Jules e Gedeon Naudet, fratelli di Giochi
di Emanuela AudisioCiak, si gira. Dalle torri Gemelle alla Tour Eiffel. Fratelli di Francia e d’America. A realizzare il film ufficiale sui Giochi di Parigi 2024 saranno Jules e Gédéon Naudet. Per la prima volta le Olimpiadi si affidano a due documentaristi. Il primo ha 51 anni, l’altro 54. Nascono a Parigi, ma da adolescenti a fine anni Ottanta seguono a New York il padre Jean-Jacques che si occupa di fotografia. La madre Sihva, mannequin e stilista, li esorta: «Fate solo quello che amate». Però a casa c’è una regola: vedere un film a sera e poi discuterne.
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I fratelli sono diversi: Jules è per Truffaut, Gédéon per Lelouch. Alla New York University nei primi anni si scambiano l’identità. «Sono Gédéon», dice Jules, «Sono Jules», dice Gédéon. Studiano cinema, si laureano nel ’95, diventano cittadini americani nel’99. Amano la gente normale a cui capita di fare cose eccezionali. Vogliono girare un soggetto sui pompieri con un loro amico, James Hanlon, attore e vigile del fuoco, ma non trovano finanziamenti. Pompieri a New York? Grazie, non ci interessa.
I loro primi lungometraggi non hanno fortuna: una storia di boxe ad Harlem e il ritratto di un giovane attore che aspetta il provino. Comprano le attrezzature, si indebitano, ma il lavoro non decolla. Hanlon convince il commissario dei Vigili del Fuoco ad autorizzarli a girare un documentario sulla recluta Antonios “Tony” Benetatos che a 13 anni ha assistito al suicidio della sorella, che si è data fuoco, ma loro questo ancora non lo sanno. A luglio 2001 i fratelli Naudet riescono ad aggregarsi (embedded) e a salire su un’autopompa rossa del Fdny (Fire Department of the City of New York). È un’estate calma, senza incendi, alluvioni, esplosioni. I pompieri giocano a carte, i fratelli in caserma preparano le crêpes Suzette. Ogni giorno Jules filma, ogni sera Gédéon, che è il maggiore, lo sgrida per gli errori.
L’11 settembre alle 8 di mattina si lamentano al telefono con i genitori a Parigi: «Uffa, ancora una notte noiosa, qui non capita mai niente». Alle 8.30 c’è una chiamata: odore di gas all’angolo tra Church et Lispenard, vicino al World Trade Center. Jules parte con la squadra e con il comandante Joseph Pfeifer. Gédéon si raccomanda: esci, filma, impara, stasera parleremo della tecnica e dell’inquadratura. C’è il rumore di un aereo che vola molto basso, Jules alza la sua videocamera verso sinistra e riprende l’impatto del volo AA 11 contro la Torre Nord. Filma tutto, anche il secondo aereo sulla Torre Sud. «Appena sono arrivato, alla mia destra c’erano due persone che stavano bruciando, due corpi che urlavano, ho girato la telecamera dall’altra parte, nessuno doveva vedere, rimpiango ancora di aver guardato».
Quella sera Jules al rientro, coperto di polvere e con la videocamera sporca, consola Gédéon ancora in lacrime dopo otto ore senza notizie del fratello. Jules sa di avere lo scoop: l’immagine del nuovo millennio. La testimonianza visiva dei 12 secondi del primo aereo sulla prima torre. Riprende nei giorni successivi anche lo scavo nelle macerie di Ground Zero, è sempre con i pompieri. Accumula materiale: 180 ore di girato. Stavolta quelle immagini le vogliono tutti. Si può vendere un attimo che resterà per sempre nella storia?
Quando il sarto Abraham Zapruder nel ’63 filmò l’assassinio di John Kennedy i più veloci a trattare furono quelli della rivista Life. I fratelli vendono: «Non avevamo più un soldo per andare avanti». Però rifiutano di negoziare le riprese inedite all’interno della torre. Più tardi firmeranno un progetto per la Cbs, ma alle loro condizioni: mantenere la sceneggiatura originale, versare il 70% dei diritti a un fondo per gli orfani dei pompieri, nessuna interruzione pubblicitaria, divieto di trasmettere il film sui canali a pagamento. «Ci hanno proposto milioni di dollari, ma ci avrebbe disgustato lucrare su 2.700 vittime». Il documentario sul giorno che ha cambiato tante vite, anche le loro, si chiama 11/9. Jules il 13 novembre 2015 è negli studi della Cbs per ultimare un lavoro sulla Cia. A Parigi tre terroristi si fanno esplodere alle porte dello Stade de France mentre altri aprono il fuoco su bar e ristoranti e un commando entra nella sala del Bataclan uccidendo 90 persone. «L’11 settembre i nostri genitori in Francia erano preoccupati per noi a New York, il 13 novembre i ruoli si sono invertiti».
