Andrew Howe: “I diavoletti volevano che abbandonassi mia madre. Carl Lewis non mi ha aiutato. Il razzismo? Si batte con i sorrisi”
di Giuseppe Antonio PerrelliAndrew Howe lo sa. “Ho i superpoteri, se li vogliamo chiamare così. Una sensazione a volte bella ma molto spesso frustrante, perché ti spinge a lottare contro te stesso, costantemente”. La risata larga e sincera si accorda a meraviglia con i gridolini della donna di cui è più innamorato, la figlia Anna, nata – con perfetta scelta di tempo – il giorno di San Valentino, poco più di un mese fa. Ma il primatista italiano del salto in lungo, specialista anche dei 100 e 200 metri, non nasconde la luna nera: “Dopo ogni gara, anche dopo i due ori europei, non ero mai contento. Cioè, ero contento, felicissimo. Però mi sembrava di non aver espresso tutto il mio potenziale. Anche a Osaka, nel 2007, dopo l’argento mondiale, avevo dentro quella percezione, chiara e forte. Solo ai Mondiali juniores di Grosseto, quando ho vinto l’oro nei 200 metri, corsi in 20"28, ho sentito di aver dato il massimo. Ho tagliato il traguardo e mi sono detto: ‘Più di così non potevo fare’. Ma avevo solo 19 anni, era i…
Andrew Howe lo sa. “Ho i superpoteri, se li vogliamo chiamare così. Una sensazione a volte bella ma molto spesso frustrante, perché ti spinge a lottare contro te stesso, costantemente”. La risata larga e sincera si accorda a meraviglia con i gridolini della donna di cui è più innamorato, la figlia Anna, nata – con perfetta scelta di tempo – il giorno di San Valentino, poco più di un mese fa. Ma il primatista italiano del salto in lungo, specialista anche dei 100 e 200 metri, non nasconde la luna nera: “Dopo ogni gara, anche dopo i due ori europei, non ero mai contento. Cioè, ero contento, felicissimo. Però mi sembrava di non aver espresso tutto il mio potenziale. Anche a Osaka, nel 2007, dopo l’argento mondiale, avevo dentro quella percezione, chiara e forte. Solo ai Mondiali juniores di Grosseto, quando ho vinto l’oro nei 200 metri, corsi in 20"28, ho sentito di aver dato il massimo. Ho tagliato il traguardo e mi sono detto: ‘Più di così non potevo fare’. Ma avevo solo 19 anni, era il 2004”.
L’Italia scoprì allora di avere un campione in casa. Carl Lewis, amico di famiglia, la definì un predestinato.
“Sicuramente non mi ha dato una mano, mettendomi addosso un bel po’ di pressione, perché il giudizio veniva da un uomo della sua infinita grandezza. Carl probabilmente lo disse perché vedeva il talento nella velocità: la mia tecnica nel lungo non è mai stata ai livelli della corsa. Tutti pensavano che dietro a quel 20”28 di Grosseto ci fossero chissà quanti allenamenti e invece mi veniva tutto molto, molto naturale. Da lì in poi ho gestito le aspettative degli altri rimpicciolendo il più possibile tutto quello che mi accadeva e concentrandomi solo su me stesso. Ma non è stato facile: la pressione l'ho percepita ancora di più quando mi sono rotto il tendine d’Achille”.
Cosa è cambiato per lei da quel 27 luglio 2011?
“Come se a una Ferrari avessero tolto un cilindro: deve comunque provare a raggiungere i 300 chilometri all’ora ma non va oltre i 290. Dopo l'infortunio ero distrutto, perché il mio subconscio non lo accettava: ho impiegato sei o sette anni per saltare di nuovo otto metri e per correre in modo decente. Poche settimane prima avevo vinto i 200 al Golden Gala di Roma con un tempo di 20”31. Se rivedo quella gara, mi metto le mani nei capelli. Tecnicamente ero pessimo: duro, legnoso. Sapevo di avere margini di miglioramento enormi, se mi fossi sciolto, con una falcata più fluida. Oggi corro cento volte meglio”.
E la perenne insoddisfazione l’ha finalmente abbandonata?
“A 39 anni so di poter saltare nel lungo gli otto metri che mi permetterebbero di partecipare agli Europei di Roma, a giugno: lo dicono i test, ma anche la consapevolezza che ho acquisito in anni di gare. Anzi, sento di poter andare molto più in là ma lotto contro me stesso per raggiungere l’equilibrio ed evitare il rischio di andare oltre e farmi male”.
Perché a settembre ha deciso di riprendere l’attività agonistica dopo aver annunciato il ritiro a gennaio 2023?
“Perché ho il sogno di chiudere la carriera all’Olimpico gareggiando davanti alla mia famiglia, ad Anna e a Ilaria, la mia compagna, che tanto mi ha aiutato in questo ritorno. All’inizio dell’anno scorso ero in un momento molto, molto negativo. Non avevo centrato gli obiettivi sportivi e mia madre era stata colpita a ottobre 2022 da un ictus che le aveva paralizzato la parte destra del corpo: non poteva parlare né muoversi. Poi mia madre si è ripresa, è tornata quasi al 100%. Ora va e viene da Roma a Los Angeles, dove fa la fisioterapista per gli stuntmen di Hollywood. E io ho sentito di nuovo una grande carica addosso: ho ancora il fuoco dentro di me e lo voglio far vedere al mondo”.
