Morto O.J. Simpson: la moglie uccisa, il guanto insanguinato, la fuga in macchina seguita da 95 milioni di telespettatori e l'America ferma per il verdetto
di Massimo BasileNEW YORK - Aveva tutto e aveva perso tutto. Alla fine O. J. Simpson se ne è andato a 76 anni, nella sua casa a Las Vegas, circondato da figli e nipoti, dopo aver vissuto in Florida. Era malato di cancro. Per tutti resterà O.J., l’unico nero che riuscì a non andare in carcere per duplice omicidio in un Paese in cui gli afroamericani vengono condannati a morte per molto meno. Certo, poi nella sua seconda vita avrebbe passato nove anni in carcere per rapina, sequestro di persona e altri reati commessi a Las Vegas, e rilasciato nel 2017, ma il suo nome resterà legato al processo di Los Angeles degli anni ’90 in cui uscì assolto.
Le accuse della moglie
La tragedia che ha segnato la sua vita e cambiato la storia dei media americani non è mai rientr…
NEW YORK - Aveva tutto e aveva perso tutto. Alla fine O. J. Simpson se ne è andato a 76 anni, nella sua casa a Las Vegas, circondato da figli e nipoti, dopo aver vissuto in Florida. Era malato di cancro. Per tutti resterà O.J., l’unico nero che riuscì a non andare in carcere per duplice omicidio in un Paese in cui gli afroamericani vengono condannati a morte per molto meno. Certo, poi nella sua seconda vita avrebbe passato nove anni in carcere per rapina, sequestro di persona e altri reati commessi a Las Vegas, e rilasciato nel 2017, ma il suo nome resterà legato al processo di Los Angeles degli anni ’90 in cui uscì assolto.
Le accuse della moglie
La tragedia che ha segnato la sua vita e cambiato la storia dei media americani non è mai rientrata alla voce: non ce lo saremmo mai aspettato. Era solo questione di tempo. Più volte Simpson - stella del football, con i San Francisco 49ers e Buffalo Bills, poi attore in serie tv e film - aveva picchiato la moglie Nicole. Il capodanno dell’89 lei aveva chiamato la polizia a casa. Gli agenti la trovarono ferita e seminuda, nascosta dietro una siepe nel giardino della loro casa. “Finirà per uccidermi”, disse tra le lacrime. Simpson venne arrestato, ma rilasciato subito dopo su cauzione.
Il guanto da golf insanguinato
Nel ’92 la coppia divorziò ma le violenze erano continuate. Il 25 ottobre del ’93 Nicole chiamò il numero delle emergenze: “E’ tornato”. Poi successe: il 12 giugno 1994 l’ex signora Simpson, 35 anni, e il suo amico, Ronald Goldman, 25, vennero aggrediti nell’appartamento di lei a Brentwood, Los Angeles, non lontano dalla casa di Simpson. Nicole venne quasi decapitata, Goldman massacrato a coltellate. L’arma non venne mai recuperata ma la polizia aveva trovato accanto ai corpi un guanto da golf insanguinato, capelli, sangue e fibre. Gli agenti pensavano fosse stato ucciso anche l’ex campione. Ma, una volta andati a casa sua, avevano trovato sangue nella sua auto, nell’ingresso, e un guanto insanguinato simile a quello rinvenuto poco prima. Non c’è mai stato un altro sospetto che non fosse lui.
Una fuga seguita da 95 milioni di telespettatori
Cinque giorni più tardi, il 17 giugno, dopo aver partecipato al funerale dell’ex moglie, Simpson era stato incriminato per i due omicidi. Lui era scappato con la sua Ford Bronco bianca. Al volante il vecchio amico Al Cowlings, lui dietro, con una pistola puntata alla testa, minacciando di spararsi. La Bronco corse per un centinaio di chilometri lungo le autostrade del sud della California, in quella che è stata una sorta di primo reality americano, il più grande evento televisivo che avrebbe cambiato la percezione della potenza della tv. La fuga venne seguita da 95 milioni di telespettatori.
Se fosse stato un povero nero dei sobborghi di Los Angeles, O. J., sarebbe morto nella sua Bronco crivellato di colpi, ma era appunto O. J, o, come avrebbero scoperto a milioni con l’atto di incriminazione, di quelle due lettere c’erano due nomi completi: Orenthal James. In America la possibilità con cui si è certi di essere condannati segue quest’ordine: al primo posto ci sono i neri poveri, poi i bianchi poveri. I neri ricchi vengono prima dei bianchi ricchi.
Un team di legali spietati
Simpson riuscì a ribaltare quest’ordine grazie alla sua fama. Non era più nero, era solo ricco. O meglio: da ricco e famoso sarebbe stato in grado di far passare il suo caso come frutto di un pregiudizio razziale nei suoi confronti e in quelli di tutti gli afroamericani. Per questo aveva ingaggiato un team di legali spietati che sembravano usciti da un romanzo di James Ellroy. Il nuovo Dream Team divenne il quintetto dei suoi avvocati: Robert Shapiro, Johnnie Cochran Jr, Lee Bailey Alan Dershowitz e Barry Scheck.
Un processo show
Il processo durò nove mesi, da gennaio ai primi di ottobre del ’95 e portò nelle case di milioni di americani i dettagli splatter degli omicidi, le schermaglie legali tra accusa e difesa e un triste spettacolo in cui poteva capitare che il giudice aprisse l’udienza facendo i complimenti alla procuratrice Marcia Clark per la sua acconciatura. Si sentivano tutti al centro di uno show. Tutte le prove erano schiaccianti: capelli, impronte delle scarpe, tracce di sangue, tutto portava a Simpson e alla sua abitazione. In più c’erano 62 episodi di violenza dell’imputato nei confronti di Nicole Simpson. Ma bisognava convincere i 12 membri della giuria popolare, di cui dieci erano neri. A favore della star erano emersi errori grossolani da parte della polizia di Los Angeles: foto smarrite delle prove, campioni di Dna conservati in modo improprio. Il detective Mark Fuhrman aveva ammesso di aver trovato il secondo guanto insanguinato, in casa del campione, ma senza avere avuto un ordine di perquisizione. Fuhrman venne accusato di aver messo il guanto per inchiodare OJ, poi di aver usato in passato un linguaggio razzista. Quattro testimoni minarono la sua credibilità.
America ferma in attesa del verdetto
Uno dei passaggi chiave del processo fu quando venne chiesto a Simpson di indossare i guanti da golf. Lo fece: erano troppo piccoli. “Se i guanti non le entrano - dichiarò uno dei suoi legali - lei deve essere prosciolto”. Il giorno del verdetto, fuori dal tribunale i venditori di magliette con il volto di OJ fecero affari d’oro. Dopo 125 testimonianze, 1.105 prove, 45 mila pagine di trascrizioni, i giurati deliberarono in appena tre ore. L’America si fermò in attesa di sentire il verdetto. Nelle case, negli uffici, nelle scuole, negli aeroporti, la gente si fermò in attesa dell'annuncio. Il presidente Bill Clinton aveva lasciato lo Studio Ovale per unirsi allo staff davanti alla tv. OJ venne dichiarato non colpevole. Una parte del Paese esultò, un’altra metà no. Simpson tornò libero. Tre anni dopo venne ritenuto colpevole in una causa civile avviata dai familiari delle due vittime e condannato al pagamento di 33 milioni di dollari. Lui, fedele alla sua storia, versò solo una piccola parte e si trasferì con i figli in Florida.