Le belle storie si raccontano da sole, diceva Francis Scott Fitzgerald. Per quelle un po’ brutte e un po’ belle magari serve un aiuto. Perché ci sono corridori senza patria e storie senza confini.
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Nel maggio 2019, un ragazzo ventenne di nome Dominic Lokinyomo Lobalu, originario dell’attuale Sud Sudan, vince una corsa su strada di 10 km organizzata dall’Unicef a Ginevra, in Svizzera. Tre mesi dopo, Markus Hagmann, un insegnante di San Gallo, ex campione nazionale dei 3.000 siepi, allenatore in un club di atletica locale, riceve una telefonata da un centro svizzero per rifugiati: «Qui c’è uno che vuole correre, solo quello sa dire. Interessa?».
Lobalu, che gareggiava per l’Athlete Refugee Team, è fuggito dall’albergo con il connazionale Gatkuoth Puok Thiep e ha chiesto asilo. È uno scappato due volte: da chi lo perseguitava e da chi lo doveva salvare. Nato nel lontano villaggio di Chukudum, ai piedi dei monti Didinga, a nove anni ha perso i genitori nella brutale guerra civile che ha preceduto l’indipendenza dal Sudan ed è fuggito oltre il vicino confine con il Kenya, dove si è separato dalle quattro sorelle.
Un orfanotrofio a nord di Nairobi gli offre un posto presso la vicina Tegla Loroupe Peace Foundation, un campo di allenamento di atletica, base della squadra dei rifugiati. Gareggia per loro ai Mondiali di Londra 2017, due anni dopo insoddisfatto di come lo trattano e dei soldi dei premi che non gli arrivano mai, perché vengono sempre trattenuti, fugge anche da loro. Lui vuole fare il corridore professionista, essere messo in grado di competere, non fare la figurina che prende applausi per carità. «Non mi piace ricordare a me stesso quello che ho passato». Ha stima della grande maratoneta che è stata Loroupe (e che cercherà di riprenderlo), ma lì in Kenya il centro rifugiati dell’atletica è un dormitorio dove non si hanno diritti: «Per 45 dollari al mese dovevamo andare a correre dove dicevano loro, essere grati, perché un rifugiato non può non esserlo, non fare mai richieste e non avanzare mai pretese, i premi in denaro scomparivano. La risposta dei manager era sempre la stessa: ne parliamo quando si torna a casa. Mai successo».
Allora coach Hagmann, lo mandiamo da te questo mezzofondista africano malridotto che insiste per correre? «No, grazie, ho già abbastanza da fare, non mi serve un altro atleta». Al telefono il funzionario insiste: guarda che questo corre per davvero. Markus acconsente all’incontro: «Era in tuta, aveva solo quella. Mi fece una pessima impressione, davanti avevo una persona spaventata emotivamente e fisicamente. Vuota, stanca, mezza morta. Ma si mise a correre e diventò un altro. Elegante, morbido, leggero. Resuscitò, pieno di vita e di grazia. Non parlava né inglese né tedesco, comunicare era complicato, ma la corsa ha un linguaggio internazionale, abbiamo trovato un modo».
In Svizzera nevica, Dominc Lobalu si copre, infagotta anche i suoi sentimenti, è molto diffidente. «Sono cresciuto senza genitori, senza consigli da parte di chi ti ama, senza che qualcuno mi desse fiducia, ora c’era una persona che non conoscevo e che non sapeva nulla di me che si metteva a disposizione. Mi spiegava i documenti che non capivo, mi aiutava nella vita pratica. Non mi era mai capitato, restavo sulle mie, temevo che anche Markus come gli altri volesse sfruttarmi».
Hagmann vive nel San Gallo, Lobalu a Chiasso. In auto sono più di tre ore di viaggio, in treno quattro e mezza. Dice il coach: «All’inizio ci vedevamo due volte a settimana. A volte correva troppo veloce, altre troppo lento. Il suo stile era sempre affascinante, intuivo il talento, ma non riuscivo ad avere riscontri: da 1 a 10 quanto sei stanco, gli chiedevo? Insondabile. Eravamo più vicini, ma ancora lontani». Sei mesi dopo, Dominic vince la sua prima corsa locale. Resta sorpreso: il premio di 218 dollari va tutto a lui. Ottiene un permesso di soggiorno di breve durata. Nel giugno 2022 in una tappa della Diamond League un atleta con la maglia bianca si aggiudica i 3 mila metri a Stoccolma battendo il favorito Kiplimo. È lo sconosciuto Lobalu. L’uomo senza patria. E con una sola scarpa. Trovano un’azienda che lo sponsorizza. Hagmann se ne prende cura in maniera professionale: fisioterapista, esami, test clinici, la malnutrizione ha lasciato tracce.
Nel 2023 a Cannes, in occasione della Giornata mondiale del Rifugiato, viene presentato il documentario The Right to Race, Il diritto a correre, diretto dal regista Richard Bullock. La storia complicata di Lobalu. Che non appartiene più al Sud Sudan («Non posso rappresentare un paese che mi ha preso tutto e che ha ucciso i miei genitori»), né al Team dei Rifugiati (per World Athletics, governo internazionale dell’atletica, è un doppio transfuga: e se facessero tutti come lui?), né alla Svizzera di cui può indossare la maglia, grazie al permesso di soggiorno B, ma niente passaporto. Non essendo un cittadino Ue dovrà attendere 10 anni per salire di livello e richiedere il domicilio. Non sono previste eccezioni, se non per matrimonio. E non può godere dello status di rifugiato perché viene dal Kenya dove non era a rischio di persecuzione individuale. Un intrigo internazionale.
Il 2024 dell’uomo che scappò due volte però è strepitoso: a Oslo sui 5 mila metri strapazza il record nazionale realizzato da Markus Ryffel, argento olimpico a Los Angeles ’84. Non solo, agli Europei di Roma conquista due medaglie per la Svizzera, un bronzo sui cinquemila e l’oro sui diecimila metri. È il primo (ex) rifugiato a riuscirci. L’esempio che chi fugge da guerre e carestie non merita solo applausi per aver saputo resistere, ma aiuto e rispetto concreto. Il Cio (Comitato olimpico internazionale) conferma che Lobalu, 25 anni, non ha diritto a rappresentare la Svizzera alle Olimpiadi di Parigi perché senza passaporto. Born to run, forse. Ma to race, per competere, è un’altra storia. E poi questi rifugiati, perché non si accontentano della loro categoria e di appartenere a un grande stato invisibile che nel mondo per l’Unhcr conta 120 milioni di individui?
Un ultimo aggiornamento sui rapporti tra Markus e Dominic: vanno molto meglio, la diffidenza è scomparsa, l’atleta ha raggiunto il suo coach nel San Gallo, la Svizzera dei bratwurst, non quella della finanza. Ora Dominic si ferma spesso dopo l’allenamento a mangiare a casa di Markus che ha moglie e due figli. I ragazzi stanno insegnando il tedesco a quello che a loro sembra un fratellone. La giusta distanza non c’è più. Dominic si dispiace di non poter ricompensare abbastanza il suo coach: «Vorrei poter restituire tutto quello che ha speso per me, mi sento in debito». Markus dice che certe cose non si fanno per soldi, né per avere gratitudine, ma perché è giusto così. Ci sono tanti modi di correre nella vita. Non solo per sorpassare.