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Martina Favaretto, la scherma prepara una stella di 22 anni per le Olimpiadi di Parigi

La gioia di Martina Favaretto al Cairo (foto Augusto Bizzi)
La gioia di Martina Favaretto al Cairo (foto Augusto Bizzi) 

La fiorettista padovana, bronzo ai Mondiali di Milano, vince in Coppa del mondo al Cairo battendo la medaglia d’oro di Tokyo Kiefer: ai Giochi da protagonista, con un maestro speciale. E tra gli uomini trionfa Tommaso Marini

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Stefano Cerioni, commissario tecnico di tuoni e fulmini nel fioretto italiano, le ha dato una carezza sulla testa. Un gesto gentile, verso una campionessa che avrà classe, grinta, determinazione, ma sempre ventidue anni ha. Non bisogna dimenticarlo, anche se Martina Favaretto brucia le tappe e si ritrova giovanissima, nell’anno delle Olimpiadi di Parigi, a battere le migliori del mondo e vincere in Coppa come sabato al Cairo. Superando in finale nientemeno che l’americana Lee Kiefer, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Tokyo e vincitrice due settimane fa in Coppa del mondo a Torino, battendo proprio Martina. Una vendetta in piena regola, se ha senso usare questo termine in uno sport come la scherma in cui l’obiettivo è infilzare l’avversario, gesto definitivo mediato da maschere, corpetti e protezioni, ma sempre legato ad un passato di duelli in cui l’Italia eccelle da sempre. Per dire, nella stessa giornata di Coppa del mondo al Cairo, in uno scenario spettacolare con un tempio egizio ricostruito nel palazzetto (purtroppo vuoto) a vincere tra gli uomini è stato il campione del mondo in carica Tommaso Marini, che ha dominato la finale 15-6. Non contro un americano, francese, tedesco, cinese, coreano, giapponese, ceco, russo-neutrale, che erano stati eliminati prima: il campione del mondo di Milano 2023 ha vinto con Edoardo Luperi, outsider totale che vorrebbe rientrare nella squadra per Parigi togliendo il posto a campioni mondiali e olimpici come Alessio Foconi e Daniele Garozzo. Ma questa è la forza della scherma italiana, nelle sue palestre, coi suoi carismatici maestri prepara per quattro anni le Olimpiadi con personaggi sempre nuovi. Rinnovando la squadra che a Tokyo ha vinto cinque medaglie, ma nessuna d’oro, e stavolta ha la forza dirompente di giovani come lei, Martina Favaretto. Capace di riportare il sorriso in un ambiente triste per la scomparsa il giorno prima di Irene Camber, un’altra fiorettista, una campionessa olimpica a Helsinki 1952. Un segno del destino? A luglio si capirà.

Martina Favaretto
Martina Favaretto 

Il suo maestro è Numa, campione ai tempi di Cerioni

È una progressione costante, quella della padovana di Camposampiero. Vittima della stagione interrotta dal Covid, che ha frenato la maturazione di tanti talenti. Eliminata al secondo turno due anni fa al Mondiale del Cairo, ma componente del gruppo che ha vinto il torneo a squadre. Medaglia di bronzo ai Mondiali di Milano (battuta da Arianna Errigo), e anche in questa occasione protagonista dell’oro a squadre. In questa stagione Favaretto è diventata front woman, andando più avanti nei grandi tornei di Parigi, Torino, Cairo rispetto alla campionessa del mondo in carica Alice Volpi, o all’argento di Milano e mamma di due gemelli Errigo. Candidandosi per un ruolo ancora più importante nel Dream Team azzurro che a Parigi non vuole solo l’oro a squadre ma riportare a casa anche quello individuale dai tempi di Elisa Di Francisca a Londra 2012. Martina è una predestinata da tempo, ha movimenti fulminei preparati appallottolandosi di fronte all’avversaria come un gatto. Al Cairo ha battuto nei quarti la cinese Chen Qingyuan, che aveva vinto il torneo di Coppa a Parigi. In semifinale ha sconfitto Martina Sinigalia, un’altra azzurra di valore che faticherebbe a trovare un posto nella squadra olimpica, per poi arrivare in finale con Lee Kiefer. Ha allungato sul 10-6, Martina, è arrivata al match point sul 14-10, non ha perso la calma di fronte alla rimonta della campionessa olimpica tornata sul 14-13. Poi con una delle sue stoccate dal basso verso l’alto, con un movimento felino, ha piazzato il colpo finale. Cerioni l’ha festeggiata con un atteggiamento quasi paterno, e nei suoi occhi scorre anche un po’ della sua vita di furente fiorettista dal talento sconfinato. Il maestro di Martina Favaretto infatti è Mauro Numa, anche lui campione olimpico (Los Angeles ‘84, mentre Cerioni vinse a Seul ‘88), campione del mondo a Barcellona ‘85, per dire solo due dei titoli conquistati negli anni di una squadra fantastica, in cui non c’erano solo Numa e Cerioni, ma anche Andrea Cipressa, Andrea Borella e Angelo Scuri. Una storia che si rinnova sempre, la storia della scherma italiana. Pronta a lanciare nel cielo di Parigi la generazione Instagram di Marini e Favaretto.

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