronte a pressioni provenienti dall’esterno (club o potere mediatico dei personaggi coinvolti). Il caso Valverde, con il ciclista murciano assolto dalla giustizia di Madrid ma sanzionato in Italia, fu spia di questa gestione “protezionistica” dei casi di doping da parte di Madrid. Un’inchiesta del sito web sportivo spagnolo Relevo getta una nuova, inquietantissima luce, sulla gestione dell’antidoping da parte della Celad, l’agenzia nazionale, già sanzionata nel 2016 dalla Wada, che non esce tuttavia immacolata dalla vicenda.

Le complicità

Secondo l’inchiesta, l'Agenzia mondiale antidoping ha permesso alla Spagna di lasciare impuniti diversi atleti risultati positivi a test antidoping. Inoltre, l’Agenzia nazionale antidoping nazionale di Madrid, la Celad, ha utilizzato vari metodi per insabbiare ed evitare di sanzionare questi test positivi. L'inchiesta di Relevo mette in luce la mancanza di trasparenza in una materia così delicata. Sono state sfruttate ad esempio varie scappatoie burocratiche per insabbiare una lunga serie di casi. In alcuni di questi, la Celad ha atteso il tempo massimo consentito dalla normativa, un anno, tra l'apertura del caso e la notifica della positività all'atleta.

Un caso del 2019 che coinvolge un atleta di rilievo nazionale conferma questa pratica. In questo caso la notifica della sanzione è stata rinviata al 365° giorno consentito dalla normativa. E invece di essere inviata elettronicamente, la notifica sarebbe stata inviata per posta. Una volta ricevuta la sanzione, l'atleta ha potuto ricorrere al Tribunale amministrativo sportivo (Tad), che si è pronunciato a suo favore in quanto la sanzione era stata notificata oltre i termini di legge.

Il caso Ike

Un altro caso, secondo quanto riportato da El Diario, ha coinvolto il centometrista Patrick Chinedu Ike, risultato positivo al norandrosterone e al noretiocolanolone nel 2019. In questo caso il Celad non ha aperto un'indagine, non ha sanzionato l'atleta e gli ha permesso di continuare a gareggiare. La Wada non ha intrapreso alcuna azione per imporre sanzioni, anche se il risultato positivo è stato pubblicato sul profilo dell'atleta nel sistema “Adams”.

L’uso delle esenzioni a scopo terapeutico

Un altro metodo utilizzato per nascondere vari aspetti positivi è l'uso retroattivo di esenzioni per uso terapeutico (Tue), come nel caso della maratoneta e attuale detentrice del record nazionale Majida Maayouf. Secondo l'inchiesta di Relevo, la Wada sarebbe in possesso di un gran messe di documenti comprovanti l'esistenza di risultati positivi illeciti nello sport spagnolo, ma ha chiuso un occhio su di essi o non aveva gli strumenti per controllare la negligenza del sistema. Relevo fa sapere anche che l'agenzia antidoping spagnola ha usato fondi pubblici per cinque anni per finanziare test svolti in maniera irregolare, una situazione che è andata avanti almeno dal 2017 al 2022, pur sapendo che i test antidoping non venivano effettuati nel rispetto delle leggi vigenti. Sia il suo direttore, José Luis Terreros, sia il capo del dipartimento di controllo antidoping, Jesús Muñoz-Guerra, erano consapevoli che i test venivano spesso effettuati da un unico ispettore, contravvenendo alla normativa spagnola. Di conseguenza, i risultati positivi potrebbero essere annullati.

Gli ispettori che lavoravano da soli

Professional Worldwide Controls (Pwc), la società aggiudicataria del contratto di test, ha raccolto campioni dagli atleti utilizzando un unico funzionario (dovrebbero essere almeno due), secondo oltre 30 documenti presentati al Ministero dell'Istruzione, della Formazione professionale e dello Sport. Per risparmiare denaro all'azienda, questi agenti lavoravano da soli o con persone non autorizzate amministrativamente. Dopo mesi di indagini, Relevo ha ottenuto numerosi documenti a sostegno dell'accusa secondo cui la Pwc avrebbe incaricato gli agenti di controllo di svolgere da soli determinate "missioni", soprattutto fuori competizione.

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