Take it easy. C’è gente a cui non puoi dirlo. Soprattutto perché ti si congela il fiato. Non ai 38 atleti russi provenienti da sei diverse regioni che lo scorso weekend hanno deciso di correre la maratona a Ojmjakon, la città abitata più fredda della terra, dove è stata registrata la temperatura più bassa del mondo: -71,2 gradi centigradi. Un normale congelatore fa 20 sotto zero. Nessuno dei concorrenti si è lamentato, anche perché il termometro era solo a -55.
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La chiamano Polyus Kholoda, Polo del freddo, la corsa che si snoda tra Ojmjakon (462 abitanti) e Tomtor (1.256), estremo nord della Siberia, a cinquemila chilometri da Mosca. In piena Jacuzia, Repubblica di Sacha, che con una popolazione di poco più di 300 mila abitanti e con un territorio di oltre tre milioni di chilometri quadrati è la suddivisione amministrativa autonoma più grande del mondo. E quella con più brividi freddi. Domina il bianco, taiga e tundra, posto non proprio comodo da raggiungere. C’è chi ha definito la gara “un’esperienza spaventosa”. Correre come orsi ubriachi, caracollando sulla neve, ricoperti di strati, maschere termiche e solette riscaldanti, con il medico che vi chiede se vi state congelando, piacevole non è. Anche se la corsa di soprannome fa “Divertimento Gelido”. Alla fine hanno resistito 12 uomini e 2 donne, per un premio di 1.038 euro. Nessuno ai piedi però aveva la superscarpa, anzi erano scarponi e stivali.
Ha vinto lo studente ventiquattrenne Konstantin Dragunov che è di quelle parti, del distretto di Megino-Kangalasskij, e ha ammesso: «Pensavo di collassare». A quelle temperature si fa fatica anche a respirare e il cuore sobbalza. Difficile riconoscere gli atleti perché il loro volto era ricoperto di ghiaccio. Inutile parlare del tempo (crono, non meteo): 3 ore e 7 minuti. Più lenti di lui solo 120 anni fa ai Giochi di St. Louis nel 1904, nella maratona più sciagurata e peggio organizzata dalla storia dove arrivò primo l’americano Thomas Hicks, grazie all’aiuto di due milligrammi di stricnina sciolti nel brandy (3h28’53”). Isabella Borisova, la vincitrice femminile della Polyus Kholoda, ha chiuso a un solo minuto dal secondo classificato maschile, a riprova che dove conta la resistenza il gap tra uomo e donna si riduce e alla fine più che il genere incide l’abitudine a vivere nelle condizioni più estreme. Ma la domanda è: in una società che cerca il benessere, dove tutto deve essere friendly e si tende all’eliminazione di ogni spia di sofferenza, perché sempre più gente si mette alla prova in competizioni molto vicine al sacrificio umano? Masochismo, diversa felicità, necessità di autostima?
Prendete la Barkley Marathons, la corsa più dura del mondo, diventata un mito di brutalità. Un horror per pochi intimi. Già l’iscrizione è bizzarra: i candidati devono inviare una domanda per posta con una tassa di iscrizione che è una miseria, appena 1 dollaro e 60 centesimi, rispondere a quesiti filosofici e portare una targa automobilistica del paese di origine. Il numero dei partecipanti è fisso: 40. Non esiste sito web della gara, né un canale ufficiale, né una data fissa, solitamente è tra marzo e aprile. Zero sponsor, è gradita la riservatezza. Si tratta di correre oltre 160 chilometri in meno di 60 ore, cinque giri nel bosco, con un dislivello di almeno 18 mila metri, come salire due volte sull’Everest partendo dal livello del mare. Tre giorni e tre notti in totale autonomia. Il percorso è predefinito, ma per capire dove andare c’è solo una mappa assai scarna. Vietati smartphone e dispositivi Gps. Perdersi è facile: lost in translation, appunto. Un concorrente è stato salvato mentre in pieno delirio e vittima di allucinazioni stava chiedendo informazioni a un bidone della spazzatura, prima che lo sceriffo locale lo trovasse e lo portasse in salvo.
