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Esther Williams e il rimpianto della sirena

Esther Williams
Esther Williams 

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Welcome. La vita non sempre dà il benvenuto, lo sport cerca di rimediare. Esther Williams era la quinta e ultima figlia di una madre che non la voleva, troppo stanca di crescere bambini. Fu la sorella Maurine a occuparsi di lei e la buttò presto in una piscina pubblica di Los Angeles che funzionò da baby-sitter. Esther imparò a nuotare e capì subito: «L’acqua era il mio elemento».

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La sua famiglia non aveva molti mezzi, lei raccoglieva gli asciugamani in piscina per pagarsi l’entrata, 10 cent ogni 100 pezzi, a 16 anni aveva vinto tre ori ai campionati nazionali e si era guadagnata il posto in nazionale per i Giochi del ’40. Ma Hitler invase la Polonia, scoppiò la guerra, e addio sogni di gloria. Doveva la sua ambizione a due tragedie infantili: la morte di suo fratello e uno stupro subito da parte di un ragazzo che viveva in casa. Lasciò la scuola, fece la modella, andò a vendere abiti in un grande magazzino. Qualcuno si accorse che in acqua faceva magie: aveva un bel corpo, era attraente, atletica e sexy, quando nuotò con Johnny Weissmuller-Tarzan nel musical di Billy Rose, un talent scout di Hollywood la notò e la portò alla Metro-Goldwyn-Mayer. Lei era contraria a firmare il contratto, preferiva le Olimpiadi al cinema, ma la madre la obbligò: «I rimpianti sono l’arsenico della vita».

Il resto lo sapete: Esther Williams ha nuotato in 26 film per più di duemila chilometri, si è rotta sette volte i timpani, nel ’52 ne La Ninfa degli Antipodi ha indossato 50 mila paillettes e una corona d’oro, ma nell’esibirsi nel tuffo del cigno da un trampolino alto 15 metri si fece male alla schiena e per sei mesi restò ingessata. Per lei l’Mgm costruì una piscina da 250 mila dollari con oblò subacquei, fontane colorate, ascensori idraulici, tubi flessibili d’aria nascosti e gru speciali per le riprese aeree. Nel ’44 Bellezze al bagno (Bathing Beauty) divenne il secondo film per record di incassi dopo Via col Vento. Dopo quattro mariti e tre figli, nel ’99 scrisse un’autobiografia intitolata inevitabilmente The Million Dollar Mermaid (La Sirenetta da un milione di dollari).

Fu eccessiva e sincera, rivelò che invidiava i ruoli che venivano offerti a Ingrid Bergman e Lana Turner, lei ambiva a recitare Shakespeare. E soprattutto a uscire dall’acqua e finire sulla terraferma. Quando lo fece fu un fiasco. Era l’affascinante stella del nuoto dei musical di Hollywood, l’icona femminile più desiderata, la pin-up che in costume rasserenava i soldati in guerra, il sogno di un peccato sano. Doveva restare in quella cornice, prigioniera del ruolo, si accontentasse di firmare una linea di costumi. E di numeri sempre più audaci firmati dal coreografo Busby Berkeley che la fece saltare dai trapezi attraverso il fumo multicolore, cantare sugli sci d’acqua e tuffarsi da un elicottero. Lei stava al gioco, non se la prese nemmeno per il commento: «Esther Williams? Wet, she’s a star. Dry, she ain’t». «Da bagnata è una star, da asciutta no».

Quando finirono i suoi giorni da sirena, si mise a insegnare ai bambini ciechi come stare a galla. Il nuoto sincronizzato diventò disciplina olimpica nell’84 proprio ai Giochi di Los Angeles dove Esther fece la commentatrice per la tv. Era lei che aveva dato fama, visibilità e nobiltà alla disciplina. E che una volta da giurata, colpita dalle espressioni tese delle concorrenti, si era alzata, aveva battuto le mani, e gridato: «Ragazze, sorridete, siate felici, siete in piscina».

Per 35 anni un ragazzo della East Coast trapiantato in California ha sognato di essere un’altra Williams. Solo che il suo nome è Bill May e gli uomini non ballano nell’acqua con pose graziose e piroette acrobatiche. Tutto inizia a New York nell’estate dell’89, Bill ha dieci anni, segue la sorella Courtney in piscina, vogliono divertirsi, la lezione di nuoto sincronizzato gli piace molto, sei stagioni dopo si trasferisce in California presso il centro acquatico più famoso, il Santa Clara Aquamaids. Nuota controcorrente, ogni giorno è Fantasia, gli straordinari ippopotami con gonna in tulle di Walt Disney nella Danza delle Ore, una diversità poco accettata: insulti, epiteti sessisti, luoghi comuni, un mondo che gli dice no, tu no. Chi è quell’impostore? C’è chi telefona ai suoi genitori dicendo: vostro figlio è malato, gareggia in costume con le ragazze, e chi si sente defraudato perché sua figlia è stata battuta da un ragazzo in uno sport tutto femminile.

Bill ha successo, ma è imprigionato in un genere, se Esther poteva fare solo quello, a lui quello non è permesso. La discriminazione al contrario non gli dà orizzonti, a 25 anni lascia lo sport, si sposta a Las Vegas dove si esibisce nello spettacolo 0 del Cirque du Soleil. Rientra nell’agonismo dopo dieci anni quando il proibizionismo finisce e il nuoto artistico si apre ai generi: nel 2015 ai mondiali di Kazan è il primo a vincere l’oro nel duo misto con la sua partner Christina Jones. Diventa il Billy Eliott del nuoto. Arrivano altre medaglie, ma soprattutto una telefonata: ricorda dove fosse (in cucina), la data (17 dicembre 2022) e anche l’ora (le 21.42). Era la notizia che stava aspettando: il nuoto artistico a Parigi 2024 avrebbe aperto agli uomini. Tutti si congratulano, lui commenta: «Non farlo sarebbe stato come ricevere uno schiaffo in faccia. È l’occasione per cui tantissime persone hanno lottato».

Ma la sberla, solo rimandata, Bill l’ha ricevuta due settimane fa. Il suo nome nella squadra olimpica non c’è. Trattato da vecchio pazzo, tra lui e Audrey Kwon, la matricola della squadra, ci sono 27 anni di differenza. Non si tratta di discriminazione, affermano i dirigenti della nazionale statunitense, ma di necessità: la regola prevede che le otto persone prescelte per la gara a squadre (non c’è il doppio misto) debbano misurarsi in tutti e tre i programmi, tecnico, libero e acrobatico. Con una sola sostituzione possibile, servono atlete versatili e duttili. Un uomo in un gruppo di sette donne per una questione di forza, di spinte, di peso, scompensa e squilibra. Così dicono i tecnici. Per lo stesso motivo Giorgio Minisini, eccellente specialista di singolo e doppio misto, esempio di inclusività e di determinazione, ad aprile era stato escluso dalla squadra italiana. Non è vero che i muri non esistono, che tutti siamo benvenuti, che si può fare uno sport diversamente, ma farlo bene. La Formula Uno sarebbe aperta alle donne, ma non esiste una sola pilota nel circuito mondiale. Né Esther, né Bill hanno trovato casa nelle Olimpiadi. E pensare che quando chiesero a Williams quale fosse stato l’uomo preferito della sua vita, lei rispose: «L’acqua».

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