L’ex ostacolista René Felton, sua madre, l’ha allenata per gran parte della carriera, attirandosi tante critiche.
“Per anni e anni ho avuto tanti piccoli diavoletti sulle spalle che mi dicevano all’orecchio: ‘Devi mollarla perché non sa quello che fa. Tu devi correre i 100, i 200, i 400. Lascia perdere il lungo. I tuoi programmi non vanno bene’. Vent’anni fa mamma era quasi l’unica donna allenatrice: una persona gioviale e molto esuberante che molti non prendevano sul serio. Era difficile anche farle ottenere un pass per vedermi saltare. Adesso gli allenatori, tutti gli allenatori, godono di un rispetto che prima non esisteva. Poi possiamo anche aver commesso qualche errore, ma ho la certezza che lei stesse facendo tutto sempre e solo per me, non per interesse né per guadagno: puoi esserne sicuro anche con altri tecnici, ma mai come in un rapporto tra un genitore e un figlio. E poi mamma mi ha insegnato anche affrontare il problema del razzismo”.
In che modo?
“Da donna americana nera degli anni ’60 e ’70 lei lo ha vissuto veramente sulla sua pelle. Intendiamoci: il razzismo è razzismo e basta, non ce ne sono versioni migliori o peggiori. Però negli Stati Uniti all’epoca la situazione era durissima. Crescendo con lei, con le storie che mi ha raccontato, ho imparato a riderci sopra, a smascherare il fondo di invidia, di malignità e di ignoranza che sempre lo accompagna”.
Come quando la presero di mira durante una partita di calcio giovanile.
“Lo ricordo nitidamente. Ero il più veloce di tutti e stavo facendo impazzire gli avversari. Dalla tribuna sono partiti i cori razzisti e l’allenatore mi ha detto ‘Adesso ti faccio uscire perché sennò qui succede un macello’. Ma io non ero arrabbiato, non me ne fregava proprio niente: sapevo che volevano colpirmi solo perché stavo giocando bene, quindi avevo già vinto. Questo è sempre stato il mio approccio al fenomeno. Poi è chiaro che il discorso cambia per il razzismo di uno stadio da 80, 90mila persone. Lì sono al fianco dei calciatori che escono dal campo e si rifiutano di giocare: l’arbitro deve sospendere la partita e le società e le tifoserie devono essere sanzionate”.
Andrew Howe è stato uno dei primi volti dell’Italia multietnica.
“Quando ho iniziato con l’atletica, eravamo veramente in pochi noi che venivamo da altri mondi. Sono stato contento di aver contribuito ad aprire le porte a un Paese diverso, che stava cambiando ma ancora non lo sapeva. Adesso l'America siamo noi. L’atletica italiana è meglio di quella degli Stati Uniti: è stupendo”.
In questa nuova America Mattia Furlani – figlio di Marcello, atleta del salto in alto e della velocista senegalese Khaty Seck – le ha strappato il record italiano del salto in lungo indoor, portandolo a 8,34, e minaccia il suo primato all’aperto.
“E già mi hanno chiesto tante volte se rosico. La risposta sincera è: assolutamente no, le misure si superano, quello che hai fatto rimane. So bene che il mio potenziale era molto superiore a quell’8,47: deve essere migliorato, speriamo presto, perché è giusto che il record italiano sia un 8,60, se non un 8,70. E poi Mattia è un ragazzo d’oro, intelligente e umile, e ha una tecnica molto migliore della mia: ci farà sognare. Le nostre mamme sono super amiche, l’ho visto crescere, veniva da bambino al campo a Rieti, mi rivedo molto in lui. Abbiamo iniziato tutti e due con il salto in alto e anche lì lui ha battuto un mio record, superando il metro e 95, mentre io alla sua età mi ero fermato a 1,89”.
Andrew Howe e Mattia Furlani, l'incontro tra i due atleti davanti al Foro Romano
Furlani ha detto che lei è il suo punto di riferimento, una fonte di ispirazione. E non è l’unico a pensarla così, tra i giovani atleti.
“Per carattere non ne parlo volentieri ma ovviamente me ne sono accorto. Ne sono contento ma spero sempre che i ragazzi diventino più forti di me. Un po’ come Kobe Bryant, che diceva: ‘Potete ammirarmi ma dovete anche battermi’. Perché lo sport è questo”.
E cosa c’è invece dopo lo sport, quando arriverà il giorno del ritiro?
“La moda. Sono creative director di una capsule collection disegnata da me per UYN, ‘Unleash Your Nature”, un marchio di abbigliamento specializzato nel running. Mi piacerebbe allenare e mi sono già inserito nel mondo del personal training: lo faccio per pochi, pochissimi eletti che lavorano solo con me e fanno quello che dico io. Perché l’atletica non è solo velocità, salti, mezzofondo: è un modo di vivere, in cui puoi gareggiare divertendoti, come sto facendo io adesso”.
Sarà anche il mondo della piccola Anna Howe?
“Mia figlia inseguirà i suoi sogni, che voglia essere primo violoncello o cantante o chissà cos’altro. La supporterò comunque perché già la amo da morire. Però ovviamente le farò conoscere lo sport, che io trovo fondamentale per la crescita: ti insegna cose che non trovi altrove”.
L’uomo con i superpoteri ha qualche rimpianto?
“Mi va bene quello che ho fatto. Mi manca solo la vetta più alta, le Olimpiadi. L’avessi raggiunta, sarei stato veramente felice”.