Tommie Smith: “Voterò Kamala Harris. I diritti hanno bisogno di campi per crescere”

Tommie Smith: “Voterò Kamala Harris. I diritti hanno bisogno di campi per crescere”
(afp)

L’oro nei 200 metri a Città del Messico, simbolo della lotta per l’uguaglianza, è a Parigi con il suo sponsor. “Il mio sogno? Volevo suonare il pianoforte e giocare a basket”

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PARIGI — Tommie Smith, soprannominato Jet, quello del pugno nero nel 1968 a Città del Messico sul podio dei 200 metri insieme a Jogn Carlos. Quello della foto iconica, ma anche molto più. Smith, 80 anni, il piede sinistro protetto da un tutore, è arrivato a Parigi, ospite del suo sponsor («Puma mi avvicinò nel ’66, quando non avevo soldi per comprare il latte a mio figlio»).

Le è piaciuta la cerimonia inaugurale?

«Ero in aereo, ne ho visto solo un pezzo, mi è sembrata un modo per rendere felice e per fare divertire la gente. Il bello dello sport è che offre una piattaforma e visibilità. Tutto quello che serve a liberare le persone è utile, i diritti non hanno una fine, né un capolinea, non c’è un momento in cui ti sdrai perché hai ottenuto tutto. I diritti sono sempre in movimento, hanno bisogno di crescere, di campi nuovi. La barca degli Usa era bella fitta di atleti, segno che il sogno olimpico conta ancora molto. In tanti mi chiedono: che sport faresti oggi? Nessuno, me ne starei sul divano. Ho sputato l’anima in allenamento, le ripetute mi uccidevano, nel ’68 avevo stabilito 11 record del mondo, dai 200 ai 400 metri, non mi fossi fatto le ossa a lavorare nei campi di cotone non avrei retto. Il problema del dolore è come lo sopporti».

Confessi, giocherebbe a basket.

«Forse sì, è sempre stata la mia passione. Al college di San Josè, in California, mi iscrissi a sociologia, ma entrai con una borsa di studio per la pallacanestro. Ma ero alto solo 1.90 e il coach si accorse che invece a correre era velocissimo. Studiavo anche pianoforte, ma l’insegnante mi disse: dove vuoi andare con quelle mani così grandi? Peccato non aver continuato, la musica mi piaceva, ma quella era un’altra America, ero cresciuto nella campagna del Texas, che più rurale non si può, in una famiglia di quattordici figli, due sono morti piccoli, sgobbavamo nei campi, dormivamo in tre in un letto. All’università lavoravo di notte, perché di giorno ero in classe. Il mio sogno era fare il poliziotto, diciamo che con le mie gambe lunghe e con la mia velocità non sarei stato male. Anche se mia moglie è convinta che non l’avrei fatta franca, mi avrebbero ammazzato subito».

Il Dream Team ha detto che alle elezioni presidenziali voterà Kamala Harris.

«Anche io. Ha carattere, la prendono in giro perché sorride sempre, e allora, bisogna essere per forza ingrugniti per dare l’idea di essere una persona capace? Sarebbe meglio spazzare via quest’idea di women can’t. Le donne possono, eccome. È tempo di avere anche una presidente del Cio, a capo dello sport. Non c’è mai stata, così come una donna alla guida dell’America. Ma esiste sempre una prima volta. E tutti quelli che dicevano che un nero alla Casa Bianca era fantascienza sono stati smentiti. Possiamo, anzi dobbiamo fare in modo che le cose cambino. A cinque anni con i soldi che mi aveva dato mia madre andai a comprare un cono. Un bambino bianco me lo gettò a terra: i neri non mangiano gelato. Eravamo neri, spazzatura. E dopo il pugno del ’68 avevo l’Fbi sempre alla porta, ogni volta che capitava qualcosa, come il rapimento di Patricia Hearst, venivano a bussare da me ».

Chi vede favorito nello sprint?

«L’America ha una bella squadra. Noah Lyles mi piace, ma anche la Giamaica va forte, anche se fa fatica a rimpiazzare Bolt, io ho una passione per Shericka Jackson, sarà che anche lei corre 200 e 400 metri».

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