Sussurrò, non cantò. Con la sua voce di seta. Non a caso lo chiamavano Lover Man. Fu sexy, soul, funk. Impossibile non lasciarsi andare e non muovere i corpi. Good vibes only. Nessuno aveva mai servito al pubblico, anche a quello televisivo, un inno on the rocks come il suo. Sensuale più che patriottico, lascivo, con l’odore di lenzuola sfatte.
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Un inno non slaccia il cuore, ma scalda i muscoli, non ti fa dondolare, ti tiene teso. Quella volta non fu così, Marvin Gaye si presentò in doppiopetto blu, con fazzoletto nel taschino e occhiali scuri. Cantò The Star-Spangled Banner in maniera diversa, senza urlare, con un tono molto morbido. Era figlio di un predicatore e aveva iniziato come corista in chiesa a cantare le lodi al Signore. Voce di velluto quella che usciva fuori, ma dentro aveva il buio.
Il 13 febbraio 1983 sul parquet del Forum, Inglewood, Los Angeles, si disputò l’All-Star Game di basket. E lì l’America cambiò le sue abitudini, accettò che il canto per la patria potesse essere qualcosa di lontano dalle parate militari e più vicino a un sentimento intimo. L’Nba allora non era ancora una black league, aperta ai cambiamenti, anzi era molto conservatrice. Tanto che nel ’75 fu considerata assai eccentrica e irriverente la proposta di Jerry Colangelo, proprietario dei Suns, di invitare all’All-Star Game il famoso crooner Andy Willams per cantare By the time I get to Phoenix, canzone famosissima, con l’orchestra di Henry Mancini. Allora non si pensava né a divagare, né ad allargare. Era una partita di basket, tutto si consumava in un giorno, non era un divertimento musicale per famiglie, perché il pubblico doveva essere intrattenuto da un cantante? Dateci gioco, intensità, un sound vigoroso. Proprio l’opposto della kermesse di adesso.
L’hip-hop era ancora nella sua infanzia, Kurtis Blow era appena diventato il primo rapper a ottenere successo commerciale mentre Gaye nel ’71 aveva pubblicato l’album What’s going on chiedendosi appunto cosa stesse succedendo in America tra movimento hippy, guerra, disagio dei veterani, diffusione dell’eroina. Suo fratello Frankie era ritornato dal Vietnam, ma molto cambiato. E lui, Marvin, era depresso e tossico (cocaina). Il suo matrimonio era andato a rotoli e la sua partner musicale Tammi Terrell era morta a 24 anni, ormai cieca, per un tumore al cervello dopo aver subito otto operazioni. Gaye era la seconda scelta di quella sera, la prima era Lionel Richie che in quel momento aveva molto successo. Lon Rosen allora aveva 23 anni, era direttore delle promozioni dei Los Angeles Lakers, e ricorda che qualcuno nell’ufficio del commissioner bocciò Richie. «Così passai al piano B, telefonai a Marvin che con Sexual Healing era da cinque mesi in testa alle classifiche, e lui accettò. Il giorno prima dell’incontro arrivò per le prove: avevamo solo due minuti a disposizione, lui era di sei più lungo. Gli dissi che dovevamo tagliare. Ok, mi rispose, domani torno con una versione più corta. Gli diedi appuntamento per le 11,30». Gaye non si fece vedere all’ora prestabilita. Arrivò all’ultimo minuto, con una cassetta tra le mani dove aveva registrato la batteria elettronica. Entrò, salutò, cantò. Davanti a 17.505 spettatori e a giocatori sbalorditi: era un inno o cosa? Per Isiah Thomas dei Detroit Pistons e Marques Johnson dei Milwaukee Bucks fu un momento insolito. Quella voce emanava erotismo e spiritualità, sembrava una preghiera. Ci fu un applauso lungo trenta secondi. I telefoni iniziarono a squillare, Rosen pensò di venire licenziato e di doversi cercare un altro lavoro: l’inno non sembrava più quello, la patria era diventata più nera. Invece a Jerry Buss, proprietario dei Lakers, quell’esibizione piacque. E anche oggi nessuno si ricorda più cosa successe in quella partita, chi vinse, ma solo che Marvin Gaye cantò e alzò un po’ i pugni quando intonò la strofa O’er the land of the free. Era un inno alla diversità, alle radici, la proclamazione di nuovi se stessi.
Nell’ottobre ’68 invece nessuno aveva perdonato il cantautore José Feliciano che a Detroit, gara 5 delle World Series, ne aveva fatto una versione acustica. Feliciano aveva 23 anni, i capelli lunghi e gli occhiali scuri, lo presero per un contestatore, per un menestrello peace&love, di quelli che bruciavano la bandiera. Non si accorsero del suo cane guida Trudy e non sapevano che le lenti nere non erano una moda da Black Power, ma perché era cieco dalla nascita. Erano gli anni delle lotte per i diritti civili ma ai soldati, ai fan del baseball, agli americani che giuravano fedeltà alla tradizione, quel ragazzo che suonava la chitarra con un sound latino-jazz-soul non piacque. Lo fischiarono. Era una disgrazia, una parodia, come si permetteva? In più Dick Hughes, lanciatore dei Cardinals, espresse il suo disprezzo in maniera plateale, con i pollici in giù. Le stazioni radio smisero di trasmettere Feliciano che venne bandito e inondato da messaggi di odio, c’era chi pretendeva la sua deportazione (era originario di Porto Rico), quel modo di cantare era stato offensivo. A nulla servirono le sue parole: «Volevo esprimere a modo mio la gratitudine che provavo per l’America». Bob Dylan intervenne per difenderlo.
Come ha scritto Giorgio Cimbrico: «Gli inni nello sport sono la commozione prima del fervore dello scontro». Quello dell’Uruguay non lascia scampo: Orientales, la patria o la tumba. O la patria o la tomba. Ma gli inni non sono immutabili, nuove sensibilità impongono cambiamenti. Advance Australia Fair è stata corretta, non comincia più con we are young and free, ma con one and free a evidenziare l’unità tra bianchi e nativi. Nkosi Sikelel’ iAfrika, l’inno del Sudafrica post-apartheid, è cantato in bantu, zulu, sesotho, afrikaans e inglese e ha rimpiazzato Die Stem, boero e marziale. God defend New Zealand ora è per metà in maori e per metà in inglese. Land of my fathers, l’inno del Galles, è intonato da pubblico e giocatori in lingua originale: Hen Vlad fy Nhadau. Vlad è la terra.
Quando la banda passò. Rosen ricorda: «Marvin dopo aver cantato se ne andò e non lo rividi più». Gaye un anno dopo fu ucciso dal padre che gli sparò due colpi di pistola. Ne sarebbe bastato uno: il primo gli perforò cuore e polmoni. L’indomani avrebbe compiuto 45 anni. Da sempre il padre era geloso di quella voce. «So smooth».