✕

Zaynab Dosso: “Ai Mondiali con le favorite, ma non chiedetemi lo show”

Zaynab Dosso, 24 anni

 
Atletica, intervista alla velocista che ha migliorato tre volte il record italiano dei 60 e si propone col terzo tempo dell’anno a Glasgow: “Io non faccio esultanze particolari e per questo gli sponsor non mi chiamano. Se parlavo di finale ridevano di me. L’Africa mi nutre, Roma è la mia casa dove ho stimoli allenandomi anche con i maschi. In questo momento sono in pace”
2 minuti di lettura

Nella scorsa primavera, seduta a un tavolo con Marcell Jacobs dopo un allenamento al “Paolo Rosi”, Zaynab Dosso fece una previsione: «Questo sarà l’anno di Sha’Carri Richardson». Tre mesi dopo la tatuata americana, reduce da due anni disgraziati, ha vinto 100 e staffetta 4x100 ai Mondiali. Ma anche la migliore velocista azzurra, che unisce Italia e Costa d’Avorio, stella delle Fiamme Azzurre, un anno dopo ha migliorato tre volte il record italiano dei 60 e si propone col terzo miglior tempo (7.02) per la finale di stasera ai Mondiali indoor di Glasgow.

Zaynab, ha la palla di cristallo?

«Avevo visto una gara di Sha’Carri e mi aveva impressionato per il suo modo di correre. È la Nicki Minaj dell’atletica, sta dando visibilità, cantanti come Drake si mettono a parlare di lei. Però la gente inizierà a pensare che bisogna diventare così per fare sport».

C’è una estremizzazione dell’atletica?

«Se non fai lo show come Richardson o Noah Lyles forse nessuno sponsor penserà a te. I m…

Nella scorsa primavera, seduta a un tavolo con Marcell Jacobs dopo un allenamento al “Paolo Rosi”, Zaynab Dosso fece una previsione: «Questo sarà l’anno di Sha’Carri Richardson». Tre mesi dopo la tatuata americana, reduce da due anni disgraziati, ha vinto 100 e staffetta 4x100 ai Mondiali. Ma anche la migliore velocista azzurra, che unisce Italia e Costa d’Avorio, stella delle Fiamme Azzurre, un anno dopo ha migliorato tre volte il record italiano dei 60 e si propone col terzo miglior tempo (7.02) per la finale di stasera ai Mondiali indoor di Glasgow.

Zaynab, ha la palla di cristallo?

«Avevo visto una gara di Sha’Carri e mi aveva impressionato per il suo modo di correre. È la Nicki Minaj dell’atletica, sta dando visibilità, cantanti come Drake si mettono a parlare di lei. Però la gente inizierà a pensare che bisogna diventare così per fare sport».

C’è una estremizzazione dell’atletica?

«Se non fai lo show come Richardson o Noah Lyles forse nessuno sponsor penserà a te. I miei amici sono venuti a vedermi e mi hanno detto: “vabbè, ma tu non esulti, non fai niente”. Non voglio essere quel che non sono perché devo fare spettacolo».

I suoi record stanno muovendo qualcosa a livello di sponsor?

«Niente».

E cosa vede nella stagione delle Olimpiadi di Parigi?

«Sono scaramantica, vedo solo cose belle per me ma non le dico. Nel mondo un fermento pazzesco, e si dovrà far attenzione non solo alle solite favorite. Un nome? Julien Alfred di Santa Lucia».

Viene dal sistema universitario Usa: vedendo partire Jacobs per gli States, non ci ha pensato anche lei?

«No, è più facile che finisca la carriera a Roma, dove ho continui stimoli allenandomi anche con atleti maschi. Marcell non era felice, doveva trovare avversari con i suoi stessi tempi. Per me invece il modello di allenamento, la pace che ho in questo momento non mi proietta da nessun’altra parte. Quando facevo brutti tempi il mio allenatore Giorgio Frinolli mi ricordava chi sono veramente. Quando parlavo di finale mondiale e tutti ridevano, con lui abbiamo messo un tassello giorno dopo giorno per arrivarci».

Sogna di essere in una finale olimpica in cui magari cade il record di Florence Griffith?

«Secondo me il record è fattibile, ma ci vuole ancora un po’ di tempo, Elaine Thompson ci si è avvicinata. Chissà con le nuove scarpe, le nuove piste. Io lavoro per pensare che le altre non hanno tanto più di me, non vado a guardare le favorite divertirsi: voglio giocare anch’io».

Sta costruendo tutto questo a Roma, però viene da Rubiera.

«Ormai sono più romana che reggiana, divido la casa di Corso Trieste con Luminosa Bogliolo, però i caplét me li ricordo eh».

Poi c’è la Costa d’Avorio, che ha lasciato a dieci anni. In quanti posti si sente a casa?

«Ovunque ci sia un posto per dormire. Sono italiana, sono ivoriana, quando vado là dicono “è arrivata l’italiana” e quando sono qui “è arrivata l’ivoriana”».

Se lo ricorda quando Didier Drogba portò nel 2006 il Pallone d’oro a Bouaké, nel nord dove c’erano i ribelli?

«Certo, quella è la città di mio padre Bakary. Ricordo anche quando in piena guerra civile, coi miei parenti spaventati, Drogba prese il microfono e disse: “mettiamo giù le armi”. Da noi gli sportivi sono divinità, quello che dicono la gente ascolta. Usiamo una moneta che si chiama franco, sentiamo ancora di essere una ex colonia, la maggior parte delle infrastrutture è stata comprata dai cinesi. Non abbiamo niente di nostro, quindi richiediamo indietro pezzi del nostro passato che sono nei musei europei. L’Italia è la mia casa, l’Africa mi nutre. Nell’afrobeats del nigeriano Burna Boy trovo la spinta per correre, allenarmi, ballare. Insomma vivere».

Leggi i commenti