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Wilfried Nathan Douala, quella faccia non mi è nuova

Wilfried Nathan Doula
Wilfried Nathan Doula 

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Essere o non essere o essere qualcun altro? Sul tema hanno dato in tanti: William Shakespeare, Oscar Wilde, Luigi Pirandello. E mettiamoci anche Patricia Highsmith. Ogni cultura ha il suo lifting, ma il peccato anche nello sport è sempre quello: sembrare vecchi.

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«Il diciassettenne più maturo del mondo». E ancora: una perla rara, un talento, il nostro futuro. Era stato descritto così Wilfried Nathan Douala, centrocampista del Victoria United, club di Limbé (prima divisione), città sul mare a sud-est del Camerun. E quando l’allora ct Robert Song l’aveva convocato in nazionale per la Coppa d’Africa qualcuno aveva avanzato dubbi: quei baffetti, quella barbetta non erano proprio da adolescenti. Sicuri che sia nato nel 2006? Ma vuoi mettere la magia dell’Africa, il passo di danza degli inganni e poi lo sanno tutti che laggiù per registrarti devi aspettare la primavera, la fine delle piogge e delle inondazioni, e in più che il fiume torni a essere attraversabile. E ci sono urgenze più importanti che non la richiesta di un documento: anno più, anno meno, a chi importa? Douala durante la Coppa d’Africa non scende in campo, ma si fa notare per i canti di incoraggiamento ai Leoni Indomabili. Qualcuno però si ricorda di quella faccia, dove l’abbiamo già vista?

Tre anni prima Le Monde Afrique aveva fatto un’inchiesta in Camerun sulla squadra dell’Oryx, club mitico, ma assai in difficoltà: dalle scarpe da calcio sdrucite, senza lacci, al terreno sabbioso, circondato da bottiglie di plastica. Quella mattina al campo d’allenamento Soppo-Priso una ventina di giocatori correvano dietro a un sogno tondo come un pallone. Il loro progetto: «Diventare professionisti ed entrare in nazionale». Uno di loro sembrava più motivato degli altri, ma anche più timido, diceva di chiamarsi Alexandre Bardelli e di avere 21 anni. «Voglio giocare all’estero, dove non m’importa, continuerò ad allenarmi fino a quando non raggiungerò il mio scopo». Non avrebbe mai mollato, amava follemente il pallone. Gli avevano chiesto: ti possiamo fare una foto? Clic. Eccolo, è lui, quello con la maglia verde. Oh ma sai che ho la sensazione di avere già visto Douala o forse era Bardelli?

Non bisogna essere la Cia o il Kgb per avere archivio e buona memoria. Il giornalista mette a confronto i due giocatori: entrambi hanno la stessa cicatrice sul sopracciglio destro e anche i tatuaggi sono identici, il numero 69 sull’avambraccio sinistro, una croce accanto alla mano destra, tre righe sul polpaccio sinistro, un motivo tribale sotto il ginocchio destro. Sosia, tali e quali, molto simili, anzi forse sono la stessa persona, una strana sensazione di déjà vu. Quanto all’età lasciamo perdere, ma se proprio volessimo essere curiosi: allora di anni ne aveva 21 o 15 e ora ne ha 17 o 24? Risposta orgogliosa di uno della squadra. «I nostri ragazzi non sono come i vostri».

Il giornalista si ricorda anche che il signor Bardelli gli aveva lasciato un numero di telefono, chiama, gli risponde la madre di Douala, come mai? «Ma sa forse i soprannomi posso indurre all’equivoco». Dicono la loro anche alcuni parenti: «Sì, i due si assomigliano, da noi capita». Tranquilli, anche da noi. Il 10 marzo la federazione camerunense presieduta da Samuel Eto’o, icona del football internazionale, punisce il giocatore dalla doppia identità, il più giovane (per finta) dell’ultima Coppa d’Africa. Non solo lui, la Fecafoot, la federcalcio del Camerun, pubblica l’elenco di 62 calciatori ritenuti non idonei a disputare la fase finale del campionato che inizia domani, con l’accusa di frode e falsificazione dell’età. Il club di Douala si vede squalificare sette elementi della formazione, anche se lo Yong Sport Academy fa meglio, con ben 13 giocatori esclusi e dichiarati provvisoriamente indisponibili.

