Gonzalo Quesada: “Portavo il 10 come Diego, ora ho l’Italrugby più forte”
di Massimo CalandriGonzalo Quesada in allenamento con la nazionale
Non sembra un rugbista. Magro, riflessivo. Sempre sui libri. Ma Gonzalo Quesada è stato un grande mediano di apertura, quarto marcatore nella storia dei Pumas argentini. Da ct degli azzurri ci ha reso finalmente felici, orgogliosi. Il miglior Sei Nazioni di sempre: successi sulla Scozia e in Galles, pari con la Francia. Come ha fatto? Privilegiando la mente ai muscoli. Le emozioni, l’amicizia. "Questo sport crea legami che fanno la differenza. Diventi una persona migliore, se impari il piacere di essere utile a chi ti sta vicino". Ha compiuto 50 anni: metà della vita trascorsa in Francia. Nipote di un italiano nato a Trieste, quando Trieste non era italiana. Figlio di un famoso profumiere, Bebe, che gli ha insegnato il gioco e la vita. Grande amico di un altro diez di Buenos Aires: Diego Maradona. E di Federico Aramburu, ucciso con 5 revolverate nella schiena da un estremista di destra in una notte che dovevano passare insieme, però all’ultimo Gonzalo era rimasto a casa: a preparare l…
Non sembra un rugbista. Magro, riflessivo. Sempre sui libri. Ma Gonzalo Quesada è stato un grande mediano di apertura, quarto marcatore nella storia dei Pumas argentini. Da ct degli azzurri ci ha reso finalmente felici, orgogliosi. Il miglior Sei Nazioni di sempre: successi sulla Scozia e in Galles, pari con la Francia. Come ha fatto? Privilegiando la mente ai muscoli. Le emozioni, l’amicizia. "Questo sport crea legami che fanno la differenza. Diventi una persona migliore, se impari il piacere di essere utile a chi ti sta vicino". Ha compiuto 50 anni: metà della vita trascorsa in Francia. Nipote di un italiano nato a Trieste, quando Trieste non era italiana. Figlio di un famoso profumiere, Bebe, che gli ha insegnato il gioco e la vita. Grande amico di un altro diez di Buenos Aires: Diego Maradona. E di Federico Aramburu, ucciso con 5 revolverate nella schiena da un estremista di destra in una notte che dovevano passare insieme, però all’ultimo Gonzalo era rimasto a casa: a preparare la partita del giorno dopo, a studiare. A inseguire un pallone pieno di vento.
Perché il rugby?
"Papà giocatore, poi allenatore. Mi portava sul campo che cominciavo a camminare, e nel club: la mia seconda famiglia, una casa sicura dove ho scoperto che questa è una disciplina diversa. Qualcosa di più che uno svago: una vera formazione umana, un aiuto per i ragazzi e i genitori, un progetto comune. L’università, quindi la palestra e il rugby. Giocavo in nazionale, ho rinunciato a un’offerta dal Sudafrica: è stata dura, ma sono più felice per la laurea presa. Quello stile di vita mi ha dato equilibrio".
Oggi, i suoi libri sul comodino?
"Sul management: gestire persone, dinamica dei gruppi e leadership, è la mia grande passione. Ho dedicato tutto me stesso, con l’impegno e la severità che aveva mio padre. Forse è anche per questo che non ho avuto figli, chissà. Negli anni ho elaborato una mia visione, cercando di renderla coerente col mio carattere".
Con l’Italia ha funzionato.
"Ai Mondiali dello scorso anno, assistendo alle sconfitte con All Blacks e Francia, mi avevano colpito gli atteggiamenti e i comportamenti dei giocatori, quella sensazione di resa dopo solo 10 minuti. C’era un grosso trauma in atto. Ho anticipato di 2 mesi il contratto: radunando lo staff, incontrando i ragazzi. E ho scoperto tutto quello che c’era da sapere".
Come?
"Un formulario anonimo da compilare, coi valori che avrebbero definito la squadra: costanza, passione, ambizione e umiltà. Ho chiesto: ditemi cosa rappresentano per voi, e quale vostro compagno incarna di più (e di meno) questo valore. Mi sono ritrovato un tesoro di informazioni".
Chissà che sorprese.
"C’è stato anche uno storytelling legato all’eccellenza italiana. Cosa sappiamo fare e ci rappresenta meglio? A chi dobbiamo ispirarci? Hanno risposto: la Ferrari, l’antica Roma. Ma i gladiatori andavano attualizzati. Bene: in difesa saremo efficaci e solidi come i Nocs, le forze speciali; e in attacco, brillanti e veloci come la Rossa. Servivano identità, cultura, obiettivi. Chi siamo, cosa significa essere italiani".
Sì, però il gioco?
"Volevo una difesa in anticipo, asfissiante, coraggiosa. E un attacco imprevedibile. Abbiamo applicato le strategie sul campo: camminando, aumentando la velocità. Sempre più veloci. Costanti, coerenti. Un lavoro profondo".
Detto così, sembra semplice.
"Il mio lavoro al 70% è gestione e al 30% allenare: mi piace moltissimo il gioco e studiarne l’analisi — cerco sempre di anticipare il rugby del domani — ma più che altro voglio scoprire i caratteri, riconoscere e fare uscire i leader veri".
Quanto conta l’amicizia, nel rugby?
"È l’essenza, come la lealtà. E può essere di ispirazione nella vita: ecco perché le mamme italiane devono far giocare i loro bimbi con una palla ovale. In nessun altro sport di squadra il lavoro di ognuno è così importante per gli altri. Per questo serve coesione: si passa il tempo insieme, si vive dentro e soprattutto fuori dal campo".
A proposito di amici. Maradona, come lei, indossava la maglia numero 10 dell’Argentina.
"Ci siamo conosciuti nel ’99 agli Olimpia, gli Oscar dello sport argentini: mi premiarono, lui vinse il titolo di sportivo del secolo. Ci siamo rivisti diverse volte. Diego rugbista? Non aveva il giusto stile di vita, ma sarebbe stato un mediano di mischia formidabile".
Anche Aramburu, 42 anni, era un grande amico: “Ucciso perché si era opposto a idee estremiste e fasciste”, scrisse l’Equipe.
"Uno dei momenti più tristi della mia vita".
Siete in tour nel Pacifico: sconfitta con Samoa, vittoria con Tonga. Domenica, quando in Italia saranno le 7 del mattino, il Giappone.
"Sono ammirato dai ragazzi. Non si fermano da più di un anno, nell’ultimo mese hanno sopportato di tutto: gli allenamenti nell’inverno neozelandese, il caldo e l’umidità delle isole, una infinità di voli. Dal punto di vista fisico e psicologico, un massacro: ma nessuno si è mai lamentato. Siamo anche più forti della scorsa primavera, perché siamo diventati persone solidali, migliori. Ed è questo, che conta".