Addio, Tropicana. Rien ne va plus, Las Vegas insegna che si può vincere in un altro modo
di Emanuela AudisioNon passi da Sin City a Win City, da città del peccato a città di successi, senza perdere qualcosa. Nella sua suite nel ’71 ci finì anche l’agente 007. Era Sean Connery ma si presentava come Bond, James Bond. Nella hall c’erano i mosaici e una fontana a forma di tulipano, nel suo teatro cantavano Elvis Presley e Frank Sinatra mentre le ballerine delle Folies Bergère nel ’59 mostravano il topless. Aveva un nome esotico: Tropicana.
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Ci suonava Louis Armstrong, sempre lì nel ’67 avevano debuttato i maghi tedeschi Siegfried e Roy che più avanti si sarebbero specializzati nel numero con la tigre bianca, peccato che Mantacore che aveva sette anni non subì l’incantesimo e nel 2003 quando Roy gli chiese di dire ciao al pubblico lei fu piuttosto estroversa e con una zampata gli staccò mezzo collo. Il Tropicana aveva aperto nel ’57, era costato 15 milioni di dollari e per i suoi prezzi da gioielleria (fu tra i primi ad avere un grande chef) venne soprannominato “Tiffany sulla Strip”. Era il terzo albergo-casino più vecchio di Las Vegas, ma il primo che aveva cercato di essere un po’ chic.
La scorsa settimana il Tropicana ha chiuso per sempre le porte. Sarà presto demolito e qualche candelotto di dinamite finirà il lavoro. Era un pezzo di storia di Las Vegas, anzi di Vegas, senza articolo, come la chiama il popolo della notte. L’hotel non trasloca, cessa proprio di esistere per fare posto a un moderno stadio del baseball da un miliardo e mezzo di dollari dove giocherà la Major League Baseball (Mlb) e sarà la casa degli A’s (Oakland Athletics), quelli del film L’Arte di Vincere (Moneyball) con Brad Pitt, uscito nel 2011.
La novità è che lo sport rende come o più del peccato. E Vegas come scrisse Vittorio Zucconi era la città nel deserto con 160 chiese e 1701 case da gioco dove «il peccato si vende benissimo, all’ingrosso, al dettaglio, sciolto, a pacchi in confezione famiglia, con lo sconto». E dove tutto funzionava, ma alla rovescia: «Le donne si vestono per andare a dormire e si spogliano per andare a lavorare». Ma adesso anche per giocare, bisognerebbe aggiungere. Perché la squadra femminile delle Aces che partecipa alla Wnba, campionato professionistico di basket, è al suo secondo titolo consecutivo. Prima a Vegas si vinceva solo con il gioco d’azzardo puntando sui numeri, oggi anche con il gioco dello sport, indossando dei numeri.
La morte del Tropicana è un lutto di cui danno notizia i siti Pokernews e anche il Mobmuseum. Capirete perché: il peccato all’inizio era organizzato e gestito dalla mafia che faceva soldi con i casinò. E anche qui il Tropicana c’entra. Nemmeno un mese dopo la sua apertura il gangster Frank Costello fu colpito alla testa mentre rientrava nel suo appartamento al 115 di Central Park West a New York. Un uomo era uscito da una Cadillac nera e gli aveva sparato. Costello si salvò, rifiutò di testimoniare («Non ho un nemico al mondo»), disse che non aveva visto l’aggressore che però fu riconosciuto dal portiere del palazzo. E così la polizia arrestò Vincent “Chin” Gigante, il sicario di Vito Genovese, boss rivale.
All’ospedale in una tasca del cappotto di Costello su un pezzo di carta trovarono delle cifre che non erano un numero di telefono ma l’esatto ammontare degli incassi del Tropicana del 27 aprile: 651.284 dollari meno 153.745 (prestiti ai giocatori) più 62.844, il ricavato delle slot machine. C’erano anche 30 mila dollari per L e 9 mila per H. Le iniziali di Lansky, socio malavitoso di Costello e di Hoffa, capo del sindacato Teamsters collegato alla mafia. Et voilà il Tropicana servì la prova: i soldi erano veri, ma il business era sporco.
Adesso a Vegas il grande sport ha trovato casa non solo con le scommesse, legali in città dal 1931 (nel 2023 hanno raggiunto la cifra record di 15.5 miliardi di dollari). C’era un detto: Vegas è dove vai per certificare che sei diventato adulto. Ora è anche il posto che ti dà la patente da tifoso, dove vai a vedere di notte il Gp di Formula Uno e la finale del Super Bowl. Una nuova Mecca sportiva, con altre offerte a parte la boxe. Se prima l’unica attività fisica a cui dedicarsi era il golf e potevi anche scegliere di farti portare le mazze da un lama adesso c’è la squadra di hockey su ghiaccio della National Hockey League (Nhl) con i Vegas Golden Knights che l’anno scorso hanno vinto la Stanley Cup. Nel football ci sono i Las Vegas Raiders e nel 2028, quando il nuovo stadio sarà pronto, arriveranno appunto anche gli A’s.
Vegas si è trasformata, ha più squadre professionistiche e non sono solo palline della roulette che girano. Vuoi vedere che investire sullo sport conviene? È una forma di intrattenimento non male, mette insieme amici e famiglie e mischia non solo la gioventù.
È quello che ha pensato a Parigi una squadra di calcio, il Paris F.C. che da novembre ha smesso di fare pagare i biglietti alle partite. Sì avete capito bene, si entra gratis, con un paio di eccezioni. Lo diciamo subito, non è famosa come il Psg di Mbappé, gioca allo stadio Charléty, in seconda divisione (manca dalla A francese dal ’79) e non fa la Champions. La novità ha coinvolto molti giovani, permesso un ricambio generazionale della tifoseria e reso il club più interessante perché gli stadi pieni attirano gli sponsor e alzano le quotazioni della squadra. Stessa iniziativa da parte del Fortuna Düsseldorf, club tedesco di seconda divisione, che con lo slogan “Fortuna per tutti” ha visto il pubblico in casa passare da 27 mila a 52 mila spettatori. Dice Alexander Jobst, amministratore delegato della società: «Cerchiamo sponsor, il 50% delle loro entrate andrà alle giovanili, al femminile e a progetti sociali. Intanto il nostro merchandising è aumentato e molti partner commerciali si sono fatti avanti». L’obiettivo è eliminare la vendita dei biglietti entro cinque anni. È un esperimento. Da benefattori? Non tanto.
«La presenza di tifosi allo stadio aumenta la desiderabilità del prodotto televisivo e quindi, eventualmente, il valore dei diritti tv». Lo sostiene Luc Arrondel, professore alla Paris School of Economics, che con un altro autore ha scritto il libro L’Argent du football. I soldi del calcio. Non sarebbe solo generosità, ma calcolo. Il pallone è uno spettacolo sempre più da piccolo e grande schermo, ma è il pubblico che lo rende eccitante, vivo, unico. Gli stadi vuoti sono deprimenti, non hanno colore né calore. Arrondel ha idee trasgressive: gli spettatori andrebbero addirittura pagati, sono una parte importante del gioco, non solo coreografia. Addio, Tropicana. Rien ne va plus, ma si può vincere in un altro modo.