Odette Giuffrida: “Mi chiamavano Veleno, ora prego su Youtube e ho vinto le mie paure”
dal nostro inviato Mattia ChiusanoOdette Giuffrida
PARIGI – È il simbolo del judo italiano: argento a Rio 2016, bronzo a Tokyo 2020, oro ai Mondiali di Abu Dhabi a maggio. In certi momenti Odette Giuffrida, romana di Montesacro, sembra la creatura più fragile ed emotiva. Ma da piccola le avevano scritto sulla cintura un soprannome da assassina, e tanto tenera non può essere nelle battaglie del tatami. Di sicuro, ha una componente spirituale ed esoterica che la spingerà con le altre favorite della categoria 52 kg.
Odette, lei parla spesso di cambiamento, anche negli ultimi anni in cui era già carica di titoli.
«Le medaglie non sono mai mancate. La vera crescita è stata a livello mentale: dopo Tokyo ho imparato qualcosa di davvero importante: accettare le mie fragilità. Quando tocchi il fondo ti si aprono gli occhi, quando ti mancano alcune cose capisci quanto siano importanti. Pensavo che per essere una campionessa dovessi per forza essere invincibile e senza paure, mi facevo la guerra da sola. Invece siamo persone normali, che accetta…
PARIGI – È il simbolo del judo italiano: argento a Rio 2016, bronzo a Tokyo 2020, oro ai Mondiali di Abu Dhabi a maggio. In certi momenti Odette Giuffrida, romana di Montesacro, sembra la creatura più fragile ed emotiva. Ma da piccola le avevano scritto sulla cintura un soprannome da assassina, e tanto tenera non può essere nelle battaglie del tatami. Di sicuro, ha una componente spirituale ed esoterica che la spingerà con le altre favorite della categoria 52 kg.
Odette, lei parla spesso di cambiamento, anche negli ultimi anni in cui era già carica di titoli.
«Le medaglie non sono mai mancate. La vera crescita è stata a livello mentale: dopo Tokyo ho imparato qualcosa di davvero importante: accettare le mie fragilità. Quando tocchi il fondo ti si aprono gli occhi, quando ti mancano alcune cose capisci quanto siano importanti. Pensavo che per essere una campionessa dovessi per forza essere invincibile e senza paure, mi facevo la guerra da sola. Invece siamo persone normali, che accettano le proprie fragilità e decidono di sfidarle. Così ho vinto il mio primo mondiale a trent’anni».
Qualcuno l’ha aiutata in questo percorso?
«Un sogno. Due anni fa, quando avevo deciso di smettere in modo assurdo, ero in Giappone e ho sognato di parlare con una donna. La conoscevo, al risveglio mi sono detta “scrivile”. Non sapevo neanche da dove cominciare, ma da lì è iniziato il nostro percorso. Oggi Laura Pasqua è la mia mental coach».
Cosa ha scoperto?
«Quando un bambino ha paura non gli puoi dire “no, non avere paura”. Devi stare lì e dire “non fa niente se è buio, sono qui accanto a te, adesso accendiamo la luce”. Ho dovuto accettare di non sentirmi più all’altezza, trovare il coraggio di dire: “Non sono più quella di prima, ma proprio per questo vi farò vedere”».
Lei parla spesso della sua fede.
«Tre anni fa ho fatto un viaggio in Brasile, dove vivono due mie amiche che mi hanno portato a una celebrazione di culto evangelico. Ho sentito qualcosa che faceva breccia in me, io già credevo però ho avvertito un forte cambiamento. Un amore totale, ho iniziato a piangere, non ho ritrovato più le mie coordinate e capito che la mia vita doveva essere dedicata a questa fede».
Come pratica il culto evangelico?
«Ho la fortuna di parlare il portoghese, quindi seguo su YouTube tutte le celebrazioni in Brasile che posso. Si canta, si parla della vita, della fede nella vita e non sono parole a memoria. Devo essere la persona migliore possibile, anche allenandomi, ma sapere che c’è Lui a guidare ogni cosa mi dà pace».
Con il judo ha girato il mondo, la sua fede l’ha legata al Brasile: pensa ancora alla sua prima palestra a Roma?
«Eccome, ricordo il Talenti Sporting Club, palestra piccola con poche persone. Non avevamo tantissime possibilità, ma eravamo veramente una famiglia. Il mio maestro Gregorio Magnanti è stato il mio secondo padre, mi ha insegnato ad amare questo sport e a divertirmi. Quando torno porto le mie medaglie e le faccio vedere ai bambini, ogni volta mi fa bene al cuore, mi ricordo da dove vengo».
Già, com’era quando è cominciata la sua avventura?
«Avevo sette anni, ero Veleno».
In che senso?
«Non scherzo, era il mio soprannome e l’avevo anche sulla cintura. I maestri davano il soprannome a tutti. Ero una bambina che voleva dimostrare al mondo che pur venendo da un piccolo club poteva fare grandi cose. E ora che sta probabilmente arrivando la mia “last dance” darò tutta me stessa, fino all’ultimo respiro, per quell’oro che tanto ho sognato, da quando mi hanno chiamato per la prima volta Veleno».