Cosa sarebbe (stata) la vostra vita senza divieti. Senza limiti morali e legali, senza semafori rossi. Forse Usain Bolt avrebbe corso i 100 metri in 9”40 e forse tra le donne qualcuna negli ultimi 36 anni sarebbe riuscita ad essere più fast di Flo-Jo Griffith e a schiodare quel 10”49 fermo dall’88. Ci avete mai pensato alle scorciatoie che non avete preso, a quando avete preferito non peccare, e non barare? Magari darvi regole ha impedito o ridotto la vostra ascesa: quel giorno avevate buone ali, c’era un buon vento, se solo… Ma non ve la siete sentita. « I?m a material girl » cantava Madonna. E se lo è lei, figurarsi la società.
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Beh nello sport c’è qualcuno che vuole rimediare a queste timidezze e che anzi le giudica poco moderne. E dai, siamo nel 21esimo secolo, avanti tutta, senza remore. Fateci vedere cosa riuscite a fare con il corpo alla massima potenza. Mettete i razzi, andate sulla luna, meravigliateci: lo volete fare questo piccolo passo per l’uomo ma grande per l’umanità? Non per un pugno di dollari, ma per molto di più: un milione. Paghiamo perché siamo convinti che i limiti vadano superati e che la scienza non debba essere fermata, se ci sono farmaci che ci fanno essere più forti, andare più veloci, avere più resistenza, perché vietarli?
Così si ferma il progresso mentre l’eccellenza dovrebbe essere favorita: «It’s time to make sports better». Migliorarsi sempre, andare avanti, non indietro. Perché i mezzi ci sono e allora per dirla con uno slogan: il corpo e mio e gestisco io. La scienza, applicata in maniera appropriata, garantisce la salute, e sposta i limiti. È quello che propone il movimento Enhanced, che significa rafforzato, potenziato e che sta organizzando delle piccole Olimpiadi alternative, ma «drug friendly». Se preferite, chiamateli Pro-Doping Games, Giochi dove il doping non sarà proibito, ma anzi accettato, sostenuto, monitorato. E ricompensato.
Chiederete: chi è il genio che vuole (ancora) provare a migliorare la specie umana portandola a imprese eccezionali? Si chiama Aron Ping D’Souza, è un imprenditore australiano con base a Londra, mentre studiava a Oxford ha giocato a rugby per il Wadham College, ha fondato e diretto il Journal Jurisprudence e ora con un gruppo di undici persone (una sola donna) si è messo in testa di fare concorrenza al barone de Coubertin. La sua teoria: gli indigeni dell’Africa usano masticare le noci fresche (cola acuminata) per avere un effetto stimolante, eccitante, energetico quando devono percorrere lunghe distanze. Nella tribù dei Tarahumara, popolazione che in Messico risiede nell’attuale territorio Chihuahua, tra loro si chiamano rarámuri, che significa “coloro che corrono veloci”. Vanno come il vento, altro che Bolt. Il segreto del loro sprint è a base di peyote. Gli antichi greci si drogavano, i gladiatori usavano stimolanti e allucinogeni, i vichinghi norvegesi andavano pazzi per la bufotenina, una triptamina dagli effetti psichedelici. Chi ci ha preceduto su questa terra ha sempre cercato di aiutarsi quando era a caccia di imprese e noi invece vogliamo astenerci? Puniamo chi si dopa, lo spogliamo di ogni gloria. E se invece liberalizzassimo il doping? In modo da dare agli atleti le sostanze di cui hanno bisogno per migliorare i record e farli sentire non furfanti ma motore di un progresso. Le condizioni sarebbero uguali per tutti, senza nessuna disparità. Mi dopo io, ti dopi tu, ci dopiamo tutti. Con onestà, alla luce del sole, senza essere dannati, senza finire all’inferno. Questo promettono gli Enhanced Games.
