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Angeli e demoni

Scott Spiezio con il padre Ed: hanno giocato con la stessa maglia nei Cardinals

Scott Spiezio con il padre Ed: hanno giocato con la stessa maglia nei Cardinals

 

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I dannati ci sono ancora. Quelli che cadono nel buco, che lo ingrandiscono, che non riemergono. Troppi spaventi, tanta fragilità, nessuna presa dove aggrapparsi.

Scott Spiezio in America era un eroe del baseball, di quelli che piacciono ai bambini, giocava per gli Anaheim Angels quando segnò in rimonta un fuoricampo da tre punti nella sesta partita delle World Series 2002 contro i San Francisco Giants, facendo vincere la sua squadra. Un all american boy. Il ragazzo della porta accanto, mazza e guantone, zero alcol, nessuna trasgressione, riluttante perfino alle pillole contro il mal di testa, sposato con la fidanzata del liceo Amy e con due figli, Tyler e Cody. Spiezio aveva fatto l’impresa: nel suo paese, Joliet, Illinois, a un’ora da Chicago, era diventato un hometown hero. Il suo nome era ovunque: sui manifesti, sugli striscioni, nei titoli dei giornali. E tutti lo celebravano: “Rappresenti ogni bambino di questa comunità”.

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Nel 2006 Scott rivince un secondo anello con i St. Louis Cardinals, ma l’aria è cambiata, non è più quella di festa, neanche lui è lo stesso, gli amici non ci sono più o non sono quelli giusti, nel 2004 un infortunio alla schiena in allenamento lo ha messo fuori squadra. Per i dottori rischia di non camminare più e di restare paralizzato. Gli viene paura che la sua carriera possa finire: è teso, nervoso, insicuro. E se lo scartassero? Inizia a bere, fino a un litro di vodka al giorno, anche durante le partite, qualcuno gli suggerisce un altro rimedio, perché non prova la cocaina? “E il brutto è che mi è piaciuta”. Insomma, ci casca. Qualche pausa di sobrietà, tu chiamale prove di disintossicazione, per il resto molte sigarette, anche due pacchetti al giorno. “Sentivo di poter uscire da tutto, ma c’era una parte di me che pensava di meritarsi quello schifo”.

Alcol e droghe insieme producono psicosi, lui si vergogna, si lascia andare, i suoi genitori non abitano lontano, ma interrompono ogni rapporto, smette di parlargli soprattutto il padre Ed, anche lui ex giocatore, che con la stessa squadra (i Cardinals) e maglia numero 26 ha vinto le World Series.

Scott divorzia, due volte, perde la patria potestà e la possibilità di vedere i figli, gli amici, si fa per dire, che lo vanno a trovare sono solo quelli che gli portano bottiglie. Cheers. Peccato non sia mai un bicchiere solo, ma venti. “Quando hai giocato davanti a 50 mila persone, pieno di adrenalina, è dura ritrovarsi in una piccola città a far niente. Bere mi toglieva le energie, quelle poche volte che ero autorizzato a vedere i miei bimbi restavo molto intontito, sdraiato sul divano”.

Quando ti dici che domani sistemi tutto, ma intanto oggi chiudi gli occhi sulla tua miseria. A casa sua i muri sono pieni di segni e di buchi, per le cose che Scott lancia nei tanti momenti di rabbia. Iniziano i guai: nel dicembre 2007 si schianta ubriaco con la sua Bmw contro una recinzione e scappa, ad aprile viene giudicato colpevole di altri due reati e condannato a tre anni di libertà vigilata e a 80 ore di servizio alla comunità. Va in terapia, ci crede poco, lo sport contro la depressione non vince mai. Nel 2013 con un pugno sfonda la finestra dell’appartamento dove vive con la sua nuova donna e il figlio neonato. Si ferisce con i vetri, è violento, fuori di sé, tira i capelli della ragazza e la getta a terra. Accusato di nuovo di guida in stato di ebbrezza, aspetta nella sua auto l’arrivo della polizia bevendo vodka in una bottiglia di Gatorade.

Lo trovano svenuto, le chiavi sul cruscotto, e lo ammanettano. Nell’aprile 2015 alle due e mezza di notte la polizia di Ottawa, Illinois, risponde a una chiamata d’emergenza: Spiezio ha dato di matto, distrutto la tv, rotto con un pugno una porta e un’altra finestra. Fugge, si nasconde, la polizia lo trova e lo arresta, mentre è a terra lo avvisano: se solo provi ad alzarti, ti spariamo. Lui li sfida, si risolleva, lo colpiscono con il taser, lo storditore elettrico. Ha ancora la cicatrice. Perde gli affetti: i figli non lo chiamano più papà, né portano più il suo cognome.

Sarà pure un tossico, senza più soldi, ma certe cose le capisce, soprattutto il suo fallimento: “Sentivo che erano tutti delusi da me, mancavo molti eventi familiari, stavo perdendo la parte più importante della vita dei miei figli”. Si sente in colpa per essere una forza distruttiva nella loro esistenza. E come risolve il problema? Aumenta i bicchieri. Si stordisce. Nel 2017 ha problemi fisici e mentali e finisce in rianimazione. Nel 2018 ha molto prurito, la sua pelle assume una sfumatura giallastra, gli sfregi lividi dell’alcol. Itterizia da cirrosi. Fegato a rischio. Un trapianto richiederebbe sei mesi di sobrietà. Un dottore gli dice: o cambi vita o ti resterà poco da raccontare. Alle 17,30 del 5 aprile 2018 l’ultimo sorso. Accetta il ricovero in ospedale. “Ero stanco di essere malato. Volevo tornare a essere una presenza nella vita dei miei figli”.

120 incontri consecutivi con gli Alcolisti Anonimi, l’amicizia di una donna, Tonia Boyer, che lo aiuta a non rispondere più alle chiamate di certi amici, un po’ di perdono per il suo aumento di peso, più comprensione da parte dei suoi genitori, Ed e Verna, che si sottopongono anche loro a sedute di terapia per cercare di capire come un figlio che non prendeva nemmeno un’aspirina fosse diventato un tossico (“Non abbiamo mai rinunciato a lui, è solo che non c’era più comunicazione”), qualche vecchio compagno di squadra che trova il tempo e le parole per fargli compagnia, i figli che passano a trovarlo e gli fanno vedere i loro progressi alla chitarra. È cambiato lui, ma anche lo sguardo degli altri. Spiezio accetta di raccontarsi nella sua vecchia scuola, nel 2022 partecipa alla festa per l’anniversario delle sue prime World Series quando era un Angel non ancora sceso all’inferno. Sono passati 20 anni, 13 di dipendenza, 12 riabilitazioni, 25 mesi senza bere, qualche lacrima. Ma è un bel colpo. Smette di affogare, comincia la risalita.

A 52 è tornato a vivere a Morris in un garage-palestra, dà lezioni di baseball ai bambini, aiuta i genitori nel loro negozio di mobili, gli piacerebbe trovare una casa dove stare insieme ai quattro figli e magari mettere su con loro una band musicale. Il padre dice che Scott ha fatto una cosa incredibile, molto più pazzesca che far vincere un campionato: riprendersi la sua vita, riconciliarsi, reintegrarsi. Esistono i campioni spezzati. Ma anche quelli che provano a risistemare le crepe. Senza avere più paura di perdere.

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