I fratelli Naudet tornano a Parigi e realizzano Fluctuat Nec Mergitur (su Netflix si chiama November 13: Attack on Paris), un documentario di quella notte con 40 testimonianze di sopravvissuti e soccorritori, racconti di terrore, di altruismo e di coraggio. «Abbiamo spiegato a tutti chi fossimo e come ci interessasse lavorare sui traumi della memoria, noi che ancora oggi rabbrividiamo al rumore di un aereo sopra le nostre teste».
Altre volte le Olimpiadi hanno scelto grandi registi per farsi ritrarre: Claude Lelouch (Grenoble 1968 e Monaco 1972), Milos Forman (Monaco 1972), Carlos Saura (Barcellona 1992), Kon Ichikawa (Tokyo 1964), Naomi Kawase (Tokyo 2021), ma nessun risultato alla fine è stato eccezionale. A parte Leni Riefenstahl che con Olympia reinventò la mistica dei Giochi e che a Berlino nel ’36 anticipò tutto: tecnica, gioco, movimento. La sua fu una regia del futuro: bucò il prato dello stadio, usò le mongolfiere, inquadrò i volti in tribuna. Non aveva la tv-gru e nemmeno la steadycam, ma aveva Adolf Hitler che la finanziava. Olympia costò 4 volte il budget di un film di allora, fu una superproduzione: 60 operatori, una squadra permanente di 300 persone, 400 mila metri di pellicola, 250 ore di girato, due anni di montaggio.
Leni pretese cameramen che conoscevano lo sport: Gustav «Guzzi» Lantschner, il suo operatore e collaboratore più fidato, aveva vinto l’oro nella discesa libera ai Mondiali di Cortina nel ’32 e l’argento ai Giochi Invernali di Garmisch-Partenkirchen nel ’36. Non proprio uno qualunque, lui stesso ricordava: «Ci allenò a girare senza pellicola, per imparare a catturare i gesti rapidi delle gare. Insonorizzò le macchine da presa, così che il rumore non infastidisse gli atleti. Inventò i carrelli a velocità variabile, usò i palloni aerostatici dalla Luftwaffe per le riprese dall’alto. Provò tre pellicole: Kodak, Agfa e la sconosciuta Perutz. Scoprì quale fosse meglio per i ritratti, per i monumenti, per il verde del prato. Legò delle piccole cineprese, ognuna con 5 metri di pellicola, alle selle dei concorrenti nelle gare di equitazione, costruì cestini di corda, sempre con dentro la telecamera, e chiese ai maratoneti di avvolgerli al petto. Tutto per avere più azione. Scavò anche buche all’interno dello stadio per riprendere gli atleti dal basso, con il cielo come sfondo. Owens quasi ci cadde dentro. Per il lancio del martello avevamo costruito un circuito di rotaie attorno alla pedana, stavo filmando quando un giudice si avvicinò e mi strappò la cinepresa. Leni lo vide, lo affrontò e gli urlò: lei è un bastardo».
Olympia venne presentato il 20 aprile ’38 a Berlino per il quarantanovesimo compleanno di Hitler. Verso la fine di quell’anno Leni portò il film in America, ma in Germania c’era stata la Notte dei Cristalli e Hollywood le voltò le spalle. «Era carina come una svastica», fu il commento di Walter Winchell, giornalista americano. Il solo a riceverla fu Walt Disney, papà di Topolino. Riefenstahl, morta a 101 anni nel 2003, è stata la regista di Hitler e del suo regime. Antoine de Baecque, critico francese e storico del cinema, ha definito la sua vita: «Un secolo di viaggi senza morale». Ma Leni è stata molto di più: ha inventato una regia sportiva dentro e fuori lo stadio. Nel 2000, diventata militante di Greenpeace, non si dispiace quando Jodie Foster rinuncia a interpretare un progetto su di lei, Leni giudica l’attrice americana non all’altezza della sua bellezza («Meglio Sharon Stone»).
Quasi novanta anni dopo i Giochi cambiano immagine e si consegnano a due documentaristi che si sono occupati di due grandi tragedie che hanno tatuato il nuovo secolo. Come se anche i Cinque Cerchi avessero bisogno di un filo per ricucire gli strappi, di un rammendo umano. Per sentire i Giochi più fratelli.