Libero doping in libero sport. Senza ipocrisie, né sotterfugi. E sotto controllo medico per tutelare la salute. «La ricerca della prestazione è sempre stata parte integrante della storia, ma la scienza è rimasta indietro rispetto alle ambizioni dell’umanità». Gli atleti avranno un salario fisso più extra premi per i record. «È ora di pagare gli atleti e di premiare l’eccellenza». Le discipline interessate sono nuoto, atletica, ginnastica, sport di combattimento e di resistenza. Prendiamo la gara dei Fast & Furious: trentasei anni fa il canadese Ben Johnson frantumò il mondo. Piombò sui 100 metri in 9’’79. Seoul 1988, corsia sei. Un record fantastico. Nessuno mai era stato così veloce. Ma aveva gli occhi gialli e le vene marce. Dovette bere sei birre per pisciare all’antidoping, s’infilò in una sauna, mangiò mezza torta alla crema fatta da sua madre, andò a festeggiare in un ristorante italiano e in una discoteca. Johnson, nero di origini giamaicane, in quel momento era l’uomo più desiderato del pianeta. Un giorno e mezzo dopo non era più niente. Positivo allo stanozolol, uno steroide anabolizzante. Non era il primo drogato dello sport, ma sicuramente era il più famoso, il più importante. Fu uno shock per tutti, la perdita dell’innocenza. Johnson scappò dal villaggio olimpico sotto gli sputi e si coprì la testa sotto un giubbotto nero di pelle. Fu squalificato e processato, vide andare in fumo gli incassi del futuro, circa 20 milioni di dollari. Per abbassare quel record, troppo farmacologicamente assistito, ci sono voluti 17 anni: ad Atene nel 2005 il giamaicano Asafa Powell con 9”77 lo limò di due centesimi e 21 anni dopo a Berlino nel 2009 Usain Bolt lo ha assottigliato di 21 centesimi portandolo a 9”58. Due metri di vantaggio. Sta fermo lì da 15 stagioni. Ce n’è un altro famoso (e dubbio) sugli 800 metri donne che dura da 41 anni.
Ora c’è chi pensa: se non bastano le nuove scarpe e le piste sempre più veloci per cancellare un primato immutabile da quasi mezzo secolo e che ridicolizza le eroine dello sport moderno, forse è meglio intervenire sul capitale umano e chiedere rinforzi alla magia nera. James Magnussen, 32 anni, australiano, ex nuotatore, tre volte campione del mondo nei 100 metri stile e tre medaglie olimpiche, ha detto che ci sta. Vuole provarci. Si è ritirato nel 2018, ma l’idea del milione di dollari lo attira. «Con la certezza di avere il giusto supporto medico per essere sicuro che eventuali integratori non abbiano un effetto negativo a lungo termine sul mio corpo. Se qualcuno mi avesse chiesto di farlo durante la mia carriera, la mia risposta sarebbe stata molto diversa, ma oggi sono fuori dallo sport da sei anni e gli atleti in pensione non hanno opportunità come questa». L’ultimo colpo per provare a fare cassa.
Però ecco una riflessione: il ciclista americano Lance Armstrong, senza vergogna, ha preso epo, testosterone, ormone della crescita e ha vinto come nessuno mai 7 Tour de France consecutivi (dal 1999 al 2005) che gli sono stati tolti, negli ultimi cinque anni almeno 100 atleti keniani, corridori degli altopiani che godono dei benefici dell’altura, doping naturale, sono stati squalificati perché sono ricorsi a quello artificiale, la pattinatrice russa Kamila Valieva è appena stata sospesa per quattro stagioni, positiva alla trimetazidina, utilizzata per il trattamento dell’angina pectoris. Era la pretty baby del ghiaccio, ancora minorenne, appena 15 anni. Sapete quanti farmaci le sono stati somministrati in un biennio? Circa 60, più diversi integratori. La scusa ufficiale: «Colpa di una medicina del nonno finita nel dolce alle fragole». Ci mancava proprio la ciliegina sulla torta.