E pensare che dal 2011 la Confederazione africana di calcio (Caf) impone alla categoria Under 17 un test Irm al polso che accerta lo stato della cartilagine e aiuta a determinare l’età e che nel 2019 su 1.072 verifiche vengono scoperti 66 diversamente giovani. Ti spiegano che in Africa se al ragazzino con il pallone chiedi quanti anni ha ti risponde: quelli miei o per il calcio? La colpa non è solo di chi vuole emulare Io Capitano e sogna di diventare Maradona, ma anche di un’Europa che dall’Africa pretende solo minorenni perché così hanno il tempo per imparare, dando per scontato che siano studenti lenti nel capire tecniche, tattiche e strategie.

L’Africa non è sola: rubare gli anni non è aiutare l’estetica, ma un modo per salvarsi la vita. Eriberto Conceicao da Silva, o almeno lui diceva di chiamarsi così, arrivò a Bologna nell’estate del ’98. Dichiarava 19 anni. Dopo due stagioni passò al Chievo dei miracoli che salì in Serie A. La Lazio nel 2002 lo voleva, ma Eriberto scomparve, rientrò in Brasile, tormentato da un segreto. Forse un trauma di famiglia? Rivelò il mistero: «Non mi chiamo Eriberto ma Luciano Siqueira de Oliveira e sono nato tre anni e quarantanove giorni prima di quanto ho dichiarato. Nel ’96 un faccendiere di Rio de Janeiro mi propose un cambio di nome e di età: a 21 anni mi ritrovai così a essere il 17enne Eriberto, rubando l’identità a un ignaro contadino. Lavoravo in un supermercato, avevo perso mia mamma, ero in un brutto momento, contando che ero junior mi ingaggiò il Palmeiras e dopo due anni volai in Italia». Favola a lieto fine: lo squalificano per un anno, pena poi ridotta a sei mesi.

Anno 2021. Silas Wamangituka, attaccante 21enne dello Stoccarda, è reduce da una buona stagione nel campionato tedesco. È nato a Kinshasa (Congo), nel 2017 a 18 anni viene invitato per un provino all’Anderlecht in Belgio. Dovrebbe rientrare in Africa e poi tornare in Europa, ma il suo agente lo convince a risparmiarsi la fatica e gli procura una falsa identità dove ha un anno di meno. A lui però viene paura, si confida con la società, confessa, sotterra quello che era e riemerge con un altro nome più vero, il suo: piacere, sono Silas Katompa Mvumpa. Peccato non ci sia più il regista Akira Kurosawa a raccontare le storie di questi nuovi Kagemusha.

Ragazzi che giocano con il tempo, che non vogliono crescere, ma ci sono anche quelli che sono e restano piccoli di statura, forever babies. Una delle etnie di persone diversamente alte, diffuse nella foresta pluviale, Camerun e dintorni, attrae l’occhio di alcuni procuratori tedeschi che non hanno la preparazione dell’antropologo Lévi-Strauss. I giocatori sembrano più maturi della loro età, e la loro non altezza inganna, vengono tesserati per un torneo Under 17 ad Amburgo. Uno si chiama Guy, peccato che alla fine dell’allenamento si accenda di rughe di stanchezza. «Dai, ragazzino, facci un bel tiro». Qualche guaio muscolare, vabbè capita a tutti. «Chissà come migliorerai quando crescerai». Già, chissà, ma Guy è già cresciuto. In una tribù dove non si supera il metro e cinquanta. Perché peggio della vecchiaia c’è solo una cosa: restare bambini per sempre.

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