Gli appassionati di numeri fanno un paragone con altre imprese: sono più di 6.000 le persone che hanno scalato l’Everest, 1.800 quelle che hanno attraversato a nuoto la Manica. Ma solo 17 hanno portato a termine la corsa infernale: tutti uomini, nessuna donna (arrivate, ma fuori tempo). Chi ha inventato la Barkley, che si svolge nel Frozen Head State Park del Tennessee a un’ora da Knoxville, è un tipo, ora pensionato, con barba bianca e camicia di flanella che sembra uscito dagli Hells Angels o se preferite dall’immaginario di Melville e di Mark Twain e si chiama Gary Cantrell, noto con il soprannome Lazarus Lake o Laz, ma anche come il “Leonardo da Vinci della sofferenza”. Il suo mantra è semplice: la vita è carogna, la mia maratona anche. Non è un Superman, ha quasi settanta anni e da piccolo ha avuto molti problemi fisici. Strane anche le regole con cui viene decisa la partenza: Laz riunisce i concorrenti in un campeggio, annuncia la gara con il suono di una conchiglia, ma per scattare bisogna aspettare che lui si accenda una sigaretta in prossimità di una sbarra di colore giallo. La prima edizione è del 1986, ma il primo a farcela arriva quasi dieci anni dopo, l’inglese Mark Williams nel '95 la termina in 59 ore 28 minuti e 48 secondi. Il pubblico ha iniziato a conoscere la maratona solo nel 2014 grazie al documentario The Barkley Marathons, The Race That Eats Its Youngs, la corsa che divora i suoi giovani. E grazie alla lettera di condoglianze che vi arriva se siete accettati: «Purtroppo per voi vi diamo il benvenuto, preparatevi a fallimenti, umiliazioni, sofferenze». L’aveva già detto il poeta: lasciate ogni speranza voi che entrate, anzi ripensateci.
Si sa a chi è ispirato il trail tra i monti: alla fuga fallimentare dalla prigione nel 1977 di James Earl Ray, l’uomo che assassinò il reverendo Martin Luther King Jr. e che evase dal Brushy Mountain State Penitentiary insieme ad altri sei detenuti facendo circa venti chilometri in oltre cinquanta ore, prima di essere ripreso con 100 dollari in tasca e un pezzo di mappa. Cantrell pensò che si potesse fare parecchio meglio e anche più male a chi fugge verso il traguardo. Siamo o non siamo tutti il capitano Achab?
C’è anche chi definisce questa maratona un’avventura di corsa satanica. «C’era una giraffa sulla strada mentre stavo correndo in Colorado, poi un leopardo sull’amaca, un ragazzo che suonava il violoncello, un cowboy gigante che roteava una corda, un sentiero ricoperto da gatti che cercavo di non calpestare e grandi orsi di peluche». Memorie di un’appassionata di Lsd o di altre sostanze psichedeliche? Per niente. Parole di Courtney Dauwalter, 38 anni, americana cresciuta nel Minnesota, ex prof di biologia, golden woman della fatica (imbattuta dal 2017), la più celebre ultrarunner del mondo, anche perché in gara indossa larghi calzoncini da basket e il suo team è composto solo da marito e parenti, e lei è un’amante della pizza che mangia anche durante le corse. Ora capirete che in Colorado, dove ci sono le Montagne Rocciose, le giraffe non vanno a spasso a mostrare il collo, ma Courtney era in uno stato di allucinazione. Le capita spesso di notte, per mancanza di sonno, soprattutto durante le lunghe prove, lei parla di entrare nella caverna del dolore e di superare quello stato. Sembra una mistica, ma non ci tiene alla corona di spine. «Non corro per stremarmi, ma per essere felice».
Adesso si prepara per il Colorado Trail, 782 chilometri, dai canyon di Waterton, a sud ovest di Denver, fino a Durango, la maggior parte del percorso è sopra i tremila metri. Ci sono da attraversare otto montagne, sei parchi nazionali e altrettanti di natura selvaggia. Tutto bello e molto wild. Ci ha già provato quattro anni fa, ma si è dovuta fermare a metà strada. «Ho avuto un problema polmonare, sono stata portata d’urgenza all’ospedale, bronchite acuta, hanno detto i medici che mi hanno messo sotto ossigeno». Volete tentare anche voi? Non a scassare il corpo, ma a trovare il vostro modo di